venerdì 20 marzo 2009

DELL'INFINITO AMORE





Dalla Comunità Monastica di Marango...la meditazione è della mia amica Daniela...



TUTTO CI È STATO DATO IN DONO




È il 1998. Ottantamila giovani invadono le strade e le piazze di Milano. Giovani da tutta Europa, cristiani di confessioni diverse. Sono i giovani di Taizè che abitualmente si incontrano, a fine anno, in una città europea, per trascorrere insieme cinque giorni in preghiera, ascolto, dialogo, confronto, festa. Nel 1998 tocca a Milano. Ci sono anch'io fra quegli ottantamila giovani chiusi per ore nei padiglioni della Fiera a cantare, nelle principali lingue europee, ritornelli tratti da passi della Scrittura, ripetuti più e più volte, finché si impossessano della mente e trovano dimora nel cuore: sono i famosi “canoni di Taizè”. Tra questi, uno in particolare mi invade l'anima: «Dio non può che donare il suo amore. Dio è tenerezza». Lo cantiamo una, dieci, cento volte. Mi guardo attorno e vedo volti distesi, occhi lucidi, guance rigate di lacrime, labbra che sorridono mentre si cantano queste parole. Dopo alcuni canoni, silenzio. La lettura di pochi versetti della Bibbia seguita ancora da qualche istante di silenzio. Poi una voce emerge da quel silenzio. Una voce mite, delicatissima e ferma allo stesso tempo. La voce di un uomo piccolo e santo. Si può riassumere in un'unica frase il messaggio che ripetutamente Frère Roger, fondatore della comunità di Taizè, lascia a noi giovani: «Dio non può che amare». Ed è ogni volta un sussulto del cuore, una danza dello Spirito. Lui non ha nient'altro da dire. Quasi fosse tutto qui il lieto annuncio. Quasi fosse questa la cosa più importante da dire a un giovane. Quasi fosse l'unica eredità che vuole lasciare.Mi hanno scavato l'anima quelle parole. Le parole di quel ritornello e le parole – le stesse – di Frére Roger. Ci ripenso e ancora mi provocano vertigine. La vita cambia nel momento in cui ti senti amato. Cambiano gli orizzonti, cambiano le prospettive, cambiano le misure.Penso a quelle parole («Dio non può che donare il suo amore....Dio non può che amare») mentre medito il Vangelo di questa domenica: Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito (Gv 3,16). È perché ama che Dio dona il Figlio. Chi ama, non trattiene. Chi ama non chiede nulla per sé. La sua sola ricompensa è poter amare. Chi ama dà. E dà ciò che ha di più prezioso. Il Figlio. La vita. Così insegnerà Gesù ai suoi discepoli: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici (Gv 15,13). Non è il Padre che manda a morire il Figlio (che padre sarebbe?). Piuttosto, l'Amante e l'Amato stanno dentro l'unica logica dell'amore, che è la logica del dono: il Padre dona il Figlio, il Figlio dona se stesso: Io do la mia vita...Nessuno me la toglie: io la do da me stesso (Gv 10,17-18).Solo dentro questa logica d'amore, che è logica di dono, ci è dato di capire che bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo: non c'è prova più credibile di questa attraverso la quale Dio poteva dimostrare il suo amore per noi. “Bisogna” dice Gesù, cioè: non c'è altro modo per convincere qualcuno che lo ami, se non dando tutto te stesso per lui, per lei, fino a morire d'amore. «Dunque: le cose stanno così. Accettare di essere totalmente in perdita. Ricordati che questa è la misura della croce. Non per amore della croce, ma per non tirarti indietro di fronte al dono. Scomparire per lasciare posto alla Sua volontà. La croce è un territorio di abbandono, dove ci si perde, ma anche e soprattutto dove ci si salva» (don Germano Pattaro - lettera a sr.Franca). Non c'è altro modo per convincere l'uomo dell'amore esagerato con cui Dio lo ama se non passare attraverso il gesto estremo del dono della vita del Figlio sulla croce. Da quel momento la croce non è più il luogo della maledizione (L'appeso è una maledizione di Dio si legge in Dt 21,23), bensì quello della salvezza. La croce è il luogo per eccellenza dove Dio dimostra che l'essere se stessi è sempre e solo un essere-per-gli-altri. La croce è il territorio in cui l'offerta è totale, senza sconti, senza risarcimento danni, senza ricompense, senza consolazioni. Neppure quella di una parola, una sola, da parte di Dio. Gesù crocifisso rimane l'unica parola, l'ultima e definitiva parola d'amore di Dio all'uomo. Paolo infatti non si vanta del Risorto, ma del Crocifisso: Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore Gesù Cristo (Gal 6,14). Non si tratta di amare la croce, ma di amare l'amore di Dio sulla croce. Credere a questo amore è già essere salvi, è già entrare nella gloria: Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Un Dio che dona il nostro, non che chiede per sé.Un Dio che salva il nostro, non che giudica. Gesù, che è l'esegesi del Padre (Gv 1,18), ce lo rivela quando nel tempio gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio, la pongono nel mezzo e la rimettono al suo giudizio, ricordandogli che la Legge di Mosè comanda di lapidare donne siffatte. Gesù si china a terra e scrive. Insistono gli accusatori nell'interrogarlo. Allora Gesù alza il capo e dice: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,7) e torna a scrivere, chino a terra. Annota – forse con un pizzico di ironia – l'evangelista che quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.“Stavano davanti l'uno all'altro: miseria e misericordia” (S.Agostino) e Gesù le disse: «Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). La Legge inchioda. L'amore libera.Salvata per grazia, quella donna, non per merito (Per grazia siete salvati: Ef 2,5).Giudicata dagli uomini. Assolta da Gesù.Condannata dalla Legge. Salvata dalla grazia.Triste è quando, oggi come allora, proprio nel tempio l'uomo sperimenta di essere inchiodato dalla Legge, anziché liberato dall'amore. Ancor più triste se il giudizio viene da quelli che “sanno di Dio”, quelli che dovrebbero testimoniare che tutto ci è stato dato in dono: l'amore, il Figlio, la vita, la grazia, la fede (Per questa grazia, infatti, siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene: Ef 2, 8-9).Non abbiamo meriti da avanzare nei confronti di Dio. Siamo salvati gratuitamente. Salvati per grazia. Salvati per la fede. Salvati per la croce. Scrive il Vescovo Giancarlo Bregantini: «La croce giudica il mondo perché non giudica, ma ama. La croce è vittoria, la croce è risurrezione. Perfino i tuoi peccati saranno necessari. Non perché sia indispensabile commetterli, ma perché in essi scopri che la perfezione sta nel discendere, chiedere perdono, umiliarti. Quella spina nella carne che san Paolo chiedeva di togliere e che è diventata invece forza: “Ti basta la mia grazia, perché la mia forza si manifesta nella tua debolezza”».


Daniela Turato
Che la forza sia con voi!
Agli amici, ai fratelli e alle sorelle di Marango...: