MEMORIE DI PAESAGGIO
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NON LEGGETE, COME FANNO I BAMBINI, PER DIVERTIRVI, O, COME FANNO GLI AMBIZIOSI, PER ISTRUIRVI. NO, LEGGETE PER VIVERE. (Gustave Flaubert)
«Il sangue, i vestiti, il plantare Riapriamo il caso Pasolini»
Veltroni scrive ad Alfano: «Oggi la scienza può dirci la verità su quel delitto»
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Etty Hillesum morì a 32 anni, il 30 novembre del '43, vicino ad Auschwitz Birkenau dopo 83 giorni di prigionia. Ebrea, convertitasi al cattolicesimo, Etty -olandese di Amsterdam, scrisse un diario che ripercorre gli ultimi anni della sua vita. Diario che si interrompe 83 giorni prima della sua morte quando, insieme con la famiglia, fu caricata in un carro bestiame. L'ultima sua testimonianza è una cartolina ch'ella scrisse mentre, inconsapevole, stava giungendo nel luogo dove la sua vita si sarebbe inesorabilmente compiuta. Quella cartolina, Etty la gettò dal finestrino del carro bestiame e mani amoreovli la raccolsero e la spedissero all'indirizzo della destinataria. Da allora di Etty non si seppe più nulla tranne l'arida menzione nell'elenco della Croce Rossa Internazionale che ne dichiarò la morte il 30 novembre '43. Cosa accadde in quegli 83 giorni? Quali dubbi, quali terrori affrontò questa giovane donna? Un amico, prima ancora che un validissimo collaboratore, ha pensato di "vestire" (non so come altro dire) i panni di Etty e ne Il dodicesimo quaderno ha immaginato che Etty continuasse il suo diario a coprire il tempo breve seppure interminabile di quella prigionia. Beppe Bovo, di lui stiam parlando, ha trovato ne La Meridiana, l'editore sensibile e capace che ha accettato di pubblicare questa sua opera prima.Etichette: CULTURA
Di Beppe Servegnini (da Il Corriere, edizione odierna)
Una (impossibile) giornata senza Rete
Il 29 ottobre 1969 veniva inviato il primo messaggio attraverso Arpanet. Oggi i giornalisti si dividono in due
I giornalisti in attività si dividono in due categorie. Non buoni e cattivi, come pensa qualcuno. Pre-internet e post-internet. I primi hanno iniziato la professione prima della metà degli anni 90, quando la Rete ha smesso di essere un termine per cibernetici, acrobati e pescatori. Si sono adattati alla novità, pena l’emarginazione e/o la disoccupazione. C’è addirittura chi l’ha capita, ma la notizia è in attesa di conferma. I secondi hanno cominciato a lavorare da meno di quindici anni: danno per scontato che le informazioni si trovano con Google, gli articoli si spediscono via email, i lettori protestano sui blog. Un mondo senza internet, per questi giovani colleghi, è impensabile. Proviamo ad aiutarli. Sapendo com’era, forse riusciamo a immaginare come potrebbe essere, il mestiere senza Rete. Ho ripensato la giornata di ieri, giovedì. Agenda alla mano: tutto uguale. Ma niente internet.
Ore 7. Volo TG 940. Arrivo dall’Asia. Malpensa, rispetto all’aeroporto di Bangkok, sembra lo scalo di una stazione termale. Per sapere cosa è accaduto ieri in Italia, compro il Corriere. Per conoscere le ultime notizie, devo aspettare di salire in macchina: alle 8 riesco a sentire il notiziario di Radio Montecarlo. Voglio conoscere il risultato tra Juventus e Sampdoria, tra governo e magistrati, tra Confindustria e fisco; o di un’altra delle infinite partite italiane. Se mi distraggo, devo aspettare il bollettino successivo. Oppure telefonare al giornale, dove ricevono le notizie d’agenzia.
