NON LEGGETE, COME FANNO I BAMBINI, PER DIVERTIRVI,
O, COME FANNO GLI AMBIZIOSI, PER ISTRUIRVI.
NO, LEGGETE PER VIVERE.
(Gustave Flaubert)
mercoledì 10 marzo 2010
IN MEMORIA
Mi han detto che il tempo guarisce, che - alla fine - le ore, i giorni, le settimane, i mesi e gli anni costruiscono sopra le ferite, cicatrici spesse che nessuna lama può più riaprire. Mi han detto che alla fine rimarrà solo il ricordo, magari sfocato. Mi han detto che alla fine comunque avrò ancora voglia di guardare il giorno che verrà. Balle! Tutte balle! Cinque anni sono passati. Cosa sono 60 mesi? Nulla, un battito di ciglia commisurato all'età del mondo. Il tutto per il mio cuore. Cinque anni dall'ultimo abbraccio. Dall'ultima carezza. Da un ultimo, fugace, bacio su una fronte fredda e sudata. Cinque anni da quei tubi dismessi per dare vita ad altri. Ad altri cuori che palpitino. Ad altri occhi che luccichino d'amore o si unimidiscono di lacrime. Cinque anni da una lettera furtivamente messati accanto.Cinque anni da una strizzata d'occhio. Cinque anni da una casa divenuta fredda e dalla quale scappare il più in fretta possibile giacché il tuo ricordo, amplificato in quelle stanze, era troppo greve da sopportare. .E sono ancora qui. A chiedere "perché?". A non rassegnarmi che quello fosse stato l'ultimo bacio, l'ultimo abbraccio, l'ultima carezza, l'ultimo ciao. E ieri, in cui abbiam ricordato questi maledetti 60 mesi, sono entrato in Chiesa. Mi sono seduto, come faccio sempre, nell'ultima fila: è lì che mi siedo sempre. Forse, chissà, è una maniera per ricordarmi dei tanti che in Chiesa non entrano perché hanno i piedi sporchi, il cuore oppresso o semplicemente perché hanno i pugni chiusi di rabbia e l'anima greve di solitudine. E che comunque sono sempre migliori di me. Pensavo che tutto fosse passato. In fondo erano già cinque anni da quel giorno, da quel legno steso per terra. Il crocefisso era coperto, un telo viola a ricordarci che lì è l'Uomo che muore per mano di altri uomini, il costato trafitto e mani e piedi inchiodati. Mi sono seduto. Ho chiuso gli occhi. E le lacrime sono scese. Ancora. Come quel giorno di cinque anni fa.
Non l'abbiamo visto...Meglio: io non l'ho visto. Non l'ho visto e mai avrei pensato che nella mia Mira, in questa città che - seppure a volte con fatica - riesce, nonostante tutto, ad essere ancora solidale, aperta, civile, la cui piazza principale è dedicata alla memoria di 9 eroi (non mi piace chiamarli martiri) che sono stati trucidati dall'odio vigliacco del nazifascismo, potesse accadere che una persona, un uomo, morisse di freddo. Mircea Mailat era nato nel 1961, aveva 39 anni. Non so le ragioni, i motivi che lo hanno spinto in strada, a cercare - magari, chissà, - nell'alcol l'illusione che il freddo non ci fosse, che il vento gelido non provocasse stilettate sulla sua pelle. E non so se Mircea sapesse ciò che ti insegnano fin dalle primissime lezioni di qualche corso di arrampicata e cioè che l'alcool è un vasodilatotore e che in apparenza ti scalda ma in realtà affatica il cuore. Non so e non me ne frega nulla. Ciò che conta (e con disumano ritardo) ora è che è morto un uomo. E' caduto, come sacco inerme di juta, vicino ad una piazza che, ironia del destino, è titolata a San Nicolò non solo patrono di questa mia città ma anche, dicono, l' "inventore" di Babbo Natale. Ma per i bambini Babbo Natale viene il 25 dicembre. E in quel giorno ricordiamo una famiglia fatta di una ragazzina (15/16 anni o poco più) e del suo uomo di poco più grande. E ricordiamo le doglie, il travaglio. E ricordiamo che l'unico posto per loro disponibile era una stalla: un pò di fieno, magari sporco dello sterco di qualche bestia, e - dicono - un paio di animali ad assicurare un minimo di tepore. Lì è nato il Cristo. Lì è nato l'uomo che ci ha detto (Matteo, 25)
Poi il Re dirà a quelli della sua destra: "Venite, benedetti da mio Padre, entrate nel Regno preparato per voi fin dall'inizio del mondo. Perché avevo fame, e voi mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato dell'acqua, ero straniero e mi avete ospitato nella vostra casa, ero nudo e mi avete dato dei vestiti, ero malato ed in prigione e siete venuti a trovarmi!" "Queste persone giuste risponderanno: "Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai eri straniero e ti abbiamo aiutato? O eri nudo e ti abbiamo dato degli abiti? E quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?" "Ed il Re risponderà loro: "Quando lo avete fatto anche per l'ultimo di questi miei fratelli, lo avete fatto per me!"
Nessuno lo ha visto Mircea. Nessuno. Anzi: forse lo abbiamo visto tutti. Forse l'ho visto io e, chissà, nel vederlo ho provato un senso di disagio (disgusto forse?), di fastidio per i suoi vestiti laceri, per la sua poca igiene. E sicuramente l'ho scansato, l'ho evitato. Certamente non si chiamava Mircea ma, mi chiedo, quanti Mircea ho evitato? E d'improvviso mi assale un dubbio: non è che io, cattolico, e pure di sinistra (centrosinistra via....) in fondo, in fondo sia un razzista?
Sabato sera il collettivo redazionale di Esodo ha organizzato un bell'incontro insieme ad un gruppo di lettori e simpatizzanti. In oltre due ore di dibattito (altissimo a dir poco data la presenza di intelligenze culturalmente davvero raffinate) ci si è interrogati verso quali, nuove, mete indirizzare quest'esodo cominciato 30 anni fa.
Esodo (non mi stanco di ripeterlo) è una rivista preziosissima perché fondata sul reciproco dialogo tra credenti (di qualunque confessione) e non credenti attorno a temi grandi e nobilissimi.
Alcuni interventi mi hanno colpito perché ruotano attorno ad una domanda che, in me, costituisce da diversi anni occasione di riflessione. Nella mia esperienza quotidiana sento taluni dirmi io sono credente ma non nella Chiesa. E' possibile disgiungere queste due dimensioni? E' possibile, in altre parole, riconoscere, da un lato, che Dio si è fatto uomo ed è venuto ad abitare in mezzo a noi e dall'altro lato non riconoscere che questo Dio assunto a forma umana ha, di fatto, costituito la Chiesa (tu sei Pietro e su questa pietra io fonderò il mio regno)?
Ma allora, forse, non si tratta di un dubbio mal espresso? Per caso non è che il credere/non credere attenga non tanto alla Chiesa - cioè alla incarnazione nella vita quotidiana dell'insegnamento evangelico (giusto per fare un esempio: la centralità del mistero pasquale sta nel Cristo che, il Giovedi Santo, istituisce l'Eucarestia come supremo dono di sè - figura anticipatoria della Sua morte e resurrezione) - quanto piuttosto alle (o a talune) gerarchie ecclesiastiche? E per caso questa sorta di antinomia non è che possa risolversi nel riconoscimento che, al di la della maior ecclesia esiste anche una Chiesa minore che punta alla essenzialità e alla radicalità del messaggio evangelico, che si pone davvero e autenticamente a fianco degli umili non come segno di semplice solidarietà ma riconoscendo in essi gli unici e veri compagni di viaggio di quel palestinese che, oltre 2000 anni fa, è morto perdonando chi a quella morte lo ha condannato?
