venerdì 9 aprile 2010

MEMORIE DI PAESAGGIO

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lunedì 29 marzo 2010

MEMORIE DI PAESAGGIO





























Che la forza sia con voi!

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lunedì 22 marzo 2010

APPELLO

Da Il Corriere della Sera:




«Il sangue, i vestiti, il plantare Riapriamo il caso Pasolini»






Veltroni scrive ad Alfano: «Oggi la scienza può dirci la verità su quel delitto»


Gentile Ministro Alfano, vorrei cominciare questa lettera aperta con parole che vengono da lontano nel tempo: «Ritiene il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all’Idroscalo il Pelosi non era solo». È così che il presidente del Tribunale dei minorenni Alfredo Carlo Moro fissò il suo giudizio e il senso della sentenza con la quale il Pelosi fu condannato a quasi dieci anni di reclusione per l’uccisione di Pier Paolo Pasolini, intellettuale italiano. Le sentenze successive hanno confermato la responsabilità del ragazzo ma hanno sostenuto che lui fosse solo, quella notte. La verità processuale è fissata in quel giudizio della sentenza di secondo grado: «È estremamente improbabile che Pelosi abbia potuto avere uno o più complici». «Estremamente improbabile» non significa «assolutamente impossibile». D'altra parte quel ragazzo, uno che sembrava sociologicamente e fisicamente l'incarnazione di un personaggio pasoliniano, aveva fornito una confessione piena che escludeva il concorso di altri. Dunque perché cercare ancora?
Ma l’inchiesta, come hanno documentato in modo inappuntabile su «Micromega» Gianni Borgna e Carlo Lucarelli, fece acqua da tutte le parti. Come molte indagini di quegli anni. Ho rivisto in tv, in questi giorni, le immagini girate da quel grande giornalista che si chiamava Paolo Frajese a via Fani il sedici marzo del 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro, presidente della Dc e fratello del giudice Alfredo Carlo. Frajese faceva il suo dovere indugiando con il suo cameraman in mezzo ai corpi riversi a terra, ai berretti delle false divise, ai bossoli dei colpi sparati da terroristi e dai poveri agenti della scorta. C’erano decine di persone che passeggiavano sulla scena del più clamoroso attacco alla Repubblica. Qualcuno calpestava i proiettili, qualcun altro armeggiava con le portiere delle auto. Una follia. E non credo che ci appaia così solo perché ora tutti hanno imparato dall’America che la prima cosa da fare è isolare la scena del delitto. Era una follia, e peggio, anche allora. Era successa la stessa cosa nelle ore immediatamente successive all’omicidio di Pasolini nel buio desolato dell’Idroscalo di Ostia. Quando la polizia si era portata lì, nelle prime ore del mattino, c’erano dei curiosi attorno al corpo e di lì a poco, nel campetto attiguo, si sarebbe giocata una partita di calcio con tanto di pallone che cadeva nella zona del delitto e veniva rinviata da poliziotti gentili. Spariscono tracce, specie quelle degli pneumatici e dei passi. Indizi che credo sarebbero stati utili per accertare quante persone si fossero trovate lì e la dinamica dei fatti. L'automobile, la «stanza» fondamentale delle prove, viene consegnata alla scientifica solo quattro giorni dopo il delitto. In quella Alfa 2000 ci sono un maglione e un plantare per scarpe che non appartengono né a Pasolini né a Pelosi. C'è sulla portiera del passeggero, non quella del guidatore nella quale il ragazzo dice di essersi infilato di corsa per fuggire, una macchia di sangue, come l'impronta di una mano appoggiata. Ma l’auto, nel deposito della polizia, era rimasta aperta e sotto la pioggia.
Poi c’è un altro particolare. Pelosi ha solo un graffio sulla testa e una macchia di sangue sul polsino. È assai strano che sia così se le cose sono andate come lui ha raccontato, se c’è stata la feroce colluttazione che il ragazzo descrive nel suo volume «Io, angelo nero»: «Lui si trasformò in una belva. I suoi occhi erano rossi rossi e i tratti del viso si erano contratti fino ad assumere una smorfia disumana... Lo stesso bastone me lo tirò in testa, io mi sentii spaccare in due, il cuore mi batteva fortissimo. Lui si fermava poi ribatteva ancora... Fatto qualche metro mi afferrò e mi tirò un cazzotto sul naso...», poi il racconto di una rissa selvaggia. Pasolini verrà ritrovato pressoché irriconoscibile, un «grumo di sangue». Ma a Pelosi basta, come raccontò, fermarsi ad una fontanella. Potrei continuare. Ma vorrei tornare alle parole del giudice Moro. Non credo che fosse un «complottista». Credo avesse osservato dati di fatto e incongruenze. Chi poteva avere interesse ad uccidere Pasolini? Sulle colonne di questo giornale aveva scritto meno di un anno prima il famoso articolo «Il romanzo delle stragi », quello in cui diceva di sapere «i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer o sicari... Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore che... coordina anche fatti lontani, che mette insieme pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero».
Non so se queste parole abbiano preoccupato qualcuno, se abbia preoccupato il lavoro che conduceva per la scrittura di «Petrolio». Ma erano anni bastardi, non dimentichiamoli. Anni in cui da destra e da sinistra venivano compiuti, come fossero normali, atti inauditi. Ai quali spesso seguivano appelli ben firmati per la libertà dei responsabili. Come accade per gli assassini dei fratelli Mattei che ora sono liberi in Sudamerica. Anni bastardi, nei quali poteva bastare essere una donna e civilmente impegnata per essere sequestrata e violata, come accadde a Franca Rame. Anni nei quali si facevano stragi e si ordivano trame. Non bisogna essere «complottisti» per domandarsi cosa diavolo c'entrasse la banda della Magliana con la scomparsa di una giovane cittadina vaticana o con l'intricata vicenda del Banco Ambrosiano o con il rapimento di Moro. Ma al di là delle convinzioni personali e persino al di là della ricerca di una matrice politica del delitto Pasolini esistono una serie di evidenze sulle quali oggi forse si può fare chiarezza. E non solo perché nel 2005 Pelosi ha ritrattato tutto dichiarando che ad uccidere Pasolini erano stati tre uomini che lui non conosceva. Ha detto molte verità il ragazzo e, dunque, forse nessuna verità. Mi domando che interesse avesse, in quel momento, a riaprire una vicenda per la quale aveva già scontato la pena. Mi domando se forse il tempo passato non avesse rimosso ciò che, negli anni del delitto, gli faceva paura.
Ma non conta. Stiamo ai dati di fatto: il paletto insanguinato, i vestiti, il plantare. Oggi le nuove tecnologie investigative consentono, come è avvenuto per via Poma, di riaprire casi del passato. Anche qui voglio usare parole non mie ma quelle che nascono dall’esperienza di Luciano Garofano, che ha diretto il Reparto Investigazioni scientifiche di Parma. Garofano è coautore con il biologo Gruppioni e lo scrittore Vinceti di un libro che si è occupato del caso Pasolini. «Oltre alle analisi del Dna che si potrebbero effettuare su molti reperti (alcuni dei quali mai sufficientemente presi in considerazione: il plantare, il bastone, la tavoletta...), attraverso lo studio delle tracce di sangue e di sudore, le scienze forensi vantano oggi un nuovo, importante alleato... La disponibilità degli abiti di Pasolini ma soprattutto quelli di Pelosi, ci consentirebbe di ottenere importanti informazioni sulla modalità dell’aggressione. Dallo studio delle macchie di sangue ancora presenti, si potrebbe infatti stabilire (e magari confermare) la tipologia di armi usate per colpire, le posizioni reciproche dell’omicida e della vittima e riscontrare quindi l’attendibilità della versione fornita allora da Pelosi... Un caso che, come tanti altri enigmi del passato, non possiamo considerare chiuso».
Ecco, signor Ministro, è questo che voglio chiederle. Per questo, come per altri fatti della orribile stagione del terrore (come il caso di Valerio Verbano o gli altri che con il sindaco Alemanno abbiamo proposto alla sua attenzione) ora si può, si deve continuare a cercare la verità. Forse saranno smentite le convinzioni del giudice Moro, forse ci sarà una nuova ricostruzione. I magistrati a Roma hanno lavorato con dedizione e scrupolo alla soluzione del delitto di uno dei più grandi intellettuali del nostro tempo. Ora la scienza e le tecnologie possono aiutarci a dire una parola definitiva. E lei, fornendo un impulso all’iniziativa della giustizia potrà assolvere ad una funzione assai rilevante. Conviviamo da anni con un numero di ombre insopportabile. Più ne dissiperemo e meglio sarà per tutti noi, per il nostro meraviglioso Paese. E più ancora della verità giudiziaria credo ci debba oggi interessare la verità storica. Grazie, Signor Ministro, della sua attenzione.
Walter Veltroni
Che la forza sia con voi!

