Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantanoi ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
(E. Montale, I limoni)
mercoledì 24 dicembre 2008
BUON NATALE
Buon Natale...
a chi è stato ferito
umiliato;
agli sconfitti dalla vita
e
a chi la vita la vince ogni giorno col sudore della fronte e la forza delle idee
a chi non si stanca mai di chiedere scusa
e a chi non si stanca mai di perdonare.
Buon Natale
a Ilaria e Davide
cuccioli d'uomo
che
al mondo guardano con occhi
sempre pieni di meraviglia.
Buon Natale
a chi vive ogni giorno
come fosse l'ultimo
e a chi
ogni giorno
ha la forza comunque di alzarsi e lottare.
Buon Natale
a tutti quelli che lottano
per mantenere il proprio posto di lavoro
e a quelli che lottano
per conquistarselo.
Buon Natale
a
Barbara Foglieni
che, a 32 anni, ha scoperto una nuova variante dell'HIV
ma che fra 3 mesi rischia di rimanersene disoccupata perché non sa se il suo assegno di ricerca da 1000 euro al mese in qualità di ricercatrice precaria le verrà rinnovato.
Buon Natale
a chi pretende di razionalizzare tutto
comprendere tutto.
Buon Natale
ai folli, ai matti,
ai poeti.
Buon Natale
a Loredana, Daniela, Cristina, Paolo, Loris, Giampietro, Giorgio, Alberto e Natalino
che accolgono senza giudicare;
a Gianni, Carlo, Beppe, Lucia e - con loro - gli amici di Esodo
Ieri sono andato a Messa nella mia parrocchia, ad Oriago. Dopo alcune domeniche in cui vi ho partecipato da "rappresentante delle istituzioni" (con fascia tricolore e posto in prima fila), sono finalmente riuscito ad andarci come piace a me: in fondo, tra gli ultimi banchi; vicino ad amici storici come Massimiliano (uno che le montagne non solo le conosce per nome ma gli da pure del tu), Linter, Margherita, Marco, Valentina. Amici coi quali sono cresciuto potendo sempre contare su di loro. Mi piace partecipare alla Santa Messa delle 11 in questa parrocchia: rimango sempre positivamente colpito dalla folta presenza di giovani mentre i giovanissimi (quelli, insomma, delle prime classi delle superiori) animano con grande cura i canti grazie all'impegno profuso da un altro amico, Danilo. Ieri riflettevo su una progressiva modifica della liturgia. Mi spiego: alcuni anni fa, in un momento di ritorno al passato, erano stati cortesemente "banditi" una serie di canti moderni, vivaci, molto ritmati. Si scelse, cioè, di ritornare a canti "canonici", tradizionali. Ora invece, per fortuna, si torna a canti che esprimono, non solo nei testi ma anche nelle musiche, la gioa. Mi piace, ad esempio, moltissimo Il cantico delle creature nell'arrangiamento proposto ieri: testo filologicamente corretto (e non è facile) e musica di straordinaria bellezza (realizzata da Angelo Branduardi). Con quel testo si è raggiunta la massima poesia ed il suo contenuto vale più di mille dissertazioni teologiche: solo un'anima pura come quella di Francesco, infatti, può arrivare a chiamare la morte sorella. E' un palinsesto di emozioni semplici, tenere, apparentemente banali: lo stupore per la luna, il sole, le stelle; per la terra e gli animali; per il fuoco e per l'acqua. In realtà questo stupor mundi cela una verità fondamentale: sono tornando a vedere il mondo con gli occhi di bambino riusciamo a scoprirne le meraviglie intatte. E mi ha colpito molto l'omelia di don Adriano incentrata sulla difficoltà dello scegliere, sulla difficoltà di capire chi davvero noi siamo, sui criteri attraverso cui possiamo operare un discernimento. Scegliere è sempre difficile. Ma scegliere significa essere davvero liberi!
Post forse confuso...ma è lunedì.