Ore 9. A casa trovo un pacco di lettere. Per quindici giorni non sono riuscito a vederne che una decina, girate via fax in qualche albergo indocinese. Alcune richiedevano una risposta urgente. Prendo il telefono e comincio a chiamare qui e là. Ma in America è notte, in Europa è presto e in Asia non tutti sono al posto di lavoro. Posso provare al cellulare, è vero. Ma costa; e non sempre ho il numero.
Ore 10. Devo ricordarmi di vuotare la valigia, invasa di libri e ritagli. Così viaggia un giornalista o uno scrittore: carta dovunque, sperando che da qualche parte si nasconda l’informazione utile.
Ore 11. Ho incontrato i lettori, a Taiwan, in Vietnam, in Cambogia e in Thailandia. Emozionante: e chi li aveva mai sentiti prima, questi Italians? So che hanno scattato molte foto. Le stamperanno e me le spediranno. Speriamo di vederle prima di Natale.
Ore 13. Stasera ho promesso di fare il conduttore della serata per la «Robert F. Kennedy Foundation». Ci sarà anche Bill Clinton: confronteremo i rispettivi jet-lag. Mi dicono che la scaletta è cambiata. Devo mettere una sentinella davanti al fax sperando che si ricordino di mandarmi gli aggiornamenti.
Ore 16. Incontro al Corriere sul tema «E se cambiassi vita?». Per adesso ho dovuto solo cambiare la cassetta al registratore. Domani dovrò sbobinare tutto, scrivere il pezzo, inviarlo per fax, aspettare la pubblicazione, ricevere i commenti, pubblicarne alcuni.
Ore 18. Ho scritto al computer sul tema «Come sarebbe il mestiere senza internet». Prigioniero di questa ricostruzione, non so come spedire il pezzo. Posso stamparlo, sempre che trovi una stampante. Poi lo manderò per fax, e qualcuno lo ribatterà nel sistema.
Ore 19. Devo dire a Bill Clinton che, quando lui e Al Gore nel 1992 parlavano di information superhighways , pensavo delirassero. Invece - sembra incredibile - per una volta la politica ci aveva preso.
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che la forza sia con voi!
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Non avrei mai immaginato che il paese di Francesco d’ Assisi (Patrono d’Italia) che ha cantato nelle sue Laudi la bellezza di “sorella acqua” diventasse la prima nazione in Europa a privatizzare l’acqua! Giorni fa abbiamo avuto l’ultimo tassello che porterà necessariamente alla privatizzazione dell’acqua. Il Consiglio dei Ministri , infatti, ha approvato il 9/09/2009 delle “Modifiche” all’articolo 23 bis della Legge 133/2008 . Queste "Modifiche" sono inserite come articolo 15 in un Decreto legge per l’adempimento degli obblighi comunitari. Una prima parte di queste Modifiche riguardano gli affidamenti dei servizi pubblici locali, come gas, trasporti pubblici e rifiuti.
Le vie ordinarie - così afferma il Decreto - di gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica è l’affidamento degli stessi, attraverso gara, a società miste, il cui socio privato deve essere scelto attraverso gara, deve possedere non meno del 40% ed essere socio "industriale”. In poche parole questo vuol dire la fine delle gestioni attraverso SPA in house e della partecipazione maggioritaria degli enti locali nelle SPA quotate in borsa.
Questo decreto è frutto dell’accordo tra il Ministro degli Affari Regionali, Fitto e il Ministro Calderoli. E questo grazie anche alla pressione di Confindustria per la quale in tempo di crisi, i servizi pubblici locali devono diventare fonte di guadagno.
E’ la vittoria del mercato, della merce, del profitto. Cosa resta ormai di comune nei nostri Comuni? E’ la vittoria della politica delle privatizzazioni, oggi, portata avanti brillantemente dalla destra. A farne le spese è sorella acqua. Oggi l’acqua è il bene supremo che andrà sempre più scarseggiando, sia per i cambiamenti climatici, sia per l’incremento demografico. Quella della privatizzazione dell’acqua è una scelta politica gravissima che sarà pagata a caro prezzo dalle classi deboli di questo paese, ma soprattutto dagli impoveriti del mondo (in milioni di morti per sete!)