Per la nostra comunità don Gigi è un amico della prima ora. Veniva spesso da noi, portando anche le comunità nelle quali ha esercitato il suo ministero. Siamo stati tra i primi ai quali ha confidato la sua malattia. È rimasto da noi due settimane, durante l’estate, dopo pesanti cicli di chemio all’ospedale di Aviano. Poi, alla fine di agosto, ci ha chiesto di essere accolto per un periodo più lungo. Sapevamo tutti che veniva per prepararsi all’ultimo combattimento, con la disarmante semplicità di un bambino che ama la vita, e con essa tutti i doni del Signore. Ci siamo sentiti partecipi di una grande grazia e resi testimoni di un evento di salvezza. Sì, nei tre mesi in cui Gigi è stato da noi, amico e fratello, è stata scritta una grande pagina di Vangelo. Gigi, operaio, prete e pastore in una comunità divenuta una sola cosa con lui, è giunto in mezzo a noi nella nudità di un povero, nudità che destabilizza tutte le nostre certezze e umilia tutte le nostre sicurezze. Da tempo non lavorava più. E anche il ministero pastorale, come comunemente lo si intende, era ormai quasi interamente dietro di lui: non poteva fare quasi più nulla, anche se, fino all’ultimo giorno, ha portato nella verità del suo cuore tutti quelli che il Signore gli aveva affidato. Non aveva con sé molti libri quando è venuto da noi. Non ha portato con sé nemmeno cose che, in qualche modo, lo rassicurassero che tutto era come prima e che niente, in fondo, poteva succedergli di irreparabile. Non ha portato cose, perché lui era un povero, anche nell’anima, e la sua vera ricchezza era invisibile agli occhi del mondo.
Gigi, nel tempo in cui è vissuto con noi, non aveva più ruolo. Per molti era, al più, un prete malato, con una vita ormai quasi tutta dietro di sé, forse anche sprecata, per via di quel suo essersi fatto operaio. La malattia l’ha reso inutile del tutto; pietra di scarto. In questa radicale inutilità, il Signore ha scritto con lui, e per mezzo di lui, una straordinaria pagina di vita e di Vangelo. Ed è questa la testimonianza che la nostra comunità ora gli rende. Gigi era messo fuori ruolo – anche se ha voluto celebrare l’Eucarestia con la sua gente fino a domenica 18 novembre – ma la sua estrema indigenza, la sua progressiva precarietà, è diventata terreno fecondo che gli ha permesso di accogliere, con una straordinaria apertura del cuore, tutti coloro che, sempre più numerosi, venivano a trovarlo. Fino all’ultimo giorno. Sempre con un disarmante sorriso. Gigi ci ha dato testimonianza di una Chiesa di fratelli, fatta di volti, di storie che si incontrano e si accompagnano in una reciproca fedeltà, facendo spazio a tutti, trovando per tutti un posto e una parola. Come Gesù. Anche la sua scelta di prete operaio è stata la scelta, come Gesù a Nazareth, di essere in tutto “come loro”, come i più piccoli, in nome della pura fedeltà al Vangelo. Grazie, don Gigi, perché ci hai fatto percepire che una Chiesa così è possibile, che è ancora possibile vivere semplicemente dell’Evangelo, in una comunità universale di fratelli. Questa testimonianza ce l’hai data, in modo incredibile, il giorno solenne della celebrazione del sacramento dell’Unzione. Quel giorno tutta la Chiesa era riempita dal profumo e dalla tenerezza di Cristo. E non c’erano solo credenti a gioire di quel profumo soave.
La parola del Vangelo, soprattutto dei vangeli della Passione e della Risurrezione, sono stati il tuo viatico quotidiano in questi cento giorni trascorsi tra noi. La parola del Vangelo è stata per te una Parola che – come ripetevi – ti dava forza, anche umanamente. L’incontro era fissato ogni mattino, dopo colazione, e durava a lungo, culminando con l’Eucarestia, Parola fatta carne per noi, vita di Dio interamente donata all’uomo. Avevi sempre più bisogno di questo momento, che era il più importante della tua giornata, preceduto e accompagnato da lungo silenzio. Ci hai fatto capire che non ci sono altre parole più importanti: quella del Vangelo è la lingua madre, la lingua che impariamo sulle ginocchia della Chiesa. Tu hai vissuto, trasmesso e insegnato, solo la lingua del Vangelo. Una giovane adolescente ti ha scritto, solo pochi giorni fa: “Ci mancano le tue prediche interminabili, ma tutte piene di senso”. Ricordaci sempre, Gigi, che tutte le nostre parole, o sono eco della parola del Vangelo, o sono nulla. Sono un peccato di presunzione e offendono i poveri.
Carissimo Gigi, la tua spogliazione totale, ti ha rivestito interamente di Cristo. È assieme a te che abbiamo letto queste parole, piangendo di commozione per la potenza che esse esprimono: “Siamo convinti che Colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù, e ci porrà accanto a Lui insieme con voi”. E tu stesso, accogliendomi in uno degli ultimi giorni, mi hai sussurrato il testo di San Paolo: “Anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo…”, e io ho concluso per te la frase: “Quello interiore – cioè Cristo in noi – si rinnova di giorno in giorno”. Le tue ultime parole all’amico don Gianni sono state queste: “Siamo giunti alla fine, ma risorgeremo”. Questo è il tuo testamento, il tuo dono per tutti: il dono di una fede semplice e incrollabile.
Carissimo Gigi, ti accompagni in questo ultimo viaggio la corona del Rosario che stringi tra le mani, la preghiera di tutti i piccoli e dei poveri che hai amato, preghiera che ti ha sostenuto in questi mesi. La Bibbia, che ora sta sul tuo cuore come un peso dolce e leggero, aperta sul Magnificat, il canto dei servi del Signore e dei liberati dal giogo di ogni oppressione. La stola sacerdotale, posta ai tuoi piedi, come segno di un ministero fatto solo per lavare i piedi ai fratelli. Un quaderno di Esodo, messoti lì furtivamente da tuo nipote Davide, come testimonianza della tua intelligente ricerca e della tua apertura al dialogo con tutti. Il profumo di un fiore, piccolo e umile segno della vita che tu hai tanto amato. Ti accompagnerà l’amore dolcissimo e puro che la tua comunità di Passarella ti ha dato, e ti sta dando, come risposta all’amore di fratello e di padre che tu le hai mostrato con unicità di dono e di impegno. E noi tutti, che ti siamo stati amici fin dall’inizio, quando negli anni della speranza del Concilio progettavamo e sognavamo una Chiesa fatta Vangelo, vogliamo solo dirti grazie per la tua trasparente e fedele testimonianza.
Spirito Santo, Padre dei poveri, vieni e scendi sull’intera nostra Chiesa diocesana come fuoco di una nuova Pentecoste.
Secondo Marco, Gesù dopo aver celebrato la Pasqua insieme ai suoi discepoli, venne arrestato dalle milizie romane e processato. Per alcune ore fu sballottato dai romani ai sommi sacerdoti e da questi ai romani finché Pilato (con un trucchetto ben noto ai politici...) decise di non decidere, lasciando al popolo la scelta tra il Cristo e Barabba (costui molto probabilmente non era un ladro quanto piuttosto un terrorista ante litteram). Scelto quest'ultimo, Cristo venne prima fustigato poi crocefisso. E crocefisso (è verità di fede) non come si era soliti fare, cioè legando il corpo del condannato alla croce, quanto piuttosto inchiodandone mani e piedi. Fu agonia lenta e dolorosissima, acuita dalla spugna imbevuta d'aceto e dalla lancia che ne trafigge il costato e dalla mazza di legno che spezza le gambe per accellerarne la fine (è verità di fede). Quanto tutto fu compiuto e il velo del tempio si squarciò erano le tre del pomeriggio del venerdi. Prima di tutto ciò quell'uomo (il figlio di Dio fattosi uomo venne ad abitare in mezzo a noi ci dice San Paolo) pose i suoi occhi (scuri non verdi né azzurri come vediamo in molta filmografia giacché era palestinese e, dunque, arabo...sì, arabo) su Giovanni, il suo discepolo preferito, e poi su Maria, affidando l'uno all'altra e viceversa (è verità di fede). Dopo la sua morte, Giuseppe d'Arimatea lo tolse dalla croce e lo depose in una tomba ove, la domenica mattina, le donne giunsero e ne rivelarono l'assenza/presenza (Perché cercate fra i morti colui che è vivo?). Ed è alta e somma verità di fede. Dunque il Figlio di Dio, il Verbo che si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, impiegò circa 48 ore per risorgere a vita nuova (ancora San Paolo). Gli umani da circa 3 settimane si stanno demagogicamente interrogando sull'apposizione o meno del Crocefisso nei luoghi pubblici. Mi chiedo: qual è oggi il Cristo crocefisso? Un pezzo di legno che brandiamo per "giustificare" una appartenenza inconsulta ed inconcludente nel mentre non leggiamo in quel corpo trafitto un messaggio di amore universale? Come possiamo, demagogicamente, invocare questo "cristianesimo di ritorno" e, contemporaneamente, violare quel comandamento che troviamo in Matteo 25,35: Io avevo sete e mi avete dato da bere? Qual è, dunque, oggi, chi è oggi il Cristo crocifisso? Un simbolo buttato lì per una pseudoappartenenza oppure chi oggi vive il dramma della cassa integrazione, del licenziamento; chi oggi si trova a 45/50 anni come un rifiuto che il consumismo, l'industrializzazione, la speculazione finanziaria getta al bordo della strada? E, mi chiedo, come mai la solerzia con cui il nostro Governo ha deciso di ricorrere contro la sentenza della Corte Europea per i diritti dell'uomo non è stata la stessa quando si è trattato di intervenire sui costi dell'energia elettrica? Ed il mio PD su questo, che dice? Abbiamo una idea, una proposta seria e concreta sul futuro di Porto Marghera? Abbiamo, finalmente, il coraggio di guardare negli occhi chi non ha il pane quotidiano e spiegargli quale sarà il suo destino? Cosa significa, per noi, per ciascuno di noi, laicità?