Buona settimana a tutti. Che la forza sia con voi e...Dio vi benedica!
don Gigi: una pagina di Vangelo Scritto da I fratelli e le sorelle della comunità di Marango
Per la nostra comunità don Gigi è un amico della prima ora. Veniva spesso da noi, portando anche le comunità nelle quali ha esercitato il suo ministero. Siamo stati tra i primi ai quali ha confidato la sua malattia. È rimasto da noi due settimane, durante l’estate, dopo pesanti cicli di chemio all’ospedale di Aviano. Poi, alla fine di agosto, ci ha chiesto di essere accolto per un periodo più lungo. Sapevamo tutti che veniva per prepararsi all’ultimo combattimento, con la disarmante semplicità di un bambino che ama la vita, e con essa tutti i doni del Signore. Ci siamo sentiti partecipi di una grande grazia e resi testimoni di un evento di salvezza. Sì, nei tre mesi in cui Gigi è stato da noi, amico e fratello, è stata scritta una grande pagina di Vangelo. Gigi, operaio, prete e pastore in una comunità divenuta una sola cosa con lui, è giunto in mezzo a noi nella nudità di un povero, nudità che destabilizza tutte le nostre certezze e umilia tutte le nostre sicurezze. Da tempo non lavorava più. E anche il ministero pastorale, come comunemente lo si intende, era ormai quasi interamente dietro di lui: non poteva fare quasi più nulla, anche se, fino all’ultimo giorno, ha portato nella verità del suo cuore tutti quelli che il Signore gli aveva affidato. Non aveva con sé molti libri quando è venuto da noi. Non ha portato con sé nemmeno cose che, in qualche modo, lo rassicurassero che tutto era come prima e che niente, in fondo, poteva succedergli di irreparabile. Non ha portato cose, perché lui era un povero, anche nell’anima, e la sua vera ricchezza era invisibile agli occhi del mondo. Gigi, nel tempo in cui è vissuto con noi, non aveva più ruolo. Per molti era, al più, un prete malato, con una vita ormai quasi tutta dietro di sé, forse anche sprecata, per via di quel suo essersi fatto operaio. La malattia l’ha reso inutile del tutto; pietra di scarto. In questa radicale inutilità, il Signore ha scritto con lui, e per mezzo di lui, una straordinaria pagina di vita e di Vangelo. Ed è questa la testimonianza che la nostra comunità ora gli rende. Gigi era messo fuori ruolo – anche se ha voluto celebrare l’Eucarestia con la sua gente fino a domenica 18 novembre – ma la sua estrema indigenza, la sua progressiva precarietà, è diventata terreno fecondo che gli ha permesso di accogliere, con una straordinaria apertura del cuore, tutti coloro che, sempre più numerosi, venivano a trovarlo. Fino all’ultimo giorno. Sempre con un disarmante sorriso. Gigi ci ha dato testimonianza di una Chiesa di fratelli, fatta di volti, di storie che si incontrano e si accompagnano in una reciproca fedeltà, facendo spazio a tutti, trovando per tutti un posto e una parola. Come Gesù. Anche la sua scelta di prete operaio è stata la scelta, come Gesù a Nazareth, di essere in tutto “come loro”, come i più piccoli, in nome della pura fedeltà al Vangelo. Grazie, don Gigi, perché ci hai fatto percepire che una Chiesa così è possibile, che è ancora possibile vivere semplicemente dell’Evangelo, in una comunità universale di fratelli. Questa testimonianza ce l’hai data, in modo incredibile, il giorno solenne della celebrazione del