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venerdì 26 febbraio 2010

CONTROCORRENTE

Credo che spessissimo le sue idee siano invise ai più (a me no) . Ma questa riflessione che don Giorgio (de Capitani, s'intende) ha pubblicato sul suo sito credo valga la pena sia letta da tutti...
Visto che la parola religione sembra tabù e, di conseguenza, tutto ciò che richiama la religione; visto che della stessa religione non è rimasto che il guscio, e tutto ciò che lo compone; visto che quella specie di “religiosi” di oggi se ne frega della stessa loro religione prendendola per il culo (non c’è altra parola più mordente); visto che sembra impossibile ormai presupporre che ci sia almeno quel minimo di capacità critica sufficiente a dare inizio a un discorso dialogico; visto che a lasciare le cose come stanno si finisce per impazzire di rabbia e di inettitudine; non ci rimane che un rimedio: spezzare i pregiudizi, la cocciutaggine mentale, l’analfabetismo culturale, la supponenza dei barbari, e, prima ancora, tentare di chiarire almeno qualche termine; e il termine in gioco, dove si gioca la propria vita e Dio stesso, è proprio “religione”.
Etimologicamente, religione (dal latino “religare”) significa “legame” (anzitutto, legame con la divinità). Che la parola Lega derivi anch’essa da “ligare”, ovvero “legare”? Certo che sì. Lascio a voi tirare qualche conseguenza. A me mette i brividi ogni legame, a voi no?
C’è, dunque, una strana stravagante affinità tra la religione e la Lega. In quale misura? Una cosa è certa: la Lega rende ancora più dura la religione, e di bavagli ne mette o, forse meglio dire, di cappi.
Torniamo alla religione. Vorrei essere chiaro, anche se so che, tenendo conto della lista iniziale del “visto che...”, non sarà facile farmi del tutto capire. Eppure basterebbe poco: un filo di luce! Se ci fosse, sarei qui a stendere queste righe?
Sono stato più volte accusato di non essere un prete: certo, non lo sono per coloro che fanno della religione un dogma di fede e prendono i preti come ministri di tale religione. Anche qui, sapete cosa significa “ministro”? Deriva dal latino “minor”, “minus” (minore, meno), quindi: uno che si fa minore, meno, per servire... Ministro è colui che serve, si fa servo, - attenti alla parola “schiavo” che ricorda cose mostruose - nel senso evangelico di colui che ama annullandosi in tutti i suoi poteri, nelle sue cariche, nei suoi titoli onorifici, nei suoi studi, nelle sue lauree, nella sua stessa fede religiosa o politica...
Ministro, dunque, ovvero servo, ma... di chi o di che? Forse della religione, che è un legame? Neppure Dio mi potrebbe legare: che Dio sarebbe? Non certo il Dio in cui io credo. Amo il Dio che ama la libertà.
E qui potrei fare una parentesi: certo che mi ritengo ateo, e lo sono, se il dio che mi viene imposto è il dio dei legami, o, meglio, il dio fatto su misura del potere che lega le coscienze dei propri sudditi. In questo dio non credo, e sono ateo! Credo in un Dio che non conosco ma so che esiste, che è così puro, proprio perché non lo conosco, - appena conosco un qualcosa me lo prendo, e me lo consumo - da vederlo però nella Bellezza dell’Universo: più che vederlo, intravederlo...
Io, prete, sono ministro dell’Universo, e non di una Chiesa struttura, alla quale appartengo, certo, ma non per esserne uno schiavo. Appartengo ad una Chiesa nella misura in cui essa si fa ministra dell’Universo. Mi servo della Chiesa per servire, e non viceversa. Servire l’Umanità.
Prete, dunque, di una Chiesa che si fa ministra dell’Universo, e non di una religione che crea solo legami tali da rendermi schiavo di essa. La religione più che servire si fa servire. Come far capire queste semplicissime cose a quella massa di “adepti” di una religione, idolatra di se stessa, ovvero di un dio che essa si inventa o si costruisce o manipola a tal punto da rendere i suoi devoti tanto obbedienti da essere perfetti automi?
Non sono solo mie idee: tutti sanno che il cristianesimo non è una religione, e perciò tutti dovrebbero sapere che il vero “cristiano” non è al servizio di una religione. Ciò detto, tirate voi le conseguenze. Vi aiuto?
Il cristiano, e per di più il ministro di Dio, di quel Dio che è Padre universale, Bellezza infinita, Gratuità assoluta - questo è il Dio in cui credo, non importa se è ancora solo Utopia - si sente responsabile di questa Umanità, e oltre, se l’Umanità è solo una parte dell’Universo.
Scusate se insisto, ma sarebbe ora di convincerci che non siamo noi il centro dell’Universo.
Forse un domani ci accorgeremo che siamo solo un granello di polvere. Un granello di polvere che ha preteso di farsi una propria religione, con un suo dio, tutto intento a dar retta a un pugno di polvere. Eppure il Figlio di Dio si è fatto polvere umana, anche lui un granello di polvere, uno di noi, sperduto nell’immenso Universo. Forse sta qui il paradosso della mia fede: fede nell’Universo che si perde nell’Infinito, e credere nell’Infinito che si è fatto un granello dell’Universo. E ci appelliamo, per giustificare il paradosso, alla scintilla divina, che è l’intelligenza umana. Ci appelliamo all’anima… Forse non conosciamo ancora nulla dell’Universo, ecco perché ci crediamo chissà chi, e dimentichiamo tutta quella cattiveria che pretende di disfare un immenso capolavoro che crediamo “nostro”.
Non vi siete mai posti la domanda: da quando esiste l’uomo sulla terra - da quando? già qui andremmo in crisi! - c’è stato un momento di felicità che non sia stato sopraffatto dalla sofferenza, c’è stato un momento di pace che non sia stato ferito da un atto di violenza o da quel mostro infernale che noi chiamiamo guerra?
Perché parliamo di intelligenza, e pensiamo alle cose più belle, se poi le cose belle non provengono da ciò che noi chiamiamo intelligenza? L’uomo è solo uno stupido, capace di rendere brutte le cose più belle, di schiacciare un fiore accendendo una candela ai santi, e mentre l’accende odia il vicino di casa.
La Bellezza ci salverà! E nel frattempo ci sentiamo dei dannati! Dannati dalla bruttezza, il nostro pane quotidiano. Pensate alla religione. Cose orrende, compiute in nome di quale dio? Secondo voi la religione ci offre il Dio della Bellezza? Ed io dovrei essere il ministro della Bruttezza? La Bellezza è sicura là dove l’essere umano non arriva, e per fortuna non arriverà ad abbracciare l’Universo, perché siamo un granello di polvere nell’immenso Universo.
Se dovessi essere costretto a parlare di religione, parlerei della religione dell’Universo. Ma l’Universo non ha religione. La Bellezza non ha religione. Ministro dell’Universo, e ciò mi spaventa. Perché ministro? Ovvero, servo? L’Universo non ha bisogno di farsi servire.
Forse un domani l’essere umano capirà di essere parte di un Tutto di cui oggi vede solo la cornice di uno sgorbio che non capisce di essere brutto. Non basta dire che ci sono anche le cose belle, che bisogna essere ottimisti...
Mi chiedo: che senso ha vivere in un mondo come il nostro, dove o si pensa al dio della religione, una specie di droga, o si lotta per sopravvivere?
Io mi sento schiacciato da un male infernale che brucia i corpi e le anime, nel gioco perverso di un potere umano che non dà tregua, e provo orrore per l’inettitudine dei giusti che vedono, soffrono, e se ne stanno zitti.
Sarebbe già qualcosa parlare o poter parlare, ma vedo che il potere non lo permette e la religione narcotizza gli spiriti liberi. Non siamo neppure all’anno zero.
Se lo fossimo, avremmo una speranza di partire.
Che la forza sia con voi!

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mercoledì 17 febbraio 2010

VERITA

Dal Tgcon:

Fu la malaria a uccidere Tutankamon
Il Dna del faraone bambino, salito al trono all'età di 9 anni e deceduto a 19, non si limita a svelare il motivo della sua morte da tempo al centro di svariate teorie, rivela anche particolari del suo fisico e del suo patrimonio genetico. Il test è stato svolto da un team di scienziati, tra i quali anche degli italiani.
Da quando la sua tomba è stata ritrovata praticamente intatta nel 1992, la mummia di Tutankamon è stata al centro di studi svolti per comprendere meglio sia la sua figura sia la XVIII dinastia egizia. Vissuto tra il 1341 e il 1323 a.C., il faraone ha solleticato la curiosità di molte comunità scientifiche e, dopo anni, è arrivato il verdetto basato sul test del genoma. La sua morte è da imputare alla malaria, che ha vinto sul suo corpo indebolito da un'insufficienza immunitaria causata da una frattura ossea. Nella sua tomba sono stati rinvenuti anche dei bastoni, particolare che ha indotto il team di scienziati a confermare questa teoria e a svolgere altri studi che hanno confermato una malformazione al piede. Pare così definitivamente svelato il motivo della morte di Tutankamon, legato ad una necrosi ossea che, unita alla malaria, ne ha provocato il decesso. Ma il suo DNA ha svelato altri particolari e ne ha smentiti altri. I tratti femminili del faraone avevano indotto alcuni studiosi, in assenza di basi scientifiche, a pensare che fosse affetto da ginecomastia, una condizione secondo la quale il seno dell'uomo diventa prominente, possibilità scartata dai risultati del test del genoma. Ne risulta che i tratti femminei del giovane regnante siano da ricondurre agli usi e ai costumi dell'epoca. Il DNA ha fornito altre informazioni, individuando in Akhenaton e in sua sorella i genitori di Tutankamon. I risultati di questi esami, molto attesi nell'ambiente, permettono di fare luce sulla morte del giovane faraone, sulla quale sono state ventilate diverse ipotesi, dall'avvelenamento alla setticemia, dall'embolia alla morte violenta.
Giuditta Mosca
Che la forza sia con voi!

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giovedì 21 gennaio 2010

W LA S(Q)UOLA????

Un mio insegnante di lettere, al Liceo, esortava chi non aveva particolare amore per l'italiano (cosa non scandalosa giacché si era in un Liceo Scientifico) sostenendo che il "saper scrivere" nella liungua madre era utilissimo non foss'altro che per saper compilare un curriculum vitae...
All'Università ricordo ancora come alcuni docenti si rammaricavano perché, di fatto, l'unica "prova scritta" cui erano tenuti gli studenti di Lettere era la tesi di laurea così che spesso ci si trovava di fronte ad aspiranti insegnanti che non andavano particolarmente d'accordo con la materia che sarebbero stati chiamati ad impartire alle nuove generazioni.
Ora questo grido d'allarme è ripetuto sempre più spesso. A partire dall'Accademia della Crusca per finire proprio con i più importanti atenei italiani che, per correre ai ripari, impongono alle matricole test di conoscenza dell'italiano. Oggi apprendiamo che, con un emendamento al disegno di legge sul lavoro collegato alla Finanziaria, di fatto già a 15 anni si può interrompere gli studi preferendo il lavoro al completamento della scuola dell'obbligo (innalzata, come si sa, a 16 anni).
Mi pare una grandissima sciocchezza. Non solo a me. Ma ad esempio all'ex ministro Beppe Fioroni che oggi a Repubblica dichiara L'Italia è un paese che ancora ha pochi laureati e il 40% di coloro che hanno un basso livello di istruzione - il diploma di terza media per intenderci - resta più a lungo senza lavoro e, spesso (aggiungo io) poi ha molte più difficoltà di ricollocarsi in caso di prematura cessazione del rapporto lavorativo in atto. Nè mi pare bastevole la "giustificazione" che il ministro Sacconi ("il 5,4% dei ragazzi tra i 14 e 16 anni né studia né lavora" ha dichiarato a Il Sole24ore) ha adotto per spiegare l'utilità dell'emendamento: se anziché Tremonti, infatti, a decidere le politiche scolastiche in questo Paese fosse il vero ministro della pubblica istruzione si potrebbe/dovrebbe, anziché tagliare e tagliare, investire nella scuola per individuare percorsi alternativi (che uniscano il sapere pratico con l'istruzione) da offrire a quanti non hanno voglia di studiare. Perché se è lecito che un adolescente non abbia amore per lo studio e per i libri, è una insipienza che i grandi non si preoccupino del suo futuro. Che non è nell'oggi per oggi ma in tutta la vita.
Che la forza sia con voi!