Visto che, fra pochissimo, sarà in libreria con la sua ultima fatica letteraria e che al solito mi regalerà con la speranza (purtroppo vana) di convertirmi a questi argomenti......
Tutti i segreti di Riccardo Meggiato di Francesca Cappennani
Incontro con l'autore. Inaugura il salottino editoriale della redazione Apogeo un giornalista ecclettico e un divulgatore raro, allergico agli sbadigli e convinto che al lettore si debba dare del tu
Riccardo Meggiato, giornalista, tecnofilo e tecnologo, con un passato da programmatore di videogiochi, è una firma ormai consolidata e stimata di numerosi manuali di Apogeo. L’abbiamo incontrato e intervistato per svelare ai lettori come nascono i suoi libri e sapere qualcosa in più di questo autore versatile e competente, che nelle sue pubblicazioni non trascura un obiettivo importante: far sorridere i lettori, anche di manuali di informatica.
Riccardo, quando ci siamo conosciuti all’inizio del 2005, tu, eclettico come sei, avevi un passato già molto denso di esperienze in ambiti diversificati, dalla programmazione di videogame alla traduzione, dal giornalismo freelance alla divulgazione tecnologica. Ancora però non ti eri cimentato come autore di libri. Poi, è uscito il “nostro” primo manuale Tutti i segreti del DVD, che, ricordo, mi presentasti in manoscritto già completo e concluso – quasi un sogno, direi, per un redattore. Pensai che, se quello era il tuo primo libro, beh, non sarebbe stato difficile fartene scrivere altri. Ripensando a quell’esperienza, da che cosa scaturì l’esigenza di avventurarti nella stesura di un libro?
Ricordo il giorno del nostro incontro: io, te, Marco, una grande sala riunioni. Nessuna delle mie esperienze mi aveva mai messo di fronte a una situazione al tempo stesso così formale, ma anche così entusiasmante come quella di scrivere un libro. Fatto sta che Tutti i segreti del DVD è nato un po’ per caso. Mi era stato chiesto da un amico di scrivere una breve guida sulla masterizzazione, ma poi vidi che mano a mano che il tempo passava, il malloppo cresceva e cresceva. Da qui, l’idea di un libro. Però, detto tra noi, non ci speravo proprio nella pubblicazione. Il fatto di alternare la sua stesura alla realizzazione dei miei abituali articoli, mi imponeva psicologicamente una sorta di omogeneità di stile, che è poi il mio: l’uso del “tu”, che fa rivoltare i puristi della manualistica di un certo livello; l’utilizzo di frasi ironiche, ma anche la voglia di approfondire temi spesso trattati in modo superficiale. Molti colleghi di lungo corso sostengono che sono stato il primo in Italia a utilizzare il “tu” nell’editoria informatica e che, proprio per questo, dovevo già ringraziare il Cielo di scrivere articoli nelle riviste tecniche. Dunque, guai a parlare loro di un libro con quello stile. Eppure…
Rilevando la disparità dei temi affrontati nei tuoi libri, alcuni potrebbero rimproverarti di essere una sorta di tuttologo tecnologico, sostenuti in questo da un ragionevole scetticismo sulla reale preparazione di chi parla “di tutto un po’”. Che cosa risponderesti a questi eventuali detrattori? Come hai costruito e come costruisci le tue competenze in questo mondo in così rapida evoluzione come quello della tecnologia? E, in buona sostanza, come progetti e ti attrezzi quando ti appresti alla scrittura di un nuovo libro?
Ma allora devo svelare i miei segreti! Non è che ci scriviamo su un bel Tutti i segreti di Ricky? Così quelli che sostengono che sono un tuttologo avranno nuova carne da abbrustolire al fuoco. Scherzi a parte, io credo che il lavoro di divulgatore, che è poi quello che faccio io, non imponga di essere esperti di qualcosa, ma di diventarlo e quindi di spiegare agli altri quel dato argomento. La differenza è sottile, ma importante: esperti bisogna diventare, non esserlo a priori. Altrimenti già poni una barriera tra te e il lettore. Quando decido di scrivere un libro, come un articolo, passo moltissimo tempo a documentarmi, a effettuare prove, a sperimentare. Diciamo che nel mio lavoro circa il 70-80% del tempo lo passo a documentarmi, a testare la tecnologia di prima mano, a metterla in pratica, mentre il resto a scrivere. Parto sempre consultando la Rete, quindi passo ad acquistare tutti i libri su quel dato argomento. E quando dico tutti, intendo proprio tutti (o, almeno, tutti quelli pubblicati nelle lingue che conosco). Quando sento di essere preparato, sperimento in prima persona tutte le possibilità di quella tecnologia o del tema che voglio spiegare. Se le idee sgorgano a fiotti, se trovo che c’è molto materiale originale da divulgare, allora è il momento di passare alla scrittura, altrimenti torno a sperimentare.
Una delle caratteristiche che ritenni particolarmente accattivante in quel tuo primo scritto, e che poi si è vista confermata anche nelle tue pubblicazioni successive, è, come già accennavi, lo stile frizzante, giocoso, ben bilanciato tra la necessità di non far cadere il lettore nella noia della manualistica canonica e l’esigenza di fornire contenuti seri, ampi e calibrati sul livello potenziale dei lettori a cui ti rivolgi. Un connubio che si è dimostrato efficace per i titoli entry level. Pensi che il tono informale che ti contraddistingue possa essere adottato senza remore anche nelle pubblicazioni rivolte al professionista?
Reputo fermamente di sì, anche se per Windows Vista Guida Completa siamo arrivati a un compromesso tra la mia esuberanza divulgativa e la vostra necessità di proporsi comunque in modo contenuto anche a un pubblico di lettori professionali. Non dubito su questa scelta, perché Apogeo ha una tradizione manualistica rispettata e rispettabilissima; ma da quanto ho visto, uno stile brioso e ironico viene apprezzato moltissimo anche dai professionisti. Le prove, tangibili, sono arrivate coi commenti dei lettori a L’investigatore informatico: sia professionisti di investigazioni informatiche che lettori neofiti mi hanno letteralmente sommerso di email di apprezzamento per essere riuscito nell’impresa di spiegare concetti molto ostici in modo comprensibile anche a chi sa fare solo “clic”. Sicuramente, il mio futuro editoriale continuerà a essere contraddistinto da questo stile. E chi storce il naso, forse, lo fa perché pensa che leggere d’informatica implichi un susseguirsi ininterrotto di sbadigli. Sveglia!
I tuoi libri sono stati , su taluni argomenti almeno, dei precursori nel mercato editoriale italiano. Mi riferisco per esempio a Skype Che funziona, primo manuale pubblicato in Italia su questa tecnologia che permette di effettuare telefonate gratuite o quasi tramite Internet. Mi riferisco anche all’Investigatore informatico, appunto, con il quale per primo hai cercato di rendere commestibile anche per i lettori con una conoscenza elementare dell’informatica alcune delle tecniche e degli strumenti adottati da una disciplina complessa come la computer forensics. Da che cosa è nata l’idea di questo libro, quali sono le sue finalità e i suoi punti di forza?
La genesi de L’investigatore informatico l’ho spiegata nell’introduzione del libro e non è assolutamente inventata, per fare effetto. Stavo gustandomi una puntata di C.S.I., il noto telefilm dedicato alle investigazioni sulle scene del crimine, quando mi è venuto in mente che anche quando si trova un computer sul luogo di un delitto, per esempio, si eseguono delle analisi. Era un argomento sicuramente ostico, ma con le dovute semplificazioni se ne poteva ricavare qualcosa di estremamente appassionante. In fondo anche C.S.I. semplifica moltissimo le procedure investigative, quindi perché non farlo parlando di investigazioni informatiche? Da qui, l’idea.