sacramento dell’Unzione. Quel giorno tutta la Chiesa era riempita dal profumo e dalla tenerezza di Cristo. E non c’erano solo credenti a gioire di quel profumo soave. La parola del Vangelo, soprattutto dei vangeli della Passione e della Risurrezione, sono stati il tuo viatico quotidiano in questi cento giorni trascorsi tra noi. La parola del Vangelo è stata per te una Parola che – come ripetevi – ti dava forza, anche umanamente. L’incontro era fissato ogni mattino, dopo colazione, e durava a lungo, culminando con l’Eucarestia, Parola fatta carne per noi, vita di Dio interamente donata all’uomo. Avevi sempre più bisogno di questo momento, che era il più importante della tua giornata, preceduto e accompagnato da lungo silenzio. Ci hai fatto capire che non ci sono altre parole più importanti: quella del Vangelo è la lingua madre, la lingua che impariamo sulle ginocchia della Chiesa. Tu hai vissuto, trasmesso e insegnato, solo la lingua del Vangelo. Una giovane adolescente ti ha scritto, solo pochi giorni fa: “Ci mancano le tue prediche interminabili, ma tutte piene di senso”. Ricordaci sempre, Gigi, che tutte le nostre parole, o sono eco della parola del Vangelo, o sono nulla. Sono un peccato di presunzione e offendono i poveri. Carissimo Gigi, la tua spogliazione totale, ti ha rivestito interamente di Cristo. È assieme a te che abbiamo letto queste parole, piangendo di commozione per la potenza che esse esprimono: “Siamo convinti che Colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù, e ci porrà accanto a Lui insieme con voi”. E tu stesso, accogliendomi in uno degli ultimi giorni, mi hai sussurrato il testo di San Paolo: “Anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo…”, e io ho concluso per te la frase: “Quello interiore – cioè Cristo in noi – si rinnova di giorno in giorno”. Le tue ultime parole all’amico don Gianni sono state queste: “Siamo giunti alla fine, ma risorgeremo”. Questo è il tuo testamento, il tuo dono per tutti: il dono di una fede semplice e incrollabile. Carissimo Gigi, ti accompagni in questo ultimo viaggio la corona del Rosario che stringi tra le mani, la preghiera di tutti i piccoli e dei poveri che hai amato, preghiera che ti ha sostenuto in questi mesi. La Bibbia, che ora sta sul tuo cuore come un peso dolce e leggero, aperta sul Magnificat, il canto dei servi del Signore e dei liberati dal giogo di ogni oppressione. La stola sacerdotale, posta ai tuoi piedi, come segno di un ministero fatto solo per lavare i piedi ai fratelli. Un quaderno di Esodo, messoti lì furtivamente da tuo nipote Davide, come testimonianza della tua intelligente ricerca e della tua apertura al dialogo con tutti. Il profumo di un fiore, piccolo e umile segno della vita che tu hai tanto amato. Ti accompagnerà l’amore dolcissimo e puro che la tua comunità di Passarella ti ha dato, e ti sta dando, come risposta all’amore di fratello e di padre che tu le hai mostrato con unicità di dono e di impegno. E noi tutti, che ti siamo stati amici fin dall’inizio, quando negli anni della speranza del Concilio progettavamo e sognavamo una Chiesa fatta Vangelo, vogliamo solo dirti grazie per la tua trasparente e fedele testimonianza.
Spirito Santo, Padre dei poveri, vieni e scendi sull’intera nostra Chiesa diocesana come fuoco di una nuova Pentecoste.