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mercoledì 4 novembre 2009

L'ULTIMO SALUTO

Sono nata il 21 a Primavera
DI ALDA MERINI


Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.
Che la forza sia con voi!



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martedì 3 novembre 2009

LIBRI

Sulla vita e le opere di John Fitzgerald Kennedy molto è stato scritto. Esiste una bibliografia davvero imponente (un buon punto di partenza è I 1000 giorni di JFK alla Casa Bianca, di Arthur Schlesinger jr, edito da BUR) cui si aggiungono (e talvolta si sovrappongono) molti volumi dedicati a quel maledetto 22 novembre 1963, quando a Dallas, il trentacinquesimo Presidente degli USA venne assassinato. Posseggo gran parte di questi volumi perché l'epopea di Camelot (così venne chiamata la "Casa Bianca" kennedyana) mi ha sempre affascinato. Oggi voglio segnalarvi l'ultimo arrivato di questa sterminata bibliografia. Si intitola Dallas, 22 novembre 1963. A scriverlo Adam Braver e a pubblicarlo nel nostro Paese è Einaudi nella sua collana stile libero.
Dico subito che è un libro affascinante. Perché si tratta di una specie di viaggio psicologico, introspettivo tra i pensieri, le emozioni e i sentimenti di alcuni personaggi collaterali al dramma kennedyano ma ugualmente decisivi: cosa ha pensato, cosa ha provato - ad esempio - il poliziotto motociclista che si trovava accanto a Kennedy? E l'autista della Lincoln presidenziale? E il medico che, al Pronto Soccorso, cercò di bloccare il feretro per ulteriori esami? Domande che trovano risposte sottili, emozionanti, palpitanti nelle 177 pagine di questo pamphlet. Che, e non potrebbe essere altrimenti, ha un filo conduttore, un personaggio principale in Jaqueline Bouvier in kennedy, la giovane moglie di origine canadese che, dopo aver accompagnato il marito a Dallas, ne scorterà il cadavere indossando quel completo rosa sporco del sangue di JFK....
Che la forza sia con voi!

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lunedì 2 novembre 2009

LACRIME



Ha ragione Maurizio Costanzo che con ineguagliabile sintesi afferma: i distratti sappiano che oggi è morto un grande poeta.
Sì, Alda Merini era (è?) prima di tutto una grande poetessa. Innammorata della vita e dell'amore. Lei che è finita in manicomio, lei che ha vissuto il dolore degli abbandoni, lei ha saputo contare dell'amore e di quella ingordigia di vita che ti fa vivere.
Oggi non ci sono parole. Oggi è giusto essere tristi perché oggi non c'è poesia....
Scriveva Alda:
Il Poeta raccoglie i dolori e sorrisi
e mette assieme tutti i suoi giorni
in una mano tesa per donare,
in una mano che assolve
perché vede il cuore di Dio.
Ma la città è triste
perché nessuno pensa
che i fiori del Poeta
sbocciano per vivere molto a lungo
per le vie anguste della grazia.
Che ti sia lieve la terra....


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sabato 31 ottobre 2009

IL DODICESIMO QUADERNO

Etty Hillesum morì a 32 anni, il 30 novembre del '43, vicino ad Auschwitz Birkenau dopo 83 giorni di prigionia. Ebrea, convertitasi al cattolicesimo, Etty -olandese di Amsterdam, scrisse un diario che ripercorre gli ultimi anni della sua vita. Diario che si interrompe 83 giorni prima della sua morte quando, insieme con la famiglia, fu caricata in un carro bestiame. L'ultima sua testimonianza è una cartolina ch'ella scrisse mentre, inconsapevole, stava giungendo nel luogo dove la sua vita si sarebbe inesorabilmente compiuta. Quella cartolina, Etty la gettò dal finestrino del carro bestiame e mani amoreovli la raccolsero e la spedissero all'indirizzo della destinataria. Da allora di Etty non si seppe più nulla tranne l'arida menzione nell'elenco della Croce Rossa Internazionale che ne dichiarò la morte il 30 novembre '43. Cosa accadde in quegli 83 giorni? Quali dubbi, quali terrori affrontò questa giovane donna? Un amico, prima ancora che un validissimo collaboratore, ha pensato di "vestire" (non so come altro dire) i panni di Etty e ne Il dodicesimo quaderno ha immaginato che Etty continuasse il suo diario a coprire il tempo breve seppure interminabile di quella prigionia. Beppe Bovo, di lui stiam parlando, ha trovato ne La Meridiana, l'editore sensibile e capace che ha accettato di pubblicare questa sua opera prima.
Molte le cose che vorrei dirvi per stimolarvi ad acquistarlo. Ma, alla fine, mi rendo conto che esse sarebbero comunque insufficienti a raccontarvi la terribile emozione che ti assale quando leggi quelle pagine. Il tutto, forse, sta in un paradosso: un uomo che immagina di continuare un diario scritto da una donna; un vivente (ancora non so come altro dire) che decide di scrivere degli ultimi 83 giorni di vita di una condannata; un non ebreo che scrive di una ebrea convertitasi al cristianesimo. Opera riuscita alla perfezione. Il senso del libro può essere racchiuso in questa frase Dobbiamo contrastare e vincere questa immane ondata di odio ma dobbiamo conservare intatta la nostra umanità.
Una umanità che non è stata sconfitta a Birkenau o ad Auschwitz. Almeno fin quando conserveremo il senso e l'importanza del ricordo. E solo questo, da solo, vale mille ragioni per acquistare il libro.
Che la forza sia con voi!

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venerdì 30 ottobre 2009

AMARCORD

Di Beppe Servegnini (da Il Corriere, edizione odierna)

Una (impossibile) giornata senza Rete

Il 29 ottobre 1969 ve­niva inviato il primo messaggio attraver­so Arpanet. Oggi i giornalisti si dividono in due

I giornalisti in attività si dividono in due ca­tegorie. Non buoni e cattivi, come pensa qualcuno. Pre-internet e post-internet. I primi hanno iniziato la professione prima della metà degli anni 90, quando la Rete ha smesso di essere un termine per cibernetici, acrobati e pescatori. Si sono adattati alla novità, pena l’emarginazione e/o la disoccupazione. C’è addirittura chi l’ha capita, ma la notizia è in attesa di conferma. I secondi hanno cominciato a lavorare da meno di quindici anni: danno per scontato che le informazioni si trovano con Go­ogle, gli articoli si spediscono via email, i lettori protestano sui blog. Un mondo senza internet, per questi giovani colleghi, è impensabile. Proviamo ad aiutarli. Sapendo com’era, forse riusciamo a immaginare come potrebbe essere, il mestiere senza Rete. Ho ripensato la giornata di ieri, giovedì. Agenda alla mano: tutto uguale. Ma niente in­ternet.
Ore 7. Volo TG 940. Arrivo dall’Asia. Malpen­sa, rispetto all’aeroporto di Bangkok, sembra lo scalo di una stazione termale. Per sapere cosa è accaduto ieri in Italia, compro il Corriere. Per conoscere le ultime notizie, devo aspettare di salire in macchina: alle 8 riesco a sentire il noti­ziario di Radio Montecarlo. Voglio conoscere il risultato tra Juventus e Sampdoria, tra governo e magistrati, tra Confindustria e fisco; o di un’al­tra delle infinite partite italiane. Se mi distrag­go, devo aspettare il bollettino successivo. Op­pure telefonare al giornale, dove ricevono le no­tizie d’agenzia.
Ore 9. A casa trovo un pacco di lettere. Per quindici giorni non sono riuscito a vederne che una decina, girate via fax in qualche albergo in­docinese. Alcune richiedevano una risposta ur­gente. Prendo il telefono e comincio a chiama­re qui e là. Ma in America è notte, in Europa è presto e in Asia non tutti sono al posto di lavo­ro. Posso provare al cellulare, è vero. Ma costa; e non sempre ho il numero.
Ore 10. Devo ricordarmi di vuotare la valigia, invasa di libri e ritagli. Così viaggia un giornali­sta o uno scrittore: carta dovunque, sperando che da qualche parte si nasconda l’informazio­ne utile.
Ore 11. Ho incontrato i lettori, a Taiwan, in Vietnam, in Cambogia e in Thailandia. Emozio­nante: e chi li aveva mai sentiti prima, questi Italians? So che hanno scattato molte foto. Le stamperanno e me le spediranno. Speriamo di vederle prima di Natale.
Ore 13. Stasera ho promesso di fare il condut­tore della serata per la «Robert F. Kennedy Foundation». Ci sarà anche Bill Clinton: con­fronteremo i rispettivi jet-lag. Mi dicono che la scaletta è cambiata. Devo mettere una sentinel­la davanti al fax sperando che si ricordino di mandarmi gli aggiornamenti.
Ore 16. Incontro al Corriere sul tema «E se cambiassi vita?». Per adesso ho dovuto solo cambiare la cassetta al registratore. Domani do­vrò sbobinare tutto, scrivere il pezzo, inviarlo per fax, aspettare la pubblicazione, ricevere i commenti, pubblicarne alcuni.
Ore 18. Ho scritto al computer sul tema «Co­me sarebbe il mestiere senza internet». Prigio­niero di questa ricostruzione, non so come spe­dire il pezzo. Posso stamparlo, sempre che trovi una stampante. Poi lo manderò per fax, e qual­cuno lo ribatterà nel sistema.
Ore 19. Devo dire a Bill Clinton che, quando lui e Al Gore nel 1992 parlavano di information superhighways , pensavo delirassero. Invece - sembra incredibile - per una volta la politica ci aveva preso.