Ancora più incredibile per me è che la gestione dell’acqua sia messa sullo stesso piano della gestione dei rifiuti! Questa è la mercificazione della politica! Siamo anni luce lontani dalla dichiarazione del Papa Benedetto XVI nella sua recente enciclica Caritas in veritate dove si afferma che l’”accesso all’acqua” è "diritto universale di tutti gli esseri umani senza distinzioni e discriminazioni”.
Tutto questo è legato al “diritto primario della vita”. La gestione dell’acqua per il nostro Governo è assimilabile a quella dei rifiuti! Che vergogna! Non avrei mai pensato che la politica potesse diventare a tal punto il paladino dei potentati economico - finanziari. E’ la morte della politica!
Per cui chiedo a tutti di: - protestare contro questa decisione del governo tramite interlocuzioni con i parlamentari, invio di e.mail ai vari ministeri… - chiedere ai parlamentari che venga discussa in Parlamento la Legge di iniziativa popolare per una gestione pubblica e partecipata dell’acqua, che ha avuto oltre 400mila firme e ora ‘dorme’ nella Commissione Ambiente della Camera; - chiedere con insistenza alle forze politiche di opposizione che dicano la loro posizione sulla gestione dell’acqua e su queste Modifiche alla 23 bis; - premere a livello locale perché si convochino consigli comunali monotematici per dichiarare l’acqua bene comune e il servizio idrico “privo di rilevanza economica”; - ed infine premere sui propri consigli comunali perché facciano la scelta dell’Azienda Pubblica Speciale a totale capitale pubblico: è l’unica strada che ci rimane per salvare l’acqua.
Sarà solo partendo dal basso che salveremo l’acqua come bene comune, come diritto fondamentale umano e salveremo così anche la nostra democrazia. E’ in ballo la Vita perché l’Acqua è Vita!
( Fonte: megachipdue.info / Autore: Alex Zanotelli )
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Dante e Verga? Basta. Mi son de Trieste
Lettera aperta al ministro Gelmini di Claudio Magris
(Da Il Corriere della Sera, data odierna)
Signor ministro, mi permetto di scriverLe per suggerirLe l'opportunità di ispirare pure la politica del Ministero da Lei diretto, ovvero l'Istruzione — a ogni livello, dalla scuola elementare all'università — e la cultura del nostro Paese, ai criteri che ispirano la proposta della Lega di rivedere l'art. 12 della Costituzione, ridimensionando il Tricolore quale simbolo dell'unità del Paese, affiancandogli bandiere e inni regionali. Programma peraltro moderato, visto che già l'unità regionale assomiglia troppo a quella dell'Italia che si vuole disgregare.Ci sono le province, i comuni, le città, con i loro gonfaloni e le loro incontaminate identità; ci sono anche i rioni, con le loro osterie e le loro canzonacce, scurrili ma espressione di un’identità ancor più compatta e pura. Penso ad esempio che a Trieste l'Inno di Mameli dovrebbe venir sostituito, anche e soprattutto in occasione di visite ufficiali (ad esempio del presidente del Consiglio o del ministro per la Semplificazione) dall’Inno «No go le ciave del portòn», triestino doc.Ma bandiere e inni sono soltanto simboli, sia pur importanti, validi solo se esprimono un'autentica realtà culturale del Paese. È dunque opportuno che il Ministero da Lei diretto si adoperi per promuovere un'istruzione e una cultura capaci di creare una vera, compatta, pura, identità locale.La letteratura dovrebbe ad esempio