La tua ultima fatica, che coincide con il tuo primo libro di fascia alta sia per target sia per dimensioni dell’opera, è dedicata al mondo Microsoft e in particolare al nuovo e tanto atteso sistema operativo Windows Vista. Non a caso, dal momento che eri tra i beta tester del sistema operativo e chi quindi hai avuto la possibilità di conoscere Vista fin nei meandri più segreti. Ci dai tre buone ragioni per cui varrebbe la pena a tuo parere convertirsi a Vista?
Sarò breve, letale e convincente! Uno: è stabilissimo. Due: è molto sicuro. Tre: è completissimo.
Bene, e ora tre altrettanto buone ragioni per scegliere il tuo Windows Vista Guida completa, anziché uno dei tanti altri manuali disponibili a scaffale sul tema.
Sarò di nuovo breve, letale e convincente! Uno: è stabilissimo; ci potete anche appoggiare sopra la gamba di un tavolo e non si smuoverà, grosso com’è. Due: è molto sicuro; tiratelo in testa a qualcuno che vi sta antipatico e il risultato è garantito. Tre: è completissimo; oltre alle pagine c’è anche la copertina e perfino una mia piccola foto. Il poster proprio non ci stava…
Tu scherzi, ma Windows Vista Guida Completa è un libro accessibile a tutti e dedicato a tutti. Anzi, azzardo: è il più accessibile che possiate trovare in libreria. Chi non sa nulla d’informatica sarà accompagnato passo dopo passo alla scoperta della più recente versione di Windows, mentre chi è esperto troverà una moltitudine di procedure e trucchi spesso nemmeno documentati altrove.
Oggi, con una decina di manuali pubblicati e altri in arrivo, puoi dirti un autore a tutti gli effetti. Quale sarà la tua prossima mossa?
Sto respirando l’aria pulita del mio giardino, ma le particelle di carta (quella dei libri) iniziano a inebriarmi di nuovo, segno che è tempo di tornare alla tastiera. C’è in ballo di sicuro un argomento totalmente nuovo rispetto ai precedenti e… un seguito. In più, ci sono almeno altri due argomenti che pochi hanno trattato in modo esaustivo nell’editoria tecnologica e ai quali mi piacerebbe dare il giusto spazio. Nel frattempo do appuntamento ai lettori nel mio blog.
Un grazie a te, per i tuoi manuali e per questa intervista, ad Annalisa, tua moglie, per la pazienza, e a Fonzie, il tuo “cucciolo”, che rinuncia alla sue passeggiate forse un po’ anche per un inconsapevole amore verso i tuoi libri.
Sicuramente: e poi spesso compare in qualche foto dei miei libri, quindi è ben lieto della notorietà. Approfitto per ringraziaranche io, nuovamente e mai abbastanza, Annalisa; ma anche te, Francesca, e tutta Apogeo, che avete sopportato stoicamente i miei ritardi. Stoicamente: visto che le parole difficili le so scrivere pure io?
Un amico me lo ha appena comunicato...ciao Armanda (Suor Armanda ma io non riuscivo a chiamarti così)...ora incontrerai colui che è stata la ragione della tua Vita....
Ho incontrato "virtualmente", alcune settimane fa, un mio vecchio amico. Con Nicola abbiam passato gli anni dell'adolescenza. Anni intensi, spensierati. Ricchi di divertimenti e di cazzate fatte giusto per il gusto di divertirsi. Anni in cui ci si divertiva anche soltanto passeggiando, il sabato sera, in giro e scazzandoci a vicenda. Gruppo di amici davvero affiatato, il nostro. Oltre a Nicola c'erano altri due Davide e poi Daniele, Gastone (sulle cui avventure c'è - giuro - da scriverci un libro). E ancora: Massimo, Denis, Stefano. Bene: Nicola aveva (e ha) una passione autentica e profonda per la musica. Che lo portò, inizio anni '80, a vivere l'avventura delle radio private: erano belli quegli anni. Bastavano poche attrezzature (si pensi al Radio Freccia di Ligabue con un cameo preziosissimo di Francesco Guccini) e potevi viaggiare nell'etere. A Nicola ho posto un quesito non facile: che mi indicasse una canzone con cui si iniziava la domenica pomeriggio nella discoteca che allora frequentavamo. In men che non si dica è arrivata la risposta. E youtube ha fatto il resto. ...
In un suo vecchio libro (Il secondo diario minimo), Umberto Eco si dilettava ad inventare discipline del sapere assolutamente improponibili ma che avrebbero potuto persino assurgere al rango di materia universitaria. Tra queste ricordo la tetrapiloctomia, vala a dire "l'arte del dividere il capello in quattro". A me pare che, al di là del pesantissimo e preoccupantissimo conflitto istituzionale (su cui tornerò più avanti) apertosi tra la Presidenza della Repubblica e quella del Consiglio dei Ministri, sul cosiddetto "caso Eluana" ci si sia "limitati" a discutere di particolari (la conformità della casa di cura, la legittimità della sentenza, il diritto individuale) ma non della questione vera e propria, e cioè il significato che - ciascuno - attribuisce al concetto di "vita". Per ragioni assolutamente personali in questi ultimi giorni sto ragionando sul fatto che la vita di ognuno è un insieme di relazioni: verbali, empatiche, emozionali. Non conta il saper o meno verbalizzare tali relazioni, è fondamentale però viverle. A ben pensare è esattamente questo che divide la vita animale da quella sottospecie che è la vita umana: nella capacità di gestire, metabolizzare, vivere, interiorizzare queste relazioni. Può Eluana vivere questa esperienza? Mi spiace ma non lo credo. E, se amplio questa mia non convinzione, ne devo necessariamente concludere che, ad oggi, Eluana Englaro non sta vivendo. Certo: ha riflessi dai tratti umani (deglutisce, tossisce, ha il ciclo mestruale) ma la scienza medica ci spiega che questi riflessi - essendo del tutto involontari - non presuppongono stato di coscienza alcuno. Cinque anni fa, una persona per me carissima e fondamentale nella mia vita, venne improvvisamente colpita da un aneurisma cerebrale. Quando il neurochirirurgo spiegò che, se fosse sopravvissuta alle successive 48 ore, quella persona sarebbe rimasta un vegetale tali e tanti erano i danni provocati al suo cervello, mi sono seriamente e profondamente posto il problema se, in quel caso, fosse ancora vita ciò che mi legava a quella persona. E, amaramente, ho concluso che no, quello stato tutto avrebbe potuto essere tranne che vita. Ho visto, anni fa, una persona in stato vegetativo permanente: l'ho seguita nel suo innarestabile delcino e avvicinamento alla morte. Mi spiace ma quella persona non sono riuscito mai a considerarla ancora in vita per lo meno in vita umana. Perché vita è accarezzare un volto e riceverne da questi un sorriso. E' parlare, ricevendone in cambio segni di risposta. E' sorridere. E' piangere. Ecco perché io credo, fermissimamente credo alla libertà che deve essere data a ciascuno di scegliere se e quando ciò che lui ritiene essere vita sta finendo e, conseguentemente, essere in grado di poter esprimere, serenamente, la propria volontà. E', io credo, un diritto inviolabile dell'individuo, è una libertà personale cui nessun governo, nessuna legge può opporvisi. Perché poi, alla fine, rischia di rimanere sullo sfondo il dramma quotidiano di un genitore che vede, nell'entrare e uscire da una stanza di ospedale, il tempo che scorre e che teme, profondamente teme, di non sopravvivere al proprio figlio.
Quanto a quello che è avvenuto tra Napolitano e Berlusconi, ne Il Corriere di sabato vi era spiegato che la lettera "riservata" con cui Napolitano esprimeva i propri dubbi di legittimità costituzionale, era stata chiesta - quale parere preventivo - da Gianni Letta. E dunque tale e tanto motivo di imbarazzo da parte del governo francamente non l'ho capito. Ho apprezzato, invece, la lunga intervista che Maurizio Sacconi ha rilasciato, sempre ieri, ad Aldo Cazzullo: Sacconi, favorevole al ripristino dell'alimentazione ad Eluana, ha motivato le proprie ragioni - sulle quali sono comunque in dissenso - in maniera assolutamente civile, limpida e profonda.