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giovedì 29 ottobre 2009

AUTOREFERENZIALITA/2

Cosa non si fa per il...Teatro....
Lo so, lo so: è uno sporco mestiere ma qualcuno lo deve fare....





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giovedì 8 ottobre 2009

Q.B.di TEATRO












Esiste la ricetta per una stagione teatrale perfetta?Certo! E' sufficiente...Q(uanto). B(asta) di classici, di protagonisti, di contemporaneo. E attorno a questi tre elementi, cui si aggiunge la danza, è stata costruita la Stagione di prosa 2009/2010 del Teatro di Villa dei Leoni. A presentarla stamane alla stampa 4....cuochi di tutto punto vestiti (nella foto, da sx a dx: Nina Zanotelli, Davide Meggiato, Pierluigi Cecchin, Luca Donin): oltre al sottoscritto, Nina Zanotelli (resp. della direzione artistica del Teatro), Pierluigi Cecchin (presidente de "La Piccionaia") e Luca Donin (Arteven).
In tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando, ci è voluto davvero un notevole sforzo per riuscire a garantire una stagione d'eccellenza come quelle che da sempre hanno caratterizzato il nostro Teatro.
E ci siamo (ne sono convinto) assolutamente riusciti...
Ecco il calendario degli spettacoli:
14 novembre
MARCO PAOLINI - PAR VARDAR
28 novembre
VIRGILIO SIENI - SOLO GOLDBERG IMPROVISATION (danza)
12 dicembre
TEATRO SOTTERRANEO - DIES IRAE
17 gennaio
GIUSEPPE BATTISTON - ORSON WELLE'S ROAST
30 gennaio
ARTEVEN/TEATRI SPA/ TEATRO STABILE DEL VENETO - tramonto
6 febbraio 2009
MARIO PERROTTA - Il misantropo
20 febbraio 2009
BABILONIA TEATRI - Star
27 febbraio 2009
TITINO CARRARA/MAURIZIO CAMARDI - Terra dellla mia anima
12 marzo 2010
MASSIMILIANO CIVICA/FONDAZIONE TEATRO DUE - Il mercante di Venezia
20 marzo 2010
ERSILIADANZA - TOP SECRET (danza)
28 marzo 2010
FAUSTO RUSSO ALESI/ SERENA SINIGAGLIA - L'aggancio
venerdi 9 aprile 2010
DANCING BRICK (Londra) - 21:13
sabato 17 aprile
LA PICCIONAIA - Sogno di una notte di mezza estate
Che la forza sia con voi! E...tutti a Teatro!




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mercoledì 7 ottobre 2009

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Da Il Corriere della Sera:

La lunga sfida tra il letterato e gli esponenti del Carroccio
Duello tra Zanzotto e i leghisti «Loro, una peste». «Livoroso»
Zaia attacca il poeta «cantore» del Veneto: ci vorrebbe ancora poveri
MILANO — «È come una peste, quel­la... ». Intervistato dall’«Infedele» di Gad Lerner, Andrea Zanzotto dice sulla Lega quel che pensa da sempre: «Vuol convincere ogni paese che è meglio di quello vicino». Un'insofferenza per il partito di Bossi che è meglio argomen­tata nel libro-conversazione di Marzio Breda, «In questo progresso scorsoio» (Garzanti). Eppure, il più limpido can­tore del paesaggio veneto, del suo dia­letto e delle sue voci potrebbe essere un padre nobile del Carroccio, la voce lirica che ancora manca all’esplicito di­segno culturale di Umberto Bossi. Ma lui non ne vuole sapere. Accusa la Lega di complicità nello scempio del territorio, e soprattutto di catalizzare sentimenti che, in fondo, non apparten­gono alla tradizione veneta: «Aggressi­vità, umori rancorosi, intolleranze e spietatezze mai viste, secondo la logica di sbrogliare la crisi sociale — che si fa sempre più acuta — etnicizzandola» di­ce a Breda. Ancor peggio, Zanzotto ritie­ne che la memoria sia minacciata pro­prio «dalla falsa difesa delle radici, del­l'identità che è basata sul fraintendi­mento e dall'ignoranza che generano per contrapposizione i fondamentali­smi localistici». Flavio Tosi, il sindaco di Verona, in studio da Lerner, ha liquidato Zanzotto: «Grandissimo artista. Ma la sua è l’opi­nione di uno dei quattro milioni di elet­tori veneti». E ieri non è voluto tornare sull’argomento se non osservando che della peste «la Lega fortunatamente ha la forza virale dal punto di vista elettora­le». Chi parla è invece Luca Zaia, il mini­stro all'Agricoltura, che oltretutto vive a un tiro di schioppo dalla Pieve di Soli­go del maestro di «Galateo in bosco»: «Che dire? Io penso che sia uno dei più grandi letterati del nostro tempo. Sul suo livore nei nostri confronti, ho una teoria. Zanzotto avrebbe voluto che i ve­neti rimanessero per sempre quelli che erano. Poveri, magari ignoranti. Anche se è un figlio del popolo, il suo è un at­teggiamento da aristocratico. È la storia dei padroni che non tollerano l'affranca­mento dei mezzadri». Insomma: «A di­spetto del suo socialismo, il problema è che la Lega rappresenta il riscatto socia­le del popolo. E questo a lui non va be­ne». Inoltre, secondo Zaia, «Zanzotto è uno dei rari esempi di artisti privi di le­gami con la loro popolazione. Pavese, Fenoglio, erano osteria, erano terra vi­va. Lo stesso Rigoni Stern aveva un rap­porto ben diverso con Asiago. Lui, no. Non siam degni». Ma non è vero che nel Carroccio, so­prattutto in Veneto, c’è una rabbia per certi versi incomprensibile? Secon­do Gian Paolo Gobbo, sindaco di Trevi­so, oltre che segretario della Lega vene­ta, i problemi sono nati con «il razzi­smo savoiardo e il fascismo. La secola­rizzazione della Repubblica veneta ha negato una storia millenaria, e questo noi siamo riusciti a spiegarlo finalmen­te a tutti». La rabbia veneta, «se esiste, è il volersi veder riconosciuta un’identi­tà che è il contrario di quella regressiva che dipingono». Gobbo — che peraltro si dichiara a sua volta estimatore di Zan­zotto («Per lui vorrei il Nobel») — ricorda che la Serenissima «ha permesso all’Europa di por­re i fondamenti dei diritti uma­ni, arrivavano qui da ogni lan­da perché altrove, chi parlava di filosofia o di religione o chi sezionava i cadaveri, veniva bruciato». Il sindaco si scalda: «Nel 1502 ci siamo alleati con il turco contro il papa, qui venivano gli armeni, gli ebrei, tutti. Questo è stato negato dallo Stato, questa storia di libertà e di orgoglio. Ora ce lo stiamo riprenden­do ». Conclude Gobbo: «Oggi come ieri, non si è veneti per nascita o per etnia: lo si diventa con l’adesione a un model­lo che è stato un faro per secoli».
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lunedì 21 settembre 2009

ACQUA


Non avrei mai immaginato che il paese di Francesco d’ Assisi (Patrono d’Italia) che ha cantato nelle sue Laudi la bellezza di “sorella acqua” diventasse la prima nazione in Europa a privatizzare l’acqua! Giorni fa abbiamo avuto l’ultimo tassello che porterà necessariamente alla privatizzazione dell’acqua. Il Consiglio dei Ministri , infatti, ha approvato il 9/09/2009 delle “Modifiche” all’articolo 23 bis della Legge 133/2008 . Queste "Modifiche" sono inserite come articolo 15 in un Decreto legge per l’adempimento degli obblighi comunitari. Una prima parte di queste Modifiche riguardano gli affidamenti dei servizi pubblici locali, come gas, trasporti pubblici e rifiuti.
Le vie ordinarie - così afferma il Decreto - di gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica è l’affidamento degli stessi, attraverso gara, a società miste, il cui socio privato deve essere scelto attraverso gara, deve possedere non meno del 40% ed essere socio "industriale”. In poche parole questo vuol dire la fine delle gestioni attraverso SPA in house e della partecipazione maggioritaria degli enti locali nelle SPA quotate in borsa.
Questo decreto è frutto dell’accordo tra il Ministro degli Affari Regionali, Fitto e il Ministro Calderoli. E questo grazie anche alla pressione di Confindustria per la quale in tempo di crisi, i servizi pubblici locali devono diventare fonte di guadagno.
E’ la vittoria del mercato, della merce, del profitto. Cosa resta ormai di comune nei nostri Comuni? E’ la vittoria della politica delle privatizzazioni, oggi, portata avanti brillantemente dalla destra. A farne le spese è sorella acqua. Oggi l’acqua è il bene supremo che andrà sempre più scarseggiando, sia per i cambiamenti climatici, sia per l’incremento demografico. Quella della privatizzazione dell’acqua è una scelta politica gravissima che sarà pagata a caro prezzo dalle classi deboli di questo paese, ma soprattutto dagli impoveriti del mondo (in milioni di morti per sete!)
Ancora più incredibile per me è che la gestione dell’acqua sia messa sullo stesso piano della gestione dei rifiuti! Questa è la mercificazione della politica! Siamo anni luce lontani dalla dichiarazione del Papa Benedetto XVI nella sua recente enciclica Caritas in veritate dove si afferma che l’”accesso all’acqua” è "diritto universale di tutti gli esseri umani senza distinzioni e discriminazioni”.
Tutto questo è legato al “diritto primario della vita”. La gestione dell’acqua per il nostro Governo è assimilabile a quella dei rifiuti! Che vergogna! Non avrei mai pensato che la politica potesse diventare a tal punto il paladino dei potentati economico - finanziari. E’ la morte della politica!
Per cui chiedo a tutti di: - protestare contro questa decisione del governo tramite interlocuzioni con i parlamentari, invio di e.mail ai vari ministeri… - chiedere ai parlamentari che venga discussa in Parlamento la Legge di iniziativa popolare per una gestione pubblica e partecipata dell’acqua, che ha avuto oltre 400mila firme e ora ‘dorme’ nella Commissione Ambiente della Camera; - chiedere con insistenza alle forze politiche di opposizione che dicano la loro posizione sulla gestione dell’acqua e su queste Modifiche alla 23 bis; - premere a livello locale perché si convochino consigli comunali monotematici per dichiarare l’acqua bene comune e il servizio idrico “privo di rilevanza economica”; - ed infine premere sui propri consigli comunali perché facciano la scelta dell’Azienda Pubblica Speciale a totale capitale pubblico: è l’unica strada che ci rimane per salvare l’acqua.
Sarà solo partendo dal basso che salveremo l’acqua come bene comune, come diritto fondamentale umano e salveremo così anche la nostra democrazia. E’ in ballo la Vita perché l’Acqua è Vita!
( Fonte: megachipdue.info / Autore: Alex Zanotelli )