essere insegnata soltanto su base regionale: nel Veneto, Dante, Leopardi, Manzoni, Svevo, Verga devono essere assolutamente sostituiti dalla conoscenza approfondita del Moroso de la nona di Giacinto Gallina e questo vale per ogni regione, provincia, comune, frazione e rione. Anche la scienza deve essere insegnata secondo questo criterio; l'opera di Galileo, doverosamente obbligatoria nei programmi in vigore in Toscana, deve essere esclusa da quelli vigenti in Lombardia e in Sicilia. Tutt'al più la sua fisica potrebbe costituire materia di studio anche in altre regioni, ma debitamente tradotta; ad esempio, a Udine, nel friulano dei miei avi. Le ronde, costituite notoriamente da profondi studiosi di storia locale, potrebbero essere adibite al controllo e alla requisizione dei libri indebitamente presenti in una provincia, ad esempio eventuali esemplari del Cantico delle creature di San Francesco illecitamente infiltrati in una biblioteca scolastica di Alessandria o di Caserta.Per quel che riguarda la Storia dell’Arte, che Michelangelo e Leonardo se lo tengano i maledetti toscani, noi di Trieste cosa c’entriamo con il Giudizio Universale? E per la musica, massimo rispetto per Verdi, Mozart o Wagner, che come gli immigrati vanno bene a casa loro, ma noi ci riconosciamo di più nella Mula de Parenzo, che «ga messo su botega / de tuto la vendeva / fora che bacalà».Come ho già detto, non solo l’Italia, ma già la regione, la provincia e il comune rappresentano una unità coatta e prevaricatrice, un brutto retaggio dei giacobini e di quei mazziniani, garibaldini e liberali che hanno fatto l'Italia. Bisogna rivalutare il rione, cellula dell'identità. Io, per esempio, sono cresciuto nel rione triestino di Via del Ronco e nel quartiere che lo comprende; perché dovrei leggere Saba, che andava invece sempre in Viale XX Settembre o in Via San Nicolò e oltretutto scriveva in italiano? Neanche Giotti e Marin vanno bene, perché è vero che scrivono in dialetto, ma pretendono di parlare a tutti; cantano l’amore, la fraternità, la luce della sera, l’ombra della morte e non «quel buso in mia contrada»; si rivolgono a tutti — non solo agli italiani, che sarebbe già troppo, ma a tutti. Insomma, sono rinnegati.Ma non occorre che indichi a Lei, Signor Ministro, esempi concreti di come meglio distruggere quello che resta dell’unità d’Italia. Finora abbiamo creduto che il senso profondo di quell’unità non fosse in alcuna contraddizione con l'amore altrettanto profondo che ognuno di noi porta alla propria città, al proprio dialetto, parlato ogni giorno ma spontaneamente e senza alcuna posa ideologica che lo falsifica. Proprio chi è profondamente legato alla propria terra natale, alla propria casa, a quel paesaggio in cui da bambino ha scoperto il mondo, si sente profondamente offeso da queste falsificazioni ideologiche che mutilano non solo e non tanto l’Italia, quanto soprattutto i suoi innumerevoli, diversi e incantevoli volti che concorrono a formare la sua realtà. Ci riconoscevamo in quella frase di Dante in cui egli dice che, a furia di bere l'acqua dell’Arno, aveva imparato ad amare fortemente Firenze, aggiungendo però che la nostra patria è il mondo come per i pesci il mare. Sbagliava? Oggi certo sembrano più attuali altri suoi versi: «Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province, ma bordello!». Con osservanza
Che la forza sia con voi!