LETTERA APERTA DI RICCARDO:
Mi hanno detto che sei partito, che non sanno se tornerai a farmi visita. Perché hai altro a cui pensare. No, non è che non pensi più a me, ma ora ti si apre davanti l'infinito. E quando hai davanti l'infinito, ti viene da correre, per vedere se davvero non ha fine questo infinito. Dunque, stai camminando per questa strada, alternando velocemente i passi come amavi fare con me, mio padre e mia madre, per le strade di una memorabile gita ad Assisi. O sul Ponte Vecchio di Firenze, sempre insieme a noi. Mi hanno detto che sei partito, c'è chi tenta di illudermi che sì, qualche speranzadi rivederti rimane. Che in fondo, anche se questo non accadesse, mi basterà chiudere gli occhi per rivederti. Io gli occhi li chiudo, e in effetti rivedo il tuo sorriso, carico di energia. Di quell'energia che permea in tutti i miei ricordi. Ma sai, è difficile riaprirli e abituarsi all'idea che, appunto, si tratta di ricordi. Mi hanno detto che sei partito, e ora in me si fa forte la convizione che sei partito veramente. Che non tornerai la Domenica pomeriggio per portarmi a pescare, con canne dozzinali fatte di rami e spaghi. Con le quali sapevamo benissimo che non avrebbe abboccato alcun pesce. Ma che importava: si stava insieme, andava benissimo così. Mi hanno detto che sei partito, e solo adesso, a pensarci bene, capisco che non tornerai. Mai più. E non hai idea di quanto male mi faccia quel "mai più". Mi conforta il fatto di averti accompagnato alla stazione, di essere rimasto con te fin a quando il capostazione ha fischiato la tua ora. Di averti stretto la mano quando ancora potevi vedermi, abbozzare perfino un sorriso, e averti detto "ti voglio bene". Perché lo so che lo sapevi che ti volevo bene, ma fa piacere sentirselo dire. E credo abbia fatto piacere anche a te. Poi il capostazione ha fischiato. C'è chi lo chiama Dio, chi "Oscura Signora", resta il fatto che ho visto le porte chiudersi. Ti eri già appisolato sul tuo posto, come sempre facevi sdraiandoti sul freddo pavimento di marmo nelle caldissime estati che abbiamo trascorso assieme. Poi il treno è partito e in pochi secondi era già lontano. Tu con lui. Mi hanno detto che sei partito, ma che non è così, perchè io sono fatto anche di te e di tutto quello che mi ha insegnato. Cazzo, quanto è vero, non ne hai idea. E scusami se ho detto "cazzo", mi avresti redarguito, lo so. Come so che il nostro è sempre stato un rapporto sincero, senza reverenze perchè tu eri lo zio e io il nipote. Perchè tu eri lo storico e io lo scrittore. Perchè tu eri un prete e io la pecorella smarrita che molti hanno visto in me (ri-scusa, ma le teste di cazzo c sono sempre). Eravamo Gigi e Ricky, più culo e camicia di quanto potesse sembrare. Eravamo? Siamo? Non lo so, non me la sento di dirti, in questo momento, che è tutto come prima. Perchè quel treno è distante, ma se fosse davvero un treno risponderesti al tuo telefonino mentre ti chiamo. Invece il telefonino è spento. E' dall'8 Dicembre che è spento e ormai ho perso la speranza che tu risponderai. Ho la sensazione, ma sono sincero è una sensazione, che tu mi stai osservando. Che ridi? Io piango come un disperato e tu ridi. Sento il tuo abbraccio, perfino tu che esclami "nipotastro che buona quella "cicoata" al vostro matrimonio". "Ma zio, era liquore al cioccolato quello!". "Ah sì! Buono lo stesso!". Ecco, mi piace ricordarti così, col sorriso comprensivo di chi ha già capito come andrà a finire. Sempre. E non come fanno i preti "normali", che ti sembrano distanti anni luce facendoti credere che Dio, Paradiso e Santi, si trovano in un'altra galassia. Tu Dio lo mettevi in mezzo alla gente. Eri un prete-operaio, uno che ha riunciato ai soldi della Curia per guadagnarseli lavorando come tutti. E dedicandoti come prete nei fine settimana, in quelle comunità che hai saputo creare da zero. E conquistare. Sempre. Sai? Credo che la Chiesa dovrebbe averli tutti così, i preti, ma non sono nessuno per prendere posizioni in merito. Perchè ora sono qui per salutarti. Non che non l'abbia fatto, ma non è mai abbastanza. Perché di solito il saluto è proporzionale all'entità del viaggio. E se quando sei partio per la Romania ti ho salutato con un abbraccio, e quando sei partito per il Brasile l'ho