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mercoledì 16 settembre 2009

AUTOREFERENZIALITA




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lunedì 10 agosto 2009

COLORI

Storie Giochi (senza discriminazioni) sulla riviera di Barcola
Il bambino che ignora il colore della pelle
Dalla scogliera di Trieste, tra una folla abitudinaria e tranquilla, una piccola lezione sull’identità e sull’amicizia

Sulla riviera di Barcola, a Trieste. Si fa per dire, riviera; una sottile striscia di scogli, spiaggia libera che costeggia la strada principale di accesso alla città, acqua subito profonda, sulla riva tamerici spumose come onde, un orizzonte marino vasto e aperto, che nell’infanzia dava il senso dell’immensità oceanica, in un’educazione sentimentale in cui s’imparava una volta per tutte il legame fra l’eros e il mare. Quella gente in costume da bagno, non in uno stabilimento né su una vera spiag­gia, ma alle porte della città e quasi già in città, dà un’impressione di vita persuasa e goduta.

Trieste non è solo crocevia tra est e ovest, come recita la sua didascalia, ma pure fra nord e sud, fra la malinconia scandinava di certi tramonti d’inverno e la vitalità meridionale dell’estate. In fon­do al golfo, dove le acque italiane divengo­no slovene e poi croate, si vedono il Duo­mo di Pirano, la plurisecolare orma del le­one di S. Marco nell’Istria, e più avanti Punta Salvore, col suo faro e i suoi pini nel vento. La popolazione che da maggio a otto­bre, e soprattutto in agosto, arriva ogni giorno su quella scogliera di Barcola è abi­tudinaria; per tacita convenzione, ognuno di noi ha il suo posto sulla riva, generica­mente rispettato dai vicini, con cui s’in­trattengono rapporti garbati ma senza prendersi né dare confidenza. Ogni tanto aleggia, annunciata sui giornali, la minac­cia di divieti, piani regolatori, costruzioni di stabilimenti a pagamento o di porticcio­li turistici, minaccia finora ogni volta sven­tata da pugnaci lettere inviate alla stampa e alle autorità dagli uomini di penna, nu­merosi e assidui fra quei bagnanti, e da proteste che arrivano da triestini residen­ti da anni a New York o ad Adelaide ma non dimentichi di quella scogliera. Le au­torità, a dire il vero, dimostrano di com­prendere che quella libertà di «tocio» os­sia di tuffo è un bene pubblico, una buo­na qualità di vita collettiva, e si preoccupa­no delle docce gratuite e delle tamerici.

Qualche anno fa la scogliera era salita alla ribalta delle cronache grazie a un annega­to, il cui corpo riportato a riva e coperto da un lenzuolo era rimasto a lungo in mezzo ai bagnanti che avevano continua­to a prendere il sole accanto a lui, in quel­la familiare indifferenza della vita per la morte che la grande e rovente luce del­l’estate rende ancora più spietata. Pochi gli schiamazzi, rari i disturbi alla quiete pubblica. Giorni fa, una madre ha redarguito il figlio, un bambino di quat­tro o cinque anni che giocava con un’in­cantevole coetanea — nera come l’eba­no, evidentemente adottata dai genitori, due tedeschi che si erano sistemati un po’ più lontano — sparando con una pi­stola ad acqua e scavalcando di corsa i corpi distesi al sole, per lui non ancora desiderabili o conturbanti. Sgridato, il bambino protestava, dicendo che allora bisognava rimproverare pure la bambi­na. «Quale bambina?», chiese la madre, che non la vedeva perché si era nascosta dietro un albero. «Quella che parla che non si capisce niente», rispose lui, evi­dentemente colpito dal fatto che la picco­la chiamasse le cose in modo per lui in­comprensibile, un po’ arrabbiato di sco­prire che esse potessero avere altri nomi.

Non gli era passato per la mente di iden­tificarla con il colore della sua pelle, che pure spiccava nettamente anche accanto all’abbronzatura dei bagnanti; quella diffe­renza di colore, che in altre situazioni ave­va provocato e potrebbe ancora provocare separazione e segregazione feroce, era irri­levante rispetto alla differenza tra l’italia­no e il tedesco. Neppure quest’ultima, pe­raltro, aveva il potere di separarli, perché, appena riapparsa la bambina nel frattem­po debitamente ammonita (in tedesco) dai suoi genitori, i due avevano ripreso su­bito a rincorrersi e a spruzzarsi, ignari di aver tenuto una bella lezione sulla diversi­tà e sull’identità, temi del resto cari anche ai convegni cultural-balneari così frequen­ti sulle spiagge estive, almeno quelle un po’ più eleganti della scogliera di Barcola.
Claudio Magris (ed. online Il Corriere della Sera)


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venerdì 7 agosto 2009

VECIO SCARPON

Dante e Verga? Basta. Mi son de Trieste

Lettera aperta al ministro Gelmini di Claudio Magris

(Da Il Corriere della Sera, data odierna)

Signor ministro, mi permetto di scriverLe per suggerirLe l'opportunità di ispirare pure la politica del Ministero da Lei diretto, ovvero l'Istruzione — a ogni livello, dalla scuola elementare all'università — e la cultura del nostro Paese, ai criteri che ispirano la proposta della Lega di rivedere l'art. 12 della Costituzione, ridimensionando il Tricolore quale simbolo dell'unità del Paese, affiancandogli bandiere e inni regionali. Programma peraltro moderato, visto che già l'unità regionale assomiglia troppo a quella dell'Italia che si vuole disgregare.Ci sono le province, i comuni, le città, con i loro gonfaloni e le loro incontaminate identità; ci sono anche i rioni, con le loro osterie e le loro canzonacce, scurrili ma espressione di un’identità ancor più compatta e pura. Penso ad esempio che a Trieste l'Inno di Mameli dovrebbe venir sostituito, anche e soprattutto in occasione di visite ufficiali (ad esempio del presidente del Consiglio o del ministro per la Semplificazione) dall’Inno «No go le ciave del portòn», triestino doc.Ma bandiere e inni sono soltanto simbo­li, sia pur importanti, validi solo se esprimo­no un'autentica realtà culturale del Paese. È dunque opportuno che il Ministero da Lei diretto si adoperi per promuovere un'istru­zione e una cultura capaci di creare una ve­ra, compatta, pura, identità locale.La letteratura dovrebbe ad esempio esse­re insegnata soltanto su base regionale: nel Veneto, Dante, Leopardi, Manzoni, Svevo, Verga devono essere assolutamente sostitui­ti dalla conoscenza approfondita del Moro­so de la nona di Giacinto Gallina e questo vale per ogni regione, provincia, comune, frazione e rione. Anche la scienza deve esse­re insegnata secondo questo criterio; l'ope­ra di Galileo, doverosamente obbligatoria nei programmi in vigore in Toscana, deve essere esclusa da quelli vigenti in Lombar­dia e in Sicilia. Tutt'al più la sua fisica po­trebbe costituire materia di studio anche in altre regioni, ma debitamente tradotta; ad esempio, a Udine, nel friulano dei miei avi. Le ronde, costituite notoriamente da pro­fondi studiosi di storia locale, potrebbero essere adibite al controllo e alla requisizio­ne dei libri indebitamente presenti in una provincia, ad esempio eventuali esemplari del Cantico delle creature di San Francesco illecitamente infiltrati in una biblioteca sco­lastica di Alessandria o di Caserta.Per quel che riguarda la Storia dell’Arte, che Michelangelo e Leonardo se lo tengano i maledetti toscani, noi di Trieste cosa c’en­triamo con il Giudizio Universale? E per la musica, massimo rispetto per Verdi, Mozart o Wagner, che come gli immigrati vanno be­ne a casa loro, ma noi ci riconosciamo di più nella Mula de Parenzo, che «ga messo su botega / de tuto la vendeva / fora che bacalà».Come ho già detto, non solo l’Italia, ma già la regione, la provincia e il comune rap­presentano una unità coatta e prevaricatri­ce, un brutto retaggio dei giacobini e di quei mazziniani, garibaldini e liberali che hanno fatto l'Italia. Bisogna rivalutare il rio­ne, cellula dell'identità. Io, per esempio, so­no cresciuto nel rione triestino di Via del Ronco e nel quartiere che lo comprende; perché dovrei leggere Saba, che andava inve­ce sempre in Viale XX Settembre o in Via San Nicolò e oltretutto scriveva in italiano? Neanche Giotti e Marin vanno bene, perché è vero che scrivono in dialetto, ma pretendo­no di parlare a tutti; cantano l’amore, la fra­ternità, la luce della sera, l’ombra della mor­te e non «quel buso in mia contrada»; si ri­volgono a tutti — non solo agli italiani, che sarebbe già troppo, ma a tutti. Insomma, so­no rinnegati.Ma non occorre che indichi a Lei, Signor Ministro, esempi concreti di come meglio distruggere quello che resta dell’unità d’Ita­lia. Finora abbiamo creduto che il senso pro­fondo di quell’unità non fosse in alcuna con­traddizione con l'amore altrettanto profon­do che ognuno di noi porta alla propria cit­tà, al proprio dialetto, parlato ogni giorno ma spontaneamente e senza alcuna posa ideologica che lo falsifica. Proprio chi è pro­fondamente legato alla propria terra natale, alla propria casa, a quel paesaggio in cui da bambino ha scoperto il mondo, si sente pro­fondamente offeso da queste falsificazioni ideologiche che mutilano non solo e non tanto l’Italia, quanto soprattutto i suoi innu­merevoli, diversi e incantevoli volti che con­corrono a formare la sua realtà. Ci riconosce­vamo in quella frase di Dante in cui egli dice che, a furia di bere l'acqua dell’Arno, aveva imparato ad amare fortemente Firenze, ag­giungendo però che la nostra patria è il mondo come per i pesci il mare. Sbagliava? Oggi certo sembrano più attuali altri suoi versi: «Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province, ma bordello!». Con osservanza

Che la forza sia con voi!