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Per tutto il mese di agosto, ed in special modo nei week end, è posibile vivere una esperienza unica: camminare lungo la diga del Vajont accompagnati da guide esperte che spiegano, nei minimi dettagli, ciò che accadde quel 9 ottobre 1963 quando una frana staccatasi dal monte Toc provocò una valanga d'acqua, di rocce e massi che spazzò via la valle di Longarone. Prima di arrivare alla diga, consiglio una sosta nel cimitero monumentale del Vajont (Longarone) che ospita anche un piccolo museo ove sono stati raccolti gli oggetti appartenuti alle vittime di quel disastro. Oggi "Repubblica" pubblica questa notizia:
Le carte salvate del Vajont
digitali e pubbliche nel 2011
Nella tensione dell'Aquila terremotata si riesce a scrivere un nuovo capitolo sulla memoria storica del Vajont. Scampate alla notte del 6 aprile, in cui andò distrutto l'Archivio di Stato che le custodiva, le carte del processo della tragedia del Vajont, che si svolse all'Aquila per legittima suspicione, non solo hanno trovato una sede adeguata nel nuovo Archivio che si inaugura il 30 luglio a Bazzano nella periferia est del capoluogo abruzzese, ma dopo l'estate verranno trasferite in blocco all'Archivio di Stato di Belluno. Sarà proprio lì, in un soggiorno temporaneo ma epocale (perché mai uscite prima), che partirà la monumentale operazione di conversione digitale dei materiali che documentano le fasi salienti del processo, dal 1969 al 1971, che ricostruiscono fatti e responsabilità dell'inondazione della vallata del Vajont avvenuta il 9 ottobre del 1963. Tra poco meno di due anni, quindi, la memoria processuale sarà resa del tutto pubblica. Per l'esattezza, dal 26 marzo del 2011, ventiquattrore dopo la scadenza ufficiale del vincolo di riservatezza previsto secondo la legge italiana per i quarant'anni dalla conclusione del processo. "Il 20 maggio è stato sottoscritto tra il Comune dell'Aquila e quello di Longarone - annuncia Luciano Scala, direttore generale per i Beni archivistici - un nuovo impegno in via del tutto eccezionale a trasferire con l'assenso della presidenza del Tribunale dell'Aquila, le carte dall'Archivio di Stato del capoluogo abruzzese a quello di Belluno. Abbiamo deciso di proseguire proprio a Belluno, in collaborazione coi Comuni di Longarone e Castellavazzo che materialmente sostengono tutta l'operazione, l'importante procedura di digitalizzazione dei documenti, che chiaramente all'Aquila avrebbe incontrato dei ritardi". La documentazione cartacea del processo, circa 240 faldoni sopravvissuti al terribile sisma perché chiusi in sette armadi blindati, insieme agli elaborati progettuali del Vajont, ossia i progetti architettonici fuori misura, sono ora già nella nuova sede dell'Archivio. "Una volta trasferite - dice Scala - le carte saranno inventariate e analizzate da un pool di specialisti formato da archivisti dell'Aquila e di Belluno insieme ai tecnici scientifici del professor Maurizio Reberschack, l'insigne storico della tragedia del Vajont che lavora da Venezia in continuo contatto con le autorità di Longarone. Quindi si procederà alla grande operazione di riproduzione digitale".
Quando si parla di faldoni processuali si intendono, come ci tiene a sottolineare Scala, "tutti i verbali, le testimonianze, le perizie tecniche, le sentenze, le progettazioni dell'impianto, tutte le fasi di costruzione della struttura dal 1925, fino addirittura ai quindici quaderni con gli appunti redatti da Carlo Semenza, l'ingegnere della diga". "L'operazione di riproduzione digitale di tutte le carte prevede un costo di 400mila euro, ma se ci si concentra solo su un nucleo di documenti di interesse primario la spesa si aggira intorno agli 80mila euro", spiega Agostino Attanasio, per anni il direttore dell'Archivio di Stato dell'Aquila. Quella del 2011 è solo una prima tappa, come annuncia Scala: "Tutto si inquadra nel progetto dell'Archivio diffuso del Vajont che avrà vita nel 2013, nell'anniversario dei cinquant'anni dalla tragedia. L'obiettivo è creare un sistema di informazioni pubbliche sulla vicenda, mettendo insieme tutti i documenti custoditi presso gli archivi della Prefettura, del Senato, del Genio Civile, delle società coinvolte come l'Enel e Montedison, delle banche, della Rai e dell'Istituto Luce, fino a quelle dei legali e dei giornalisti che si occuparono del Vajont". In attesa della trasferta, la memoria del Vajont riposa nel nuovo Archivio di Stato abruzzese, ordinata e inscatolata per partire alla volta di Belluno, custodita in quella che diventa, nel caos dell'Aquila - come sottolinea Scala - "la prima struttura culturale realmente funzionante dopo il terremoto, creata a tempo record con lo spirito di salvare tutti i documenti della città, oltre dieci chilometri di carte storiche di inestimabile valore, ma anche di accogliere il pubblico".