Ed ecco, infine, l'editoriale odierno di Angelo Panebianco:
Il conflitto fra i difensori del «diritto alla libertà di scelta» e i difensori della «sacralità della vita» è degenerato nel modo in cui sappiamo. La violenza dello scontro ha coinvolto le istituzioni al massimo livello e ha spaccato il Paese. Due partiti nemici (si badi: ho detto nemici, non avversari) si fronteggiano e nessuno sa come andrà a finire. Come sempre in questi casi, è scattato, nei due campi, l'ordine di mobilitazione generale, la militarizzazione delle coscienze è in corso, e la consegna, per le opposte schiere, è di non fare prigionieri. Eppure, nonostante la violenza del conflitto, e la polarizzazione che l'accompagna, non è così facile (come vorrebbe farci credere la propaganda dei due contrapposti partiti) spazzare via i dubbi che le persone di buon senso, quali che siano le loro convinzioni morali, devono per forza nutrire di fronte a una vicenda come quella di Eluana. Anche se non è detto che i protagonisti ne abbiano piena contezza, l'intrattabilità politica del tema trova una eco nei «trasversalismi » e in certe contorsioni che si manifestano in queste ore nell'arena pubblica. Se il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, sceglie di non seguire il leader dello schieramento cui appartiene, aprendo così una frattura difficilmente ricomponibile, ecco che Antonio Di Pietro, l'arcinemico di Berlusconi, dichiara di dare libertà di coscienza ai suoi parlamentari sul provvedimento del governo, ammettendo così implicitamente il proprio accordo con la scelta del premier di tenere in vita Eluana. E si noti che anche alcuni settori del Pd sono orientati a votare a favore. Ormai le cose si sono spinte troppo in là, è troppo tardi per fermare il processo che si è messo in moto ma è giusto per lo meno dare testimonianza del fatto che, oltre ai due partiti che si scontrano, ne esiste anche un terzo, per lo più silenzioso, e che, comunque vada la vicenda, è già stato sconfitto. È il partito di chi pensa che la Politica, la Democrazia, il Diritto, e tutte le altre più o meno utili astrazioni che siamo soliti invocare per imporre faticosamente un minimo di ordine nella vita associata dovrebbero essere tenute fuori dalla porta al di là della quale sono in gioco, come in questo caso, le questioni ultime dell'esistenza. È il partito di chi pensa che occorrerebbe coltivare, nella riservatezza e nella discrezione, una zona grigia, protetta da una necessaria ipocrisia, nella quale le decisioni sul caso singolo (sempre diverso, almeno per qualche aspetto, da qualunque altro caso singolo) restano affidate alla sensibilità e alla pietas del medico che ha in cura il malato e ai sentimenti delle persone che lo amano. Che è quanto si è sempre fatto, checché ne dicano certi sepolcri imbiancati. È il partito di chi pensa che quelle situazioni debbano essere sottratte al clamore delle «battaglie di principio». Condivido quanto ha detto Emanuele Severino (sul Corriere di ieri): a scontrarsi sono due forme di violenza. I due partiti millantano certezze assolute che, su questa terra almeno, a nessuno è dato di possedere. Fa francamente effetto (e non è un bell'effetto) vedere, nei telegiornali, le opposte fazioni mobilitate e schierate, a Udine e in altri luoghi, l'una a difesa della vita di Eluana e l'altra a difesa del suo diritto a morire. Credo che, in queste ore, nessuno incarni lo spirito dei due partiti contrapposti meglio di Marco Pannella e di Giuliano Ferrara, due uomini stimabilissimi per il coraggio, la passione e l'onestà intellettuale con cui difendono le cose in cui credono. Schierati sugli opposti lati della barricata Pannella e Ferrara hanno tuttavia una cosa in comune: credono entrambi che tocchi alla legge, e alla democrazia che fa le leggi, il compito di imporre la soluzione. Per il diritto del singolo a scegliere, sempre e comunque (Pannella). Per l'intangibilità della vita, sempre e comunque (Ferrara). Anche se la differenza è che, per Ferrara, l'intervento del Parlamento dovrebbe essere la risposta di emergenza a una sentenza emessa in assenza di legge. Spiacente ma sono in disaccordo con entrambi. Deploro fortemente la giuridicizzazione (e l'inevitabile politicizzazione che l'accompagna) di questioni come questa. La legge è uno strumento che gli uomini hanno inventato per ridurre l'arbitrio, per trattare in modo il più possibile simile casi simili. Le «buone» leggi (non sempre le leggi sono buone) rappresentano effettivamente un utile strumento, ancorché imperfetto, per favorire uguali trattamenti e affermare principi universalistici in molte situazioni. Ma non credo affatto che una legge possa davvero regolare le questioni-limite di cui qui parliamo. Data l'estrema variabilità dei casi, e le profonde, irriducibili, differenze fra le persone, una legge che offre una buona soluzione per un caso può risolversi in una intollerabile forma di violenza in un altro caso. D'altra parte, dire leggi significa dire tribunali. Proprio il caso di Eluana mostra quanta fragilità, quante incongruenze, quante contorsioni, siano contenute nelle sentenze dei tribunali su vicende come la sua. Lo stesso discorso vale per la democrazia. Con tutte le sue brutture e volgarità, è pur sempre la migliore forma di governo, dal momento che consente di risolvere le controversie senza spargimenti di sangue, con il voto anziché con le armi. Da qui però ad affidarle le decisioni sulla vita e sulla morte ce ne corre, o ce ne dovrebbe correre assai. Parlamenti e tribunali, insomma, dovrebbero essere tenuti lontani da queste cose, a conveniente distanza di sicurezza. Certo, i progressi della medicina modificano continuamente le situazioni e la politica subisce un'inevitabile pressione a intervenire. E può anche accadere, in qualche caso, che un Parlamento riesca a sfornare una legge (ci credo poco, ma l'eventualità non può essere scartata a priori) che rappresenti un buon punto di equilibrio fra opposte, e forse ugualmente rispettabili, esigenze. Se non c'è verso di tenere le grinfie dello Stato, ancorché democratico, lontano dalle questioni estreme, che almeno si evitino gli eccessi. La politicizzazione della morte è il misfatto più grave che una democrazia possa commettere.
a chi la vita la vince ogni giorno col sudore della fronte e la forza delle idee
a chi non si stanca mai di chiedere scusa
e a chi non si stanca mai di perdonare.
Buon Natale
a Ilaria e Davide
cuccioli d'uomo
che
al mondo guardano con occhi
sempre pieni di meraviglia.
Buon Natale
a chi vive ogni giorno
come fosse l'ultimo
e a chi
ogni giorno
ha la forza comunque di alzarsi e lottare.
Buon Natale
a tutti quelli che lottano
per mantenere il proprio posto di lavoro
e a quelli che lottano
per conquistarselo.
Buon Natale
a
Barbara Foglieni
che, a 32 anni, ha scoperto una nuova variante dell'HIV
ma che fra 3 mesi rischia di rimanersene disoccupata perché non sa se il suo assegno di ricerca da 1000 euro al mese in qualità di ricercatrice precaria le verrà rinnovato.
Buon Natale
a chi pretende di razionalizzare tutto
comprendere tutto.
Buon Natale
ai folli, ai matti,
ai poeti.