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venerdì 31 luglio 2009

TRASPARENZA


Per tutto il mese di agosto, ed in special modo nei week end, è posibile vivere una esperienza unica: camminare lungo la diga del Vajont accompagnati da guide esperte che spiegano, nei minimi dettagli, ciò che accadde quel 9 ottobre 1963 quando una frana staccatasi dal monte Toc provocò una valanga d'acqua, di rocce e massi che spazzò via la valle di Longarone. Prima di arrivare alla diga, consiglio una sosta nel cimitero monumentale del Vajont (Longarone) che ospita anche un piccolo museo ove sono stati raccolti gli oggetti appartenuti alle vittime di quel disastro. Oggi "Repubblica" pubblica questa notizia:


Le carte salvate del Vajont


digitali e pubbliche nel 2011



Nella tensione dell'Aquila terremotata si riesce a scrivere un nuovo capitolo sulla memoria storica del Vajont. Scampate alla notte del 6 aprile, in cui andò distrutto l'Archivio di Stato che le custodiva, le carte del processo della tragedia del Vajont, che si svolse all'Aquila per legittima suspicione, non solo hanno trovato una sede adeguata nel nuovo Archivio che si inaugura il 30 luglio a Bazzano nella periferia est del capoluogo abruzzese, ma dopo l'estate verranno trasferite in blocco all'Archivio di Stato di Belluno. Sarà proprio lì, in un soggiorno temporaneo ma epocale (perché mai uscite prima), che partirà la monumentale operazione di conversione digitale dei materiali che documentano le fasi salienti del processo, dal 1969 al 1971, che ricostruiscono fatti e responsabilità dell'inondazione della vallata del Vajont avvenuta il 9 ottobre del 1963. Tra poco meno di due anni, quindi, la memoria processuale sarà resa del tutto pubblica. Per l'esattezza, dal 26 marzo del 2011, ventiquattrore dopo la scadenza ufficiale del vincolo di riservatezza previsto secondo la legge italiana per i quarant'anni dalla conclusione del processo. "Il 20 maggio è stato sottoscritto tra il Comune dell'Aquila e quello di Longarone - annuncia Luciano Scala, direttore generale per i Beni archivistici - un nuovo impegno in via del tutto eccezionale a trasferire con l'assenso della presidenza del Tribunale dell'Aquila, le carte dall'Archivio di Stato del capoluogo abruzzese a quello di Belluno. Abbiamo deciso di proseguire proprio a Belluno, in collaborazione coi Comuni di Longarone e Castellavazzo che materialmente sostengono tutta l'operazione, l'importante procedura di digitalizzazione dei documenti, che chiaramente all'Aquila avrebbe incontrato dei ritardi". La documentazione cartacea del processo, circa 240 faldoni sopravvissuti al terribile sisma perché chiusi in sette armadi blindati, insieme agli elaborati progettuali del Vajont, ossia i progetti architettonici fuori misura, sono ora già nella nuova sede dell'Archivio. "Una volta trasferite - dice Scala - le carte saranno inventariate e analizzate da un pool di specialisti formato da archivisti dell'Aquila e di Belluno insieme ai tecnici scientifici del professor Maurizio Reberschack, l'insigne storico della tragedia del Vajont che lavora da Venezia in continuo contatto con le autorità di Longarone. Quindi si procederà alla grande operazione di riproduzione digitale".
Quando si parla di faldoni processuali si intendono, come ci tiene a sottolineare Scala, "tutti i verbali, le testimonianze, le perizie tecniche, le sentenze, le progettazioni dell'impianto, tutte le fasi di costruzione della struttura dal 1925, fino addirittura ai quindici quaderni con gli appunti redatti da Carlo Semenza, l'ingegnere della diga". "L'operazione di riproduzione digitale di tutte le carte prevede un costo di 400mila euro, ma se ci si concentra solo su un nucleo di documenti di interesse primario la spesa si aggira intorno agli 80mila euro", spiega Agostino Attanasio, per anni il direttore dell'Archivio di Stato dell'Aquila. Quella del 2011 è solo una prima tappa, come annuncia Scala: "Tutto si inquadra nel progetto dell'Archivio diffuso del Vajont che avrà vita nel 2013, nell'anniversario dei cinquant'anni dalla tragedia. L'obiettivo è creare un sistema di informazioni pubbliche sulla vicenda, mettendo insieme tutti i documenti custoditi presso gli archivi della Prefettura, del Senato, del Genio Civile, delle società coinvolte come l'Enel e Montedison, delle banche, della Rai e dell'Istituto Luce, fino a quelle dei legali e dei giornalisti che si occuparono del Vajont". In attesa della trasferta, la memoria del Vajont riposa nel nuovo Archivio di Stato abruzzese, ordinata e inscatolata per partire alla volta di Belluno, custodita in quella che diventa, nel caos dell'Aquila - come sottolinea Scala - "la prima struttura culturale realmente funzionante dopo il terremoto, creata a tempo record con lo spirito di salvare tutti i documenti della città, oltre dieci chilometri di carte storiche di inestimabile valore, ma anche di accogliere il pubblico".


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mercoledì 29 luglio 2009

INCIPIT

Il destino di un libro, di un articolo, di un qualsiasi testo è, spessissimo, legato al suo inizio, al suo incipit. E' dalle prime righe che, sovente, un lettore decide di proseguire o meno nella sua lettura sancendo, di fatto, il successo o meno di quel che sta leggendo. Immagino che ciascuno avrà impressa nella propria mente la difficoltà (talvolta soverchiante) di scegliere come cominciare - a scuola - il tema di italiano, quale parole usare, come dipanare i primi fili della massa titolativa spesso scaturita dalla fantasia di insegnanti più o meno cinici.
Ne parlo perché ieri mi è capitato di leggere quello che considero uno dei migliori incipit di articolo giornalistico scritti negli ultimi mesi. A definirlo il bravo Alberto Melloni, giornalista de Il Corriere della Sera, recensendo un interessantissimo libro dedicato alla strage di Marzabotto (Luca Baldissara e Paolo Pezzino, Il massacro, Il Mulino, pp. 628, € 33). Da qui anche l'invito ad acquistarlo. Io almeno lo farò.
Ve lo ripropongo:
Chi scende dall'Appennino verso Bologna sotto sera, troverà alla sua sinistra, sui viadotti della Gardeletta, una fetta di montagna di quel pur rado puntinato di verande e lampioncini che lucciola le altre zone poco sopra Sasso. Quell'ombra scura è Monte Sole, teatro nel 1944 di quello che un grande lavoro di Luca Baldissara e Paolo Pezzino chiama semplicemente Il massacro, cioè la storia della Guerra ai civili a Monte Sole (Il Mulino, pp. 628, € 33).
E ad un incipit così straordinario (è davvero come se il lettore seguisse con lo sguardo il panorama descritto dal giornalista) non può che accompagnarsi un'altrettanta (per la sua crudità) conclusione:
Accanto, coloro che si salvano per caso e devono scavare la fossa ai corpi resi ingombranti dalla rigidità o sfarinati dagli incendi che non li hanno cremati, ma solo cotti; o quelli che si salvano correndo giù fino a Bologna, credendo vivi o ammazzati i figli, i parenti, gli amici, e destinati a scoprire solo dopo molti mesi cosa era sopravvissuto di loro e di sé. E qualcosa del genere capita anche al lettore de Il massacro, catturato da una scrittura asciutta e severa, e inchiodato a quei fatti che bucano più dell'enfasi, e rendono capaci di leggere in una montagna di cui la storia sa far parlare il buio.
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giovedì 2 luglio 2009

GENERAZIONE FB?