fatto con un abbraccio e un bacio; ora è giusto farlo in tutti i modi possibili, ma soprattutto con l'anima. Perchè il viaggio è stato lunghissimo, l'ultimo. Sai, non so davvero dove ti trovi ora,in quale luogo del tempo e dello spazio. Ma ti dico una cosa: di te ho sempre rispettato la grande intelligenza e mi conforta pensare che una simile intelligenza non possa essere stata sprecata dietro alla convinzione di un Dio che non esiste. Non eri il tipo da farti fregare un istante, figuriamoci una vita. E allora facciamo un patto sulla fiducia: Dio esiste, ma lasciami il tempo e il modo di capirlo di nuovo. Perché se è vero che Dio tutto può, poteva almeno lasciare mia madre e te in questa terra, per un po' di tempo in più. Non dico che me lo doveva, ma deve pur riconoscere il fatto che non gli ho mai rotto, con richieste assurde, bigotte, come quelle delle tribù primitive che chiedevano ai loro Dei la fecondità e la prosperità. Non gli ho chiesto mai davvero nulla, nemmeno quando sul letto di un ospedale, mi dissero che mi rimanevano un paio di settimane di vita se le cose non miglioravano. Non gli ho chiesto nulla nemmeno allora. Mi sono rialzato con le mie gambe, sono tornato da solo alla vita. E ad aspettarmi, c'eri tu. Aspetta, non è che fossi tu, Dio? Mi hanno detto che sei partito e che sì, tu eri Dio nella sua forma umana, in tutto quello che facevi e dicevi. Per me eri, sei e rimarrai semplicemente Gigi. Mio zio? Un prete? Uno storico? No, Gigi. Ti voglio bene, Gigi. Cazzo, non sai quanto. Ops, scusa.
Che la forza sia con voi...e spero che la terra ti sia davvero lieve.....Mi manchi, zio!
Ho sempre professato il mio essere cattolico di confine. Entrato di sguincio nella fede adulta dopo che essa, durante l'infanzia e l'adolescenza, si traduceva in atti meramente fideistici, assunti più per tradizione familiare che per altro. Ciò si traduce in una mia naturale diffidenza e/o incredulità rispetto ai tanti fenomeni di devozione popolare. In particolare rispetto ai luoghi oggetto di numerosi e popolatissimi pellegrinaggi. Luoghi diventati essi stessi "strumenti" di culto per via di apparizioni, miracoli e così via. Non son mai stato, ad esempio, a Lourdes semplicemente perché non ne avverto la necessità. E' vero: l'anno prossimo con l'amico Graziano vorremmo fare, in bici, il Cammino di Santiago ma lo si fa per entrare in una dimensione altra dove la lentezza della pedalata (almeno questo è il patto che ho fatto con lui..adelante ma con jiuicio), il vivere in maniera frugale, l'apprezzare le piccole cose diventano elementi imprescindibili di una grande esperienza umana. Spesso con un carissimo amico (oltre che collega), non credente, discutiamo attorno al tema se la fede è un dono. Ovvio che, secondo la lectio paolini, dovrei dire di sì. E però mi torna spesso in mente una affermazione di Massimo Cacciari secondo il quale chi crede è colui che si interroga non colui che ha risposte. Ed io di domande ne ho molte, moltissime. E invidio che vive la propria fede in maniera serena. Anche, e soprattutto, nei momenti decisivi della vita quotidiana. Ieri ho appreso la brutale notizia della morte di una mia amica: 38 anni, da mesi viveva immobilizzata a letto per via di un cancro che si era diffuso al suo apparato scheletrico. Lei a Lourdes ci era andata tante e tante volte, sempre come volontaria. E ogni volta che rientrava a casa spiegava a chi le stava accanto di aver ricevuta serenità, calma interiore. Anche la settimana scorsa, nel corso di una telefonata con una sua amica, confidava questo stato d'animo. Forse davvero essere donne e uomini di fede significa dimostrarlo proprio in questi momenti...
Che la forza sia con voi e....ti sia lieve la terra.
Lacrime e sangue diciamo.Già. Poi presentano la lista della spesa.E a te viene spontaneo chiederti: ma abbiamo ancora il coraggio di chiamarla POLITICA 'sta roba qua?
Che la forza sia con me!
E alla fine sarà pur vero che don Chisciotte aveva scambiato i mulini a vento per orridi avversari da abbattere. Ma almeno lui un sogno l'aveva. E anche io. E mi fanno pena quanti pensano che i sogni, in fondo, son cose da bambini. Perché ho sempre pensato che un uomo che non ha sogni, che non ama la poesia è un uomo che, poco alla volta, muore dentro.