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E dunque, ad ottobre, siamo ancora a congresso: il 2° in due anni che eleggerà il 3° segretario nazionale in due anni. Un record. Al solito con reogle assolutamente particolari e balzane (del resto, se non lo fossero non saremmo noi; mai visto un partito di centrosinistra con regole chiare): gli iscritti indichjeranno i 3 candidati che, successivamente (il 25 ottobre), si sottopporranno ad elezioni primarie aperte a tutti (e che importa se, magari, qualche elettore leghista o del pdl partecipa pure lui giusto per fare qualche...scherzetto?). In questo momento, lo dico con franchezza, un poco mi diverto a dire a qualcuno che sto con Franceschini, a qualcun'altro con Bersani o - perché no? - con Adinolfi. Continuo a credere che non sia un problema di nomi nè di ex appartenenze. Di più: dalle prime adesioni all'uno o all'altro dei due principali candidati mi pare che stavolta davvero vi sia la possibilità di un "rimescolamento" che segni un deciso passo in avanti nella costruzione di questo partito nuovo (che a costo di essere chiamato "nuovo" rischia altrimenti di essere già vecchio): Letta e Bindi con Bersani (senza dimenticare l'amico Marco Stradiotto); la Seracchiani 8certo che da una euroodeputata mi sarei aspettato un poco di più che il dire "voto Franceschini perché mi è simpatico" ma, d'altra parte, io su youtube non ci andrò mai) con Franceschini insieme a Fioroni e Fassino. Ora però, prima di scegliere, occorre conoscere le proposte. E capire quale sia quella maggiormente corrispondente alla idea di partito che ciascuno di noi ha. Personalmente io credo che il PD debba essere:Etichette: CULTURA


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Tra palco e realtà titolo questo post .....
Da Il Corriere della Sera di oggi:
L’ex vicepremier: nel nostro programma più slancio all’integrazione
«No al Pd con i socialisti a Strasburgo Lanciamo noi il Gruppo Europeista»
Rutelli: voterò contro la scelta del segretario. Andarmene se nulla cambia? Vedremo

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Di lui Messner con tipica semplicità montanara ebbe a dire soltanto: cuore e polmoni, fu l'ultimo eroe. E sarà anche vero (come ebbe modo di dimostrare al termine di una complicatissima e lunga indagine la commissione di inchiesta appositamente costituita dal CAI) che il 31 luglio del 1954 lui, insieme a Lino Lacedelli, in vetta al K2 ci arrivarono usando bombole e maschere (e dunque acclarando la verità storica da sempre sostenuta da Walter Bonatti; dichiarò l'Achille: "il K2 non l'hanno conquistato Compagnoni e Lacedelli . L'ha conquistato una piramide umana di persone che col lavoro di mesi ha reso possibile il raggiungimento dell'obiettivo") ma intanto l'Achille è stato il primo a toccare quota 8611 metri lungo la via "normale" che poi in pochissimi tentarono stante la sua enorme difficoltà e pericolosità (il K2 è tutto, ma proprio tutto, difficile; basti pensare che dal 1954 ad oggi solo 285 uomini e 11 donne sono saliti fino in vetta e ben 31 di questi sono morti scendendone). E per chi va in montagna, con cuore e passione, con senso di libertà ma anche amore profondo, il K2 non è "solo" la seconda montagna più alta del mondo ma è, molto più semplicemente, "la vetta": quella che quando raggiungi puoi dirti nell'Olimpo degli eroi, degli dei, di coloro ai quali davvero tutto, ma proprio tutto, ora è permesso. Anche di morire in un letto d'ospedale a 94 anni come toccato in sorte all'Achille (Compagnoni va aggiunto, ma quando si parla di montagna lui è semplicemente l'Achille) che se ne è andato l'altra notte ad Aosta per via di alcuni malanni che da tempo si trascinava dietro. Ciao Maestro e se sei già salito sul tuo amato Cervino continua a guardarci con quei tuoi occhi che ridevano delle nostre miserie umane.
Quando senti che tutto sta per finire se sei un uomo probabilmente ti disperi, se sei un poeta riesci a fare questo:Etichette: CULTURA