E dunque, ad ottobre, siamo ancora a congresso: il 2° in due anni che eleggerà il 3° segretario nazionale in due anni. Un record. Al solito con reogle assolutamente particolari e balzane (del resto, se non lo fossero non saremmo noi; mai visto un partito di centrosinistra con regole chiare): gli iscritti indichjeranno i 3 candidati che, successivamente (il 25 ottobre), si sottopporranno ad elezioni primarie aperte a tutti (e che importa se, magari, qualche elettore leghista o del pdl partecipa pure lui giusto per fare qualche...scherzetto?). In questo momento, lo dico con franchezza, un poco mi diverto a dire a qualcuno che sto con Franceschini, a qualcun'altro con Bersani o - perché no? - con Adinolfi. Continuo a credere che non sia un problema di nomi nè di ex appartenenze. Di più: dalle prime adesioni all'uno o all'altro dei due principali candidati mi pare che stavolta davvero vi sia la possibilità di un "rimescolamento" che segni un deciso passo in avanti nella costruzione di questo partito nuovo (che a costo di essere chiamato "nuovo" rischia altrimenti di essere già vecchio): Letta e Bindi con Bersani (senza dimenticare l'amico Marco Stradiotto); la Seracchiani 8certo che da una euroodeputata mi sarei aspettato un poco di più che il dire "voto Franceschini perché mi è simpatico" ma, d'altra parte, io su youtube non ci andrò mai) con Franceschini insieme a Fioroni e Fassino. Ora però, prima di scegliere, occorre conoscere le proposte. E capire quale sia quella maggiormente corrispondente alla idea di partito che ciascuno di noi ha. Personalmente io credo che il PD debba essere:
1) un partito LAICO ma non LAICISTA : perché la laicità non detta linee di condotta morale, ma è un principio che permette a posizioni diverse, in particolari diverse posizioni morali e religiose, di convivere;
2) un partito APERTO alla innovazione e al futuro;
3) un partito DIALOGANTE con quanti ad oggi si sono sentiti lontani da noi; un partito che sappia tornare a dialogare con il mondo imprenditoriale (e soprattutto quello di artigiani e medio-piccoli imprenditori) ma anche con quanti appartengono al mondo del lavoro e alle sue molteplici sfacettature;
4) un partito PROGETTUALE: un partito, cioè, che sappia avviare una riflessione seria e senza pregiudiziali sul futuro economico di un paese (l'Italia) che oggi (e ad eccezione dell'auto) è privo di qualunque vocazione industriale dopo che, nell'ultimo trentennio, abbiamo perduto l'industria della chimica, quella dell'elettronica, quella della metallurgia;
5) un partito FORMATORE: di coscienze, di conoscenze, di saperi;
6) un partito AMBIENTALISTA: ma non di un ambientalismo retrogrado (spazzato via anche dall'ultima tornata elettorale) e ideologizzato quanto piuttosto un partito che, nell'ambiente, veda opportunità di sviluppo economico veramente sostenibile;
7) un partito del CORAGGIO: il coraggio di affrontare le nuove sfide anche a costo di rivedere posizioni ormai consolidate e/o cristalizzate (e penso, ad esempio, all'ormai abusato tema della sicurezza che, obbligatoriamente, noi dovremmo ampliare e allargare per dire che la "sicurezza è tutto ciò che contribuisce a migliorare la nostra qualità della vita" e dunque sicurezza: del lavoro e sul lavoro ad esempio; sulla possibilità di avere un futuro certo);
8) un partito COMUNICATORE: la Zaccariotto (a Venezia) vince non solo perché parla alla pancia della gente ma anche perché lo fa con un linguaggio verbale improntato alla chiarezza, alla semplificazione del messaggio, allo slogan;
9) un partito TRANSGENERAZIONALE: e cioè un partito che premia le idee e le proposte indipendentemente dall'età anagrafiche del loro proprietario;
10) un partito POPOLARE e non POPULISTA: e cioè un partito che torni a fare (e qui a Mira, ad esempio, siamo su questo sulla buona strada) ciò che un tempo PCI e DC facevano: incontrare la gente, organizzare feste, aprirsi al territorio (e, guardate, che la Lega lo sta facendo da alcuni anni e anche questa è una delle ragioni del successo di un movimnento/partito che sta recuperando quel modo di fare politica).
Ecco: il mio voto andrà a quella proposta (basta chiamarla "mozione" per favore) che più delle altre vada in questa direzione.
Che la forza sia con voi!


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lunedì 29 giugno 2009

SPERANZE



Buon lunedì....


1) L'ho già scritto e lo ripeto: vi sono programmi, film, documentari che meriterebbero di essere diffusi nelle scuole di tutta Italia e non mandati in onda, dalla televisione pubblica a tarda ora. Ieri sera, ad esempio, Rai 3 ha trasmesso Guido che sfidò le Brigate Rosse, film del 2007 (e mai visto nelle sale cinematografiche da cui la durissima presa di posizione del regista, Giuseppe Ferrara, che si appellò anche al presidente Napolitano) che racconta la vita di Guido Rossa (nel film interpretato d auno straordinario Massimo Ghini), bellunese trapiantato a Genova, alpinista e operaio metalmeccanico, sindacalista e assassinato (il 24 gennaio del 1979) dalla colonna ligure delle Brigate Rosse perché reo di aver denunciato un collega di lavoro (condannato poi a poco più di 4 anni e suicidatosi in carcere) che distribuiva volantini ineggianti ai terroristi.


E' un film - denuncia di straordinario impatto emotivo, costruito su documenti dell'epoca. Semplicemente emozionante la ricostruzione di cosa avvenne dopo l'omicidio: uno sicopero generale con Enrico Berlinguer (allora segretario del PCI) che denunciò il clima di solitudine in cui Rossa si trovò dopo la denuncia. E la scenba dell'arrivo dell'allora Presidente della Repubblica, sandro Pertini, alla camera ardente, il gesto di posare sul petto di Rossa la medaglia al valor civile, la carezza sul volto ricomposto del sindacalista. Alla fine del film, prima dei titoli di coda, poche frasi che dopo aver ricordato le 491 vittime del terrorismo rosso sostiene che "il terrorismo è stato il responsabile della virata a destra del nostro Paese": frase su cui vale la pena riflettere. E molto.






2) Ma bisogna riflettere anche su questo: Rita Clementi ha 47 anni, 3 figli, ed è una delle scienziate scientifiche italiane più importanti in virtù delle sue ricerche in campo oncologico. Ha scritto al Presidente della Repubblica (lettera pubblicata oggi da Il Corriere) per comunicargli l'intenzione/decisione di andarsene da questo Paese che la costringe ad essere, ancora, precaria:
Caro presidente Napolitano, chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito al­la loro madre. Vado via con rab­bia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedi­zione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chie­dere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinuncian­do ad essere italiana.
Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denun­ciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è auto­maticamente espulso dal «siste­ma » indipendentemente dai ri­sultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottie­ne, poiché in Italia la benevo­lenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricer­ca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può per­mettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nul­la. E poi, perché dovrebbe adi­re le vie legali se docenti dichia­rati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver con­dotto concorsi universitari vio­lando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continua­to a essere eletti (dai loro colle­ghi!) commissari in nuovi con­corsi?
Io, laureata nel 1990 in Medi­cina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Uni­versità, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con pri­mo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfo­ma maligno possono avere un’origine genetica e che è dun­que possibile ereditare dai geni­tori la predisposizione a svilup­pare questa forma tumorale. Ta­le scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decade­re non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ri­cerca stranieri hanno conferma­to la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo profe­ta in Patria.
Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domeni­che...
Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pen­sionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, con­tratti di consulenza... Come ul­timo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica me­dica dell’Università di Pavia, fi­nanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.
Sia chiaro: nessuno mi impo­neva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dal­la forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ri­cerca che molti hanno giudica­to promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfig­gere il cancro.
Desidero evidenziare pro­prio questo: il sistema antimeri­tocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiuta­re a crescere; per questo moti­vo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, han­no ritenuto di aumentare i fi­nanziamenti per la ricerca.
È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostu­me non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica con­seguenza quella di potenziare le lobby che usano le Universi­tà e gli enti di ricerca come feu­do privato e che così facendo distruggono la ricerca.Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.
Rita Clementi
3) E' da molto che non parlo delle mie letture. Lo faccio oggi con una lettura "leggera". Si tratta dell'ultimo romanzo di Giorgio Faletti, Io sono Dio (Baldini Castoldi Dalai). Ho amato moltissimo la sua opera prima (Io uccido, 4 milioni di copie vendute), meno la seconda (Fuori da un evidente destino). Ma ora credo che davvero Faletti abbia raggiunto la sua masisma maturità espressiva: scrittura veloce alternata a momenti più riflessivi, una trama costruita su continui flashback che, poco a poco, disvelano l'ossatura della vicenda, personaggi che irrompono sulla scena con pochissime descrizioni perché costruiti man mano che le pagine si accavallano. Insomma: un gran bel romanzo.
Che la forza sia con voi!



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martedì 16 giugno 2009

APPUNTI


1) Ci sono programmi televisivi che valgono più di pedanti manuali scolastici per la freschezza dei documenti, il montaggio, i contenuti. Ma, al solito, sono mandati in onda spesso a tarda sera. Come la puntata che ieri, su Rai3, La Storia siamo noi (condotta da Paolo Mieli) ha dedicato ad un confronto tra due fra i presidenti più importanti degli Stati Uniti d'America: il mio amato John Fitzgerald Kennedy e Richard Nixon, suo avversario alle elezioni del 1960 e vicepresidente per lungo tempo di "Ike" Eisenhower. La nomea di Nixon quale presidente del Watergate ha indubbiamente oscurato le sue capacità politiche valorizzate da un Segretario di Stato, Henry Kissinger, cui si deve la geniale idea di avviare il processo di distensione USA - URSS coinvolgendo per prima la Cina di Mao. e che porterà, il 26 maggio 1972, Nixon e Breznev a firmare il Salt 1, l'accordo che limita l'uso e la proliferazione delle armi strategiche. Dal giudizio finale di Mieli emerge un più alto spessore politico di Nixon rispetto a JFK. Personalmente, però, non ne sono convinto. E' vero il giovane Kennedy, da Presidente, commise diversi errori, su tutti la vicenda della Baia dei porci col tentativo di promuovere una insurrezione armata contro Castro. Ma dalla sua ha il fascino del politico che lancia sfide al futuro, che sa coinvolgere gli elettori in un viaggio mirabile e affascinante, quello verso la Nuova frontiera che accompagnerà gli Stati Uniti d'America lungo tutti gli anni '60 (JFK viene assassinato nel '63) e che oggi, in molti, rivedono incarnata in Obama.

2) Comincia davvero male la stagione estiva sulle amate Dolomiti (che spero presto poter tornare a salire): la 4^ vittima in 10 giorni. E stavolta, davvero, si è trattata di una maledetta fatalità. E però mai bisogna dimenticare che la montagna è "viva", si muove, si scuote e, di fronte ad essa, occorre misurarsi con l'umiltà di chi sa vivere un "abbandono controllato" al destino.
Che la forza sia con voi...E ANDATE A VOTARE (Zoggia, c'est vrai) MI RACCOMANDO!