Stamattina, su invito del Prefetto di Venezia, ho partecipato alla celebrazione del 60° anniversario della nostra Costituzione. Il Prefetto ha "costruito" l'iniziativa mettendola a disposizione degli studenti degli istituti superiori. Debbo dire che questi giovani mi hanno davvero stupito. Non soltanto per l'ordine ed il rispetto. Ma anche per l'alto senso civico che hanno mostrato di avere. Ad esempio quando nel Teatro Goldoni di Venezia (semplicemente meraviglioso) sono risuonate le note dell'Inno di Mameli, si sono spontaneamente alzati tutti in piedi e, al termine, hanno tributato un caloroso applauso non solo all'Inno ma anche alle preziose parole con le quali il Prefetto li ha salutati. Subito dopo Marco Paolini e Gianantonio Stella hanno dialogato con loro. Le domande che questi giovani facevano mi parevano, tutte, non solo di grande maturità ma anche nate al termine di serie ed approfondite riflessioni: dal Lodo Alfano (non viola l'articolo 3 della Costituzione? hanno chiesto) alla riforma del ministro Gelmini (non viola l'art. 33 della Costituzione?) a riflessioni sulla politica, sulle classi dirigenti di questo nostro Paese. Certo: nelle loro riflessioni, un ruolo importante è stato giocato proprio da Stella e Paolini. Ma se le future classi dirigenti di questo Paese saranno rappresentate dai giovani che ho incontrato oggi c'è di che essere ottimisti.
Quanto al resto: mi ero ripromesso di non intervenire nella vicenda Serimi. Oggi ne parlo per dire sostanzialmente alcune cose.
A partire dal riconoscimento che da parte nostra vi è stata della superficialità. Vissuta in assoluta buonafede ma non pensando alle polemiche che la vicenda avrebbe provocato. Una cosa però la voglio dire e chiara: nessuno di noi, MAI, ha, NEMMENO PER UN SECONDO, pensato davvero di poter mangiare gratis! Ma mi rendo conto che, come si suol dire, la frittata (mai mangiata) ormai è fatta e allora mi sento, in coscienza, di chiedere scusa a quanti hanno letto in questa vicenda un segno di una specie di arroganza del potere che mai abbiamo pensato di esercitare. Questa vicenda a me ha insegnato anche un'altra cosa: e cioè che l'etica politica deve essere sempre la regola che ci guida nell'esercizio quotidiano dei nostri compiti. Anche a costo di sacrifici personali, di scelte difficili. Mai dobbiamo dimenticare che ad animarci non sono e careghe (come ho letto in altri blog) ma uno spirito di servizio nei confronti della nostra città. La quale, al pari di tutte le altre città, ha un grande potere in mano, quello di "punirci" col voto se giudica insoddisfacente il nostro operato.Vedete: io sono in Comune solitamente dalle 8 del mattino fino a sera tardi. Do tutto me stesso a questa città. Pur con enormi problemi (sul bilancio scriverò fra poco e sono lacrime e sangue), fatiche, rinunce anche personali (oggi ad esempio sono arrivato in Municipio alle 7 e 40, ho lavorato alla cerimonia inaugurale di Villa dei Leoni fino alle 9, sono andato a Venezia, sono tornato in Municipio alle 13 dove continuerò a lavorare fino alle 18 per poi trasferirmi in un'altra sede per un incontro e concluderò la serata, alle 20,30, con una riunione a Mestre) ma con la serenità, in coscienza, di dare sempre e comunque il massimo. Che non sarà mai abbastanza, lo so.