Buon Natale
a Loredana, Daniela, Cristina, Paolo, Loris, Giampietro, Giorgio, Alberto e Natalino
che accolgono senza giudicare;
a Gianni, Carlo, Beppe, Lucia e - con loro - gli amici di Esodo
Ieri sono andato a Messa nella mia parrocchia, ad Oriago. Dopo alcune domeniche in cui vi ho partecipato da "rappresentante delle istituzioni" (con fascia tricolore e posto in prima fila), sono finalmente riuscito ad andarci come piace a me: in fondo, tra gli ultimi banchi; vicino ad amici storici come Massimiliano (uno che le montagne non solo le conosce per nome ma gli da pure del tu), Linter, Margherita, Marco, Valentina. Amici coi quali sono cresciuto potendo sempre contare su di loro. Mi piace partecipare alla Santa Messa delle 11 in questa parrocchia: rimango sempre positivamente colpito dalla folta presenza di giovani mentre i giovanissimi (quelli, insomma, delle prime classi delle superiori) animano con grande cura i canti grazie all'impegno profuso da un altro amico, Danilo. Ieri riflettevo su una progressiva modifica della liturgia. Mi spiego: alcuni anni fa, in un momento di ritorno al passato, erano stati cortesemente "banditi" una serie di canti moderni, vivaci, molto ritmati. Si scelse, cioè, di ritornare a canti "canonici", tradizionali. Ora invece, per fortuna, si torna a canti che esprimono, non solo nei testi ma anche nelle musiche, la gioa. Mi piace, ad esempio, moltissimo Il cantico delle creature nell'arrangiamento proposto ieri: testo filologicamente corretto (e non è facile) e musica di straordinaria bellezza (realizzata da Angelo Branduardi). Con quel testo si è raggiunta la massima poesia ed il suo contenuto vale più di mille dissertazioni teologiche: solo un'anima pura come quella di Francesco, infatti, può arrivare a chiamare la morte sorella. E' un palinsesto di emozioni semplici, tenere, apparentemente banali: lo stupore per la luna, il sole, le stelle; per la terra e gli animali; per il fuoco e per l'acqua. In realtà questo stupor mundi cela una verità fondamentale: sono tornando a vedere il mondo con gli occhi di bambino riusciamo a scoprirne le meraviglie intatte. E mi ha colpito molto l'omelia di don Adriano incentrata sulla difficoltà dello scegliere, sulla difficoltà di capire chi davvero noi siamo, sui criteri attraverso cui possiamo operare un discernimento. Scegliere è sempre difficile. Ma scegliere significa essere davvero liberi!
Post forse confuso...ma è lunedì.
Buona settimana a tutti. Che la forza sia con voi e...Dio vi benedica!
don Gigi: una pagina di Vangelo Scritto da I fratelli e le sorelle della comunità di Marango
Per la nostra comunità don Gigi è un amico della prima ora. Veniva spesso da noi, portando anche le comunità nelle quali ha esercitato il suo ministero. Siamo stati tra i primi ai quali ha confidato la sua malattia. È rimasto da noi due settimane, durante l’estate, dopo pesanti cicli di chemio all’ospedale di Aviano. Poi, alla fine di agosto, ci ha chiesto di essere accolto per un periodo più lungo. Sapevamo tutti che veniva per prepararsi all’ultimo combattimento, con la disarmante semplicità di un bambino che ama la vita, e con essa tutti i doni del Signore. Ci siamo sentiti partecipi di una grande grazia e resi testimoni di un evento di salvezza. Sì, nei tre mesi in cui Gigi è stato da noi, amico e fratello, è stata scritta una grande pagina di Vangelo. Gigi, operaio, prete e pastore in una comunità divenuta una sola cosa con lui, è giunto in mezzo a noi nella nudità di un povero, nudità che destabilizza tutte le nostre certezze e umilia tutte le nostre sicurezze. Da tempo non lavorava più. E anche il ministero pastorale, come comunemente lo si intende, era ormai quasi interamente dietro di lui: non poteva fare quasi più nulla, anche se, fino all’ultimo giorno, ha portato nella verità del suo cuore tutti quelli che il Signore gli aveva affidato. Non aveva con sé molti libri quando è venuto da noi. Non ha portato con sé nemmeno cose che, in qualche modo, lo rassicurassero che tutto era come prima e che niente, in fondo, poteva succedergli di irreparabile. Non ha portato cose, perché lui era un povero, anche nell’anima, e la sua vera ricchezza era invisibile agli occhi del mondo. Gigi, nel tempo in cui è vissuto con noi, non aveva più ruolo. Per molti era, al più, un prete malato, con una vita ormai quasi tutta dietro di sé, forse anche sprecata, per via di quel suo essersi fatto operaio. La malattia l’ha reso inutile del tutto; pietra di scarto. In questa radicale inutilità, il Signore ha scritto con lui, e per mezzo di lui, una straordinaria pagina di vita e di Vangelo. Ed è questa la testimonianza che la nostra comunità ora gli rende. Gigi era messo fuori ruolo – anche se ha voluto celebrare l’Eucarestia con la sua gente fino a domenica 18 novembre – ma la sua estrema indigenza, la sua progressiva precarietà, è diventata terreno fecondo che gli ha permesso di accogliere, con una straordinaria apertura del cuore, tutti coloro che, sempre più numerosi, venivano a trovarlo. Fino all’ultimo giorno. Sempre con un disarmante sorriso. Gigi ci ha dato testimonianza di una Chiesa di fratelli, fatta di volti, di storie che si incontrano e si accompagnano in una reciproca fedeltà, facendo spazio a tutti, trovando per tutti un posto e una parola. Come Gesù. Anche la sua scelta di prete operaio è stata la scelta, come Gesù a Nazareth, di essere in tutto “come loro”, come i più piccoli, in nome della pura fedeltà al Vangelo. Grazie, don Gigi, perché ci hai fatto percepire che una Chiesa così è possibile, che è ancora possibile vivere semplicemente dell’Evangelo, in una comunità universale di fratelli. Questa testimonianza ce l’hai data, in modo incredibile, il giorno solenne della celebrazione del sacramento dell’Unzione. Quel giorno tutta la Chiesa era riempita dal profumo e dalla tenerezza di Cristo. E non c’erano solo credenti a gioire di quel profumo soave. La parola del Vangelo, soprattutto dei vangeli della Passione e della Risurrezione, sono stati il tuo viatico quotidiano in questi cento giorni trascorsi tra noi. La parola del Vangelo è stata per te una Parola che – come ripetevi – ti dava forza, anche umanamente. L’incontro era fissato ogni mattino, dopo colazione, e durava a lungo, culminando con l’Eucarestia, Parola fatta carne per noi, vita di Dio interamente donata all’uomo. Avevi sempre più bisogno di questo momento, che era il più importante della tua giornata, preceduto e accompagnato da lungo silenzio. Ci hai fatto capire che non ci sono altre parole più importanti: quella del Vangelo è la lingua madre, la lingua che impariamo sulle ginocchia della Chiesa. Tu hai vissuto, trasmesso e insegnato, solo la lingua del Vangelo. Una giovane adolescente ti ha scritto, solo pochi giorni fa: “Ci mancano le tue prediche interminabili, ma tutte piene di senso”. Ricordaci sempre, Gigi, che tutte le nostre parole, o sono eco della parola del Vangelo, o sono nulla. Sono un peccato di presunzione e offendono i poveri. Carissimo Gigi, la tua spogliazione totale, ti ha rivestito interamente di Cristo. È assieme a te che abbiamo letto queste parole, piangendo di commozione per la potenza che esse esprimono: “Siamo convinti che Colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù, e ci porrà accanto a Lui insieme con voi”. E tu stesso, accogliendomi in uno degli ultimi giorni, mi hai sussurrato il testo di San Paolo: “Anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo…”, e io ho concluso per te la frase: “Quello interiore – cioè Cristo in noi – si rinnova di giorno in giorno”. Le tue ultime parole all’amico don Gianni sono state queste: “Siamo giunti alla fine, ma risorgeremo”. Questo è il tuo testamento, il tuo dono per tutti: il dono di una fede semplice e incrollabile. Carissimo Gigi, ti accompagni in questo ultimo viaggio la corona del Rosario che stringi tra le mani, la preghiera di tutti i piccoli e dei poveri che hai amato, preghiera che ti ha sostenuto in questi mesi. La Bibbia, che ora sta sul tuo cuore come un peso dolce e leggero, aperta sul Magnificat, il canto dei servi del Signore e dei liberati dal giogo di ogni oppressione. La stola sacerdotale, posta ai tuoi piedi, come segno di un ministero fatto solo per lavare i piedi ai fratelli. Un quaderno di Esodo, messoti lì furtivamente da tuo nipote Davide, come testimonianza della tua intelligente ricerca e della tua apertura al dialogo con tutti. Il profumo di un fiore, piccolo e umile segno della vita che tu hai tanto amato. Ti accompagnerà l’amore dolcissimo e puro che la tua comunità di Passarella ti ha dato, e ti sta dando, come risposta all’amore di fratello e di padre che tu le hai mostrato con unicità di dono e di impegno. E noi tutti, che ti siamo stati amici fin dall’inizio, quando negli anni della speranza del Concilio progettavamo e sognavamo una Chiesa fatta Vangelo, vogliamo solo dirti grazie per la tua trasparente e fedele testimonianza.
Spirito Santo, Padre dei poveri, vieni e scendi sull’intera nostra Chiesa diocesana come fuoco di una nuova Pentecoste.