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lunedì 15 giugno 2009

TRA PALCO E REALTA'



Ieri sera a Borbiago, nel preziosissimo oratorio recentissimamente restaurato dai proprietari (Gabriella e Michele), si è svolto un concerto interamente dedicato alla canzone popolare georgiana. Concerto suggestivo, fascinoso là dove l'oggettiva "impossibilità" di comprenderne i testi veniva sublimata, annullata, dagli arrangiamenti, dalla musica nella consapevolezza che davvero oramai il problema non è tanto la multiculturalità ma la capacità di comprendere che la cultura unisce i popoli (ed è stato davvero suggestivo vedere una georgiana dirigere il piccolo coro impegnato in una canzone russa). Ne parlo perché, per uno di quei strani scherzi (atroci in questo caso) del destino, giusto ieri è morto Ivan Della Mea, anarchico poeta della canzone popolare che è (anche) canzone di protesta, di denuncia e allora quel concerto è stato un modo per ricordarlo:





O cara mogle stasera ti prego dì a mio figlio che vada a dormire/


perché le cose che ho da dire/


non son cose che deve sentir/


Proprio stamane là sul lavoro/


con il sorriso del caposezione/


mi è arrivata la liquidazione/


m'han licenziato senza pietà


e la ragione è perché ho scioperato




(Cara moglie, Ivan Della Mea)




E dunque, al solito...addio maestro e ti sia lieve la terra.

Tra palco e realtà titolo questo post .....

Da Il Corriere della Sera di oggi:

L’ex vicepremier: nel nostro programma più slancio all’integrazione

«No al Pd con i socialisti a Strasburgo Lanciamo noi il Gruppo Europeista»

Rutelli: voterò contro la scelta del segretario. Andarmene se nulla cambia? Vedremo



Domani lei, Francesco Rutelli, parteciperà al «caminetto» dei di­rigenti «storici» del Partito demo­cratico.
«Discuteremo l’accordo siglato a Bruxelles da Franceschini: il Pd en­tra nel gruppo socialista europeo, che non si chiamerà più Pse, ma Al­leanza tra socialisti e democratici, Asde. Mercoledì è prevista la ratifi­ca a Bruxelles e il 26 giugno in Dire­zione ».
Perché dirà no?
«La scelta simbolica di far entrare il Pd nella casa socialista in Europa è un errore capitale».
La maggioranza degli elettori non si scalda per questo.
«La collocazione in Europa di per sé non ha un’importanza fondamen­tale. Il problema è la scelta politica: significa buttare a mare tutta la novi­tà e la singolarità del Pd».
Che sarebbe?
«Una scommessa decisiva e diffi­cile: di fronte alla crisi delle sinistre creare un nuovo riformismo popola­re, cogliere il meglio delle tradizioni antiche (socialista, cattolico-demo­cratica, liberale), interpretare i nuo­vi filoni dell’ecologia e dei diritti ci­vili senza farne nuovi fondamentali­smi ».
Tutto ciò è in contraddizione con il Pse?
«I socialisti sono i più in crisi a li­vello internazionale. Non solo per i pessimi risultati elettorali, ma per­ché, di fronte ai successi conservato­ri, puntano in prevalenza su una confusa critica dell’economia di mercato. Inoltre, mostrano una cer­ta 'eurofiacchezza'».
Allora, cosa propone?
«La creazione di un Gruppo Euro­peista, contraltare di quello conser­vatore anti-europeo. Con un rappor­to privilegiato con i socialisti».
E quale programma?
«Nuovo slancio all’integrazione europea, che per l’Italia è un interes­se primario. Ed economia sociale di mercato».
Più in dettaglio?
«Massiccio investimento su ricer­ca, tecnologie, infrastrutture; nuove regole per uscire dalla crisi economi­ca, come quelle indicate da Mario Monti; leadership su ambiente e cambiamenti climatici; creazione di una Comunità europea dell’energia; avvio dell’esercito europeo; nessun accordo con i conservatori per la rie­lezione di Barroso e per la presiden­za del Parlamento».
Non restereste troppo isolati?
«Forza Italia quando entrò nel Parlamento europeo fece gruppo da sola. An non ha avuto 'casa' per 15 anni. Il Pd, partito nuovo, può entra­re in Europa anche con un gruppo piccolo e coerente. Per costruire un ponte tra socialisti, liberali, cattolici e verdi riformisti».
Ma questo non può proprio avve­nire nel nuovo gruppo socialista, l’Asde?
«In pochi mesi nel linguaggio co­mune saremo chiamati 'i socialde­mocratici', e gli eletti ex Margherita saranno assorbiti tra i socialisti. Di­venterebbe impossibile rifiutare in Italia la semplificazione: 'Pd uguale sinistra'».
Se il «caminetto» approva l’Asde, lei che farà?
«Vedremo. Confido che non sarò solo, domani».
Ma se andrà come vuole France­schini, sarà possibile anche l’usci­ta dal Pd?
«Io conduco la mia battaglia den­tro al partito. Certo, se il Pd si conno­ta a sinistra si chiude ogni strada di crescita».
Arriverà presto anche il congres­so.
«La candidatura di Bersani, e l’ap­poggio di Enrico Letta con l’intervi­sta al Corriere, ha aperto in anticipo la corsa».
Ci sono altri candidati in lista d’attesa. Alcuni hanno lavorato al suo fianco: Realacci, Paola Binet­ti...
«Realacci mi pare abbia posto giu­stamente la questione del profilo 'verde'. Sui nomi capiremo tutto en­tro fine luglio».
Ci sarà anche il segretario Fran­ceschini?
«Non faccio previsioni su que­sto ».
Ogni tanto lei riparla di Marghe­rita. Non c’è stata la fusione nel nuovo partito?
«La fusione c’è stata e non si tor­na indietro. Guai però a disperdere un patrimonio. Negli ultimi 6-7 an­ni, in Europa, ho collaborato con li­berali, moderati ed europeisti che hanno rifiutato l’accordo con le de­stre e con Berlusconi. Franceschini purtroppo non ha incontrato Wat­son, Bayrou, Verhofstadt e neppure Cohn-Bendit. Vogliamo gettare via tutto il lavoro, l’esperienza del Parti­to Democratico Europeo?».
Franceschini dovrebbe essere sensibile a questi temi.
«Dico solo che una parte del Pd — ex Ds — ha lavorato per lasciare in campo una sola opzione: l’accor­do con i socialisti. E chi ha guidato il partito per quasi due anni, assorbi­to da altre grane, non ha fatto nulla per presentare in Europa e nel mon­do la peculiarità del Pd».
Gli ex Margherita a Bruxelles hanno approvato l’accordo siglato da Franceschini.
«Per evitare la rottura. Ripeto: io sono per un Gruppo Europeista ba­sato sui 21 nuovi deputati europei del Pd».
D’Alema ieri ha parlato di scos­se possibili in Italia...
«Le uniche scosse che vedo ri­guardano l’economia. Non vedo, purtroppo, scosse politiche. Punti di crisi del centrodestra, Lega al Nord e Lombardo in Sicilia, rappre­sentano — per ora — crisi di abbon­danza ».

Che la forza sia con voi!




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giovedì 28 maggio 2009

E' TORNATO!



Dopo due anni di assenza, è finalmente tornato il TAM TAM, il festival etno-musicale che, attraverso i suoni e i colori, regalerà a quanti lo frequenteranno l'imperdibile occasione di un "giro del mondo" attraverso il meglio che offre il panorama culturale. Attraverso questa finestra virtuale voglio dire "grazie" agli amici dell'ASSOCIAZIONE SRAZZ: senza la loro abnegazione, determinazione, entusiasmo questa edizione non sarebbe stata possibile. E allora..che aspettate? Tutti, ma proprio tutti, da stasera e fino al 28 giugno al Parco Valmarana e...buon divertimento!

Che la forza sia con voi.

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mercoledì 13 maggio 2009

VETTE



Di lui Messner con tipica semplicità montanara ebbe a dire soltanto: cuore e polmoni, fu l'ultimo eroe. E sarà anche vero (come ebbe modo di dimostrare al termine di una complicatissima e lunga indagine la commissione di inchiesta appositamente costituita dal CAI) che il 31 luglio del 1954 lui, insieme a Lino Lacedelli, in vetta al K2 ci arrivarono usando bombole e maschere (e dunque acclarando la verità storica da sempre sostenuta da Walter Bonatti; dichiarò l'Achille: "il K2 non l'hanno conquistato Compagnoni e Lacedelli . L'ha conquistato una piramide umana di persone che col lavoro di mesi ha reso possibile il raggiungimento dell'obiettivo") ma intanto l'Achille è stato il primo a toccare quota 8611 metri lungo la via "normale" che poi in pochissimi tentarono stante la sua enorme difficoltà e pericolosità (il K2 è tutto, ma proprio tutto, difficile; basti pensare che dal 1954 ad oggi solo 285 uomini e 11 donne sono saliti fino in vetta e ben 31 di questi sono morti scendendone). E per chi va in montagna, con cuore e passione, con senso di libertà ma anche amore profondo, il K2 non è "solo" la seconda montagna più alta del mondo ma è, molto più semplicemente, "la vetta": quella che quando raggiungi puoi dirti nell'Olimpo degli eroi, degli dei, di coloro ai quali davvero tutto, ma proprio tutto, ora è permesso. Anche di morire in un letto d'ospedale a 94 anni come toccato in sorte all'Achille (Compagnoni va aggiunto, ma quando si parla di montagna lui è semplicemente l'Achille) che se ne è andato l'altra notte ad Aosta per via di alcuni malanni che da tempo si trascinava dietro. Ciao Maestro e se sei già salito sul tuo amato Cervino continua a guardarci con quei tuoi occhi che ridevano delle nostre miserie umane.

Quando senti che tutto sta per finire se sei un uomo probabilmente ti disperi, se sei un poeta riesci a fare questo:





Che la forza sia con voi!

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