No. Non è piacevole. Per nulla. Essere svegliati nel cuore della notte perché la tua auto ha preso fuoco. Non è piacevole uscire e cercare disperatamente di spostarla perché temi che possa esplodere (salvo apprendere poi che il serbatoio di un auto a benzina non può esplodere con buona pace per le migliaia di film visti!). E non è piacevole uscire di casa tutte le mattine ed imbatterti in quella carcassa ancora sottoposta a sequestro giudiziario. Certo: la Magistratura sta compiendo indagini accurate. E però davvero devo pensare che si sia trattato di un incidente del tutto casuale capitato ad un'auto vecchiotta. Devo pensare questo perché, altrimenti, immaginare che qualcuno - deliberatamente - entri a casa mia e dia fuoco all'auto, significa davvero aver toccato il fondo di una politica che, necessariamente, deve abbassare i toni ma che mai può spingere a simili gesti. Mi fermo qui. Salvo ringraziare i tanti che mi hanno espresso solidarietà:a partire dai colleghi di giunta che alle 3 e mezza del sabato mattina si sono precipitati, tutti, a casa mia. Ed i rappresentanti di tutti i partiti, di maggioranza ed opposizione. Ma soprattutto i Vigili del Fuoco di Mira che mi hanno assistito per quasi due ore sabato mattina alle 3. E, ovvio, i carabinieri che, con la loro presenza, hanno rassicurato me e i miei familiari.
Quanto al resto: il Congresso boccia il "piano Bush" da 700 miliardi di dollari. Mi ha colpito molto questa notizia. E non tanto per i riflessi, negativissimi, che essa ha avuto sulle borse mondiali. Quanto piuttosto perché è davvero singolare (almeno a me sembra così) che la patria del liberalismo, di fatto, si sia convertita al...nazionalismo. Un po' come accadde al nostro Paese con le partecipazioni statali e l'IRI. Il secondo motivo è perché, in pochi, a mio avviso si son resi conto che eravamo alle prese con un'altra rivoluzione economica: un mondo non più esclusivamente basato su produzione, domanda, offerta. Ma piuttosto basato esclusivamente sullo scambio di denaro virtuale, di azioni e obbligazioni. Ed oggi questo mondo pare in una irrimediabile crisi. A me, leggendo la cronaca di questi giorni, è venuta in mente la lezione di Joseph Schumpeter.
Cliccando sul link sottostante un interessante articolo pubblicato da Il Sole 24 ore:
Ieri, a mezzogiorno, in Consiglio Comunale abbiamo vissuto un momento emozionante: l'ufficializzazione del gemellaggio tra Mira e Beit Sahour, comune palestinese di 15.000 abitanti. Mi ha colpito molto l'intervento di don Nandino Capovilla, già cappellano a Mira per alcuni anni e ora delegato di Pax Christi. Autore di numerosi libri sulla questione palestinese, vi consiglio il suo Bocche scucite.
Immagino che oramai la notizia sia di dominio pubblico. Per la prima volta nella mia vita sento di essere impaurito di fronte ad una simile responsabilità. Un sentimento accresciuto dall'applauso corale con cui TUTTI i segretari delle forze politiche che sostengono la nostra coalizione e i colleghi di giunta hanno accolto la proposta del sindaco, Michele Carpinetti, e che aumenta - se possibile - il senso di responsabilità nei confronti di tutti. Ma anche la dimensione etica dell'impegno politico che non ci dovrebbe mai far dimenticare che operiamo al servizio della comunità per il raggiungimento del bene comune...
Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia.
Speri Israele nel Signore, ora e sempre.
[SALMO 130 (131)]
E stavolta permettetemi di dire...che la forza sia con me!
AD ALDA MERINI
Gocce di perle Scendono dai delicati lobi - e vi fu chi amorevolmente li morse – vezzo di donna mai sazia di vita.
Gote pallide, tirate allo spasmo da risa leggiadre che gorgogliano spezzando le catene cui mani d’uomo - ah! la vacuità dell’anima – affidarono, ingrato compito, la negata libertà della poesia.
L’amore amato Ti condusse Dietro le sbarre D’una apparente Follia.
Ed il tempo si ridusse Ad uno stillicidio D’inutili attese di labbra da ricordare mentre i cadenti seni esponesti alla mondana curiosità segno intangibile di un’assordante silenzio che le tue parole vincono ogni ora.