LETTERA APERTA DI RICCARDO:
Mi hanno detto che sei partito, che non sanno se tornerai a farmi visita. Perché hai altro a cui pensare. No, non è che non pensi più a me, ma ora ti si apre davanti l'infinito. E quando hai davanti l'infinito, ti viene da correre, per vedere se davvero non ha fine questo infinito. Dunque, stai camminando per questa strada, alternando velocemente i passi come amavi fare con me, mio padre e mia madre, per le strade di una memorabile gita ad Assisi. O sul Ponte Vecchio di Firenze, sempre insieme a noi. Mi hanno detto che sei partito, c'è chi tenta di illudermi che sì, qualche speranzadi rivederti rimane. Che in fondo, anche se questo non accadesse, mi basterà chiudere gli occhi per rivederti. Io gli occhi li chiudo, e in effetti rivedo il tuo sorriso, carico di energia. Di quell'energia che permea in tutti i miei ricordi. Ma sai, è difficile riaprirli e abituarsi all'idea che, appunto, si tratta di ricordi. Mi hanno detto che sei partito, e ora in me si fa forte la convizione che sei partito veramente. Che non tornerai la Domenica pomeriggio per portarmi a pescare, con canne dozzinali fatte di rami e spaghi. Con le quali sapevamo benissimo che non avrebbe abboccato alcun pesce. Ma che importava: si stava insieme, andava benissimo così. Mi hanno detto che sei partito, e solo adesso, a pensarci bene, capisco che non tornerai. Mai più. E non hai idea di quanto male mi faccia quel "mai più". Mi conforta il fatto di averti accompagnato alla stazione, di essere rimasto con te fin a quando il capostazione ha fischiato la tua ora. Di averti stretto la mano quando ancora potevi vedermi, abbozzare perfino un sorriso, e averti detto "ti voglio bene". Perché lo so che lo sapevi che ti volevo bene, ma fa piacere sentirselo dire. E credo abbia fatto piacere anche a te. Poi il capostazione ha fischiato. C'è chi lo chiama Dio, chi "Oscura Signora", resta il fatto che ho visto le porte chiudersi. Ti eri già appisolato sul tuo posto, come sempre facevi sdraiandoti sul freddo pavimento di marmo nelle caldissime estati che abbiamo trascorso assieme. Poi il treno è partito e in pochi secondi era già lontano. Tu con lui. Mi hanno detto che sei partito, ma che non è così, perchè io sono fatto anche di te e di tutto quello che mi ha insegnato. Cazzo, quanto è vero, non ne hai idea. E scusami se ho detto "cazzo", mi avresti redarguito, lo so. Come so che il nostro è sempre stato un rapporto sincero, senza reverenze perchè tu eri lo zio e io il nipote. Perchè tu eri lo storico e io lo scrittore. Perchè tu eri un prete e io la pecorella smarrita che molti hanno visto in me (ri-scusa, ma le teste di cazzo c sono sempre). Eravamo Gigi e Ricky, più culo e camicia di quanto potesse sembrare. Eravamo? Siamo? Non lo so, non me la sento di dirti, in questo momento, che è tutto come prima. Perchè quel treno è distante, ma se fosse davvero un treno risponderesti al tuo telefonino mentre ti chiamo. Invece il telefonino è spento. E' dall'8 Dicembre che è spento e ormai ho perso la speranza che tu risponderai. Ho la sensazione, ma sono sincero è una sensazione, che tu mi stai osservando. Che ridi? Io piango come un disperato e tu ridi. Sento il tuo abbraccio, perfino tu che esclami "nipotastro che buona quella "cicoata" al vostro matrimonio". "Ma zio, era liquore al cioccolato quello!". "Ah sì! Buono lo stesso!". Ecco, mi piace ricordarti così, col sorriso comprensivo di chi ha già capito come andrà a finire. Sempre. E non come fanno i preti "normali", che ti sembrano distanti anni luce facendoti credere che Dio, Paradiso e Santi, si trovano in un'altra galassia. Tu Dio lo mettevi in mezzo alla gente. Eri un prete-operaio, uno che ha riunciato ai soldi della Curia per guadagnarseli lavorando come tutti. E dedicandoti come prete nei fine settimana, in quelle comunità che hai saputo creare da zero. E conquistare. Sempre. Sai? Credo che la Chiesa dovrebbe averli tutti così, i preti, ma non sono nessuno per prendere posizioni in merito. Perchè ora sono qui per salutarti. Non che non l'abbia fatto, ma non è mai abbastanza. Perché di solito il saluto è proporzionale all'entità del viaggio. E se quando sei partio per la Romania ti ho salutato con un abbraccio, e quando sei partito per il Brasile l'ho fatto con un abbraccio e un bacio; ora è giusto farlo in tutti i modi possibili, ma soprattutto con l'anima. Perchè il viaggio è stato lunghissimo, l'ultimo. Sai, non so davvero dove ti trovi ora,in quale luogo del tempo e dello spazio. Ma ti dico una cosa: di te ho sempre rispettato la grande intelligenza e mi conforta pensare che una simile intelligenza non possa essere stata sprecata dietro alla convinzione di un Dio che non esiste. Non eri il tipo da farti fregare un istante, figuriamoci una vita. E allora facciamo un patto sulla fiducia: Dio esiste, ma lasciami il tempo e il modo di capirlo di nuovo. Perché se è vero che Dio tutto può, poteva almeno lasciare mia madre e te in questa terra, per un po' di tempo in più. Non dico che me lo doveva, ma deve pur riconoscere il fatto che non gli ho mai rotto, con richieste assurde, bigotte, come quelle delle tribù primitive che chiedevano ai loro Dei la fecondità e la prosperità. Non gli ho chiesto mai davvero nulla, nemmeno quando sul letto di un ospedale, mi dissero che mi rimanevano un paio di settimane di vita se le cose non miglioravano. Non gli ho chiesto nulla nemmeno allora. Mi sono rialzato con le mie gambe, sono tornato da solo alla vita. E ad aspettarmi, c'eri tu. Aspetta, non è che fossi tu, Dio? Mi hanno detto che sei partito e che sì, tu eri Dio nella sua forma umana, in tutto quello che facevi e dicevi. Per me eri, sei e rimarrai semplicemente Gigi. Mio zio? Un prete? Uno storico? No, Gigi. Ti voglio bene, Gigi. Cazzo, non sai quanto. Ops, scusa.
Che la forza sia con voi...e spero che la terra ti sia davvero lieve.....Mi manchi, zio!
Ho sempre professato il mio essere cattolico di confine. Entrato di sguincio nella fede adulta dopo che essa, durante l'infanzia e l'adolescenza, si traduceva in atti meramente fideistici, assunti più per tradizione familiare che per altro. Ciò si traduce in una mia naturale diffidenza e/o incredulità rispetto ai tanti fenomeni di devozione popolare. In particolare rispetto ai luoghi oggetto di numerosi e popolatissimi pellegrinaggi. Luoghi diventati essi stessi "strumenti" di culto per via di apparizioni, miracoli e così via. Non son mai stato, ad esempio, a Lourdes semplicemente perché non ne avverto la necessità. E' vero: l'anno prossimo con l'amico Graziano vorremmo fare, in bici, il Cammino di Santiago ma lo si fa per entrare in una dimensione altra dove la lentezza della pedalata (almeno questo è il patto che ho fatto con lui..adelante ma con jiuicio), il vivere in maniera frugale, l'apprezzare le piccole cose diventano elementi imprescindibili di una grande esperienza umana. Spesso con un carissimo amico (oltre che collega), non credente, discutiamo attorno al tema se la fede è un dono. Ovvio che, secondo la lectio paolini, dovrei dire di sì. E però mi torna spesso in mente una affermazione di Massimo Cacciari secondo il quale chi crede è colui che si interroga non colui che ha risposte. Ed io di domande ne ho molte, moltissime. E invidio che vive la propria fede in maniera serena. Anche, e soprattutto, nei momenti decisivi della vita quotidiana. Ieri ho appreso la brutale notizia della morte di una mia amica: 38 anni, da mesi viveva immobilizzata a letto per via di un cancro che si era diffuso al suo apparato scheletrico. Lei a Lourdes ci era andata tante e tante volte, sempre come volontaria. E ogni volta che rientrava a casa spiegava a chi le stava accanto di aver ricevuta serenità, calma interiore. Anche la settimana scorsa, nel corso di una telefonata con una sua amica, confidava questo stato d'animo. Forse davvero essere donne e uomini di fede significa dimostrarlo proprio in questi momenti...
Che la forza sia con voi e....ti sia lieve la terra.
Lacrime e sangue diciamo.Già. Poi presentano la lista della spesa.E a te viene spontaneo chiederti: ma abbiamo ancora il coraggio di chiamarla POLITICA 'sta roba qua?
Che la forza sia con me!
E alla fine sarà pur vero che don Chisciotte aveva scambiato i mulini a vento per orridi avversari da abbattere. Ma almeno lui un sogno l'aveva. E anche io. E mi fanno pena quanti pensano che i sogni, in fondo, son cose da bambini. Perché ho sempre pensato che un uomo che non ha sogni, che non ama la poesia è un uomo che, poco alla volta, muore dentro.
Stamattina, su invito del Prefetto di Venezia, ho partecipato alla celebrazione del 60° anniversario della nostra Costituzione. Il Prefetto ha "costruito" l'iniziativa mettendola a disposizione degli studenti degli istituti superiori. Debbo dire che questi giovani mi hanno davvero stupito. Non soltanto per l'ordine ed il rispetto. Ma anche per l'alto senso civico che hanno mostrato di avere. Ad esempio quando nel Teatro Goldoni di Venezia (semplicemente meraviglioso) sono risuonate le note dell'Inno di Mameli, si sono spontaneamente alzati tutti in piedi e, al termine, hanno tributato un caloroso applauso non solo all'Inno ma anche alle preziose parole con le quali il Prefetto li ha salutati. Subito dopo Marco Paolini e Gianantonio Stella hanno dialogato con loro. Le domande che questi giovani facevano mi parevano, tutte, non solo di grande maturità ma anche nate al termine di serie ed approfondite riflessioni: dal Lodo Alfano (non viola l'articolo 3 della Costituzione? hanno chiesto) alla riforma del ministro Gelmini (non viola l'art. 33 della Costituzione?) a riflessioni sulla politica, sulle classi dirigenti di questo nostro Paese. Certo: nelle loro riflessioni, un ruolo importante è stato giocato proprio da Stella e Paolini. Ma se le future classi dirigenti di questo Paese saranno rappresentate dai giovani che ho incontrato oggi c'è di che essere ottimisti.
Quanto al resto: mi ero ripromesso di non intervenire nella vicenda Serimi. Oggi ne parlo per dire sostanzialmente alcune cose.
A partire dal riconoscimento che da parte nostra vi è stata della superficialità. Vissuta in assoluta buonafede ma non pensando alle polemiche che la vicenda avrebbe provocato. Una cosa però la voglio dire e chiara: nessuno di noi, MAI, ha, NEMMENO PER UN SECONDO, pensato davvero di poter mangiare gratis! Ma mi rendo conto che, come si suol dire, la frittata (mai mangiata) ormai è fatta e allora mi sento, in coscienza, di chiedere scusa a quanti hanno letto in questa vicenda un segno di una specie di arroganza del potere che mai abbiamo pensato di esercitare. Questa vicenda a me ha insegnato anche un'altra cosa: e cioè che l'etica politica deve essere sempre la regola che ci guida nell'esercizio quotidiano dei nostri compiti. Anche a costo di sacrifici personali, di scelte difficili. Mai dobbiamo dimenticare che ad animarci non sono e careghe (come ho letto in altri blog) ma uno spirito di servizio nei confronti della nostra città. La quale, al pari di tutte le altre città, ha un grande potere in mano, quello di "punirci" col voto se giudica insoddisfacente il nostro operato.Vedete: io sono in Comune solitamente dalle 8 del mattino fino a sera tardi. Do tutto me stesso a questa città. Pur con enormi problemi (sul bilancio scriverò fra poco e sono lacrime e sangue), fatiche, rinunce anche personali (oggi ad esempio sono arrivato in Municipio alle 7 e 40, ho lavorato alla cerimonia inaugurale di Villa dei Leoni fino alle 9, sono andato a Venezia, sono tornato in Municipio alle 13 dove continuerò a lavorare fino alle 18 per poi trasferirmi in un'altra sede per un incontro e concluderò la serata, alle 20,30, con una riunione a Mestre) ma con la serenità, in coscienza, di dare sempre e comunque il massimo. Che non sarà mai abbastanza, lo so.
No. Non è piacevole. Per nulla. Essere svegliati nel cuore della notte perché la tua auto ha preso fuoco. Non è piacevole uscire e cercare disperatamente di spostarla perché temi che possa esplodere (salvo apprendere poi che il serbatoio di un auto a benzina non può esplodere con buona pace per le migliaia di film visti!). E non è piacevole uscire di casa tutte le mattine ed imbatterti in quella carcassa ancora sottoposta a sequestro giudiziario. Certo: la Magistratura sta compiendo indagini accurate. E però davvero devo pensare che si sia trattato di un incidente del tutto casuale capitato ad un'auto vecchiotta. Devo pensare questo perché, altrimenti, immaginare che qualcuno - deliberatamente - entri a casa mia e dia fuoco all'auto, significa davvero aver toccato il fondo di una politica che, necessariamente, deve abbassare i toni ma che mai può spingere a simili gesti. Mi fermo qui. Salvo ringraziare i tanti che mi hanno espresso solidarietà:a partire dai colleghi di giunta che alle 3 e mezza del sabato mattina si sono precipitati, tutti, a casa mia. Ed i rappresentanti di tutti i partiti, di maggioranza ed opposizione. Ma soprattutto i Vigili del Fuoco di Mira che mi hanno assistito per quasi due ore sabato mattina alle 3. E, ovvio, i carabinieri che, con la loro presenza, hanno rassicurato me e i miei familiari.
Quanto al resto: il Congresso boccia il "piano Bush" da 700 miliardi di dollari. Mi ha colpito molto questa notizia. E non tanto per i riflessi, negativissimi, che essa ha avuto sulle borse mondiali. Quanto piuttosto perché è davvero singolare (almeno a me sembra così) che la patria del liberalismo, di fatto, si sia convertita al...nazionalismo. Un po' come accadde al nostro Paese con le partecipazioni statali e l'IRI. Il secondo motivo è perché, in pochi, a mio avviso si son resi conto che eravamo alle prese con un'altra rivoluzione economica: un mondo non più esclusivamente basato su produzione, domanda, offerta. Ma piuttosto basato esclusivamente sullo scambio di denaro virtuale, di azioni e obbligazioni. Ed oggi questo mondo pare in una irrimediabile crisi. A me, leggendo la cronaca di questi giorni, è venuta in mente la lezione di Joseph Schumpeter.
Cliccando sul link sottostante un interessante articolo pubblicato da Il Sole 24 ore:
Ieri, a mezzogiorno, in Consiglio Comunale abbiamo vissuto un momento emozionante: l'ufficializzazione del gemellaggio tra Mira e Beit Sahour, comune palestinese di 15.000 abitanti. Mi ha colpito molto l'intervento di don Nandino Capovilla, già cappellano a Mira per alcuni anni e ora delegato di Pax Christi. Autore di numerosi libri sulla questione palestinese, vi consiglio il suo Bocche scucite.
Immagino che oramai la notizia sia di dominio pubblico. Per la prima volta nella mia vita sento di essere impaurito di fronte ad una simile responsabilità. Un sentimento accresciuto dall'applauso corale con cui TUTTI i segretari delle forze politiche che sostengono la nostra coalizione e i colleghi di giunta hanno accolto la proposta del sindaco, Michele Carpinetti, e che aumenta - se possibile - il senso di responsabilità nei confronti di tutti. Ma anche la dimensione etica dell'impegno politico che non ci dovrebbe mai far dimenticare che operiamo al servizio della comunità per il raggiungimento del bene comune...
Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia.
Speri Israele nel Signore, ora e sempre.
[SALMO 130 (131)]
E stavolta permettetemi di dire...che la forza sia con me!
AD ALDA MERINI
Gocce di perle Scendono dai delicati lobi - e vi fu chi amorevolmente li morse – vezzo di donna mai sazia di vita.
Gote pallide, tirate allo spasmo da risa leggiadre che gorgogliano spezzando le catene cui mani d’uomo - ah! la vacuità dell’anima – affidarono, ingrato compito, la negata libertà della poesia.
L’amore amato Ti condusse Dietro le sbarre D’una apparente Follia.
Ed il tempo si ridusse Ad uno stillicidio D’inutili attese di labbra da ricordare mentre i cadenti seni esponesti alla mondana curiosità segno intangibile di un’assordante silenzio che le tue parole vincono ogni ora.