sabato 10 aprile 2010

TEMPI MODERNI

Dal Tgcom:



Monopoly apre a espropri e furti


Anche i giochi più tradizionali cambiano volto per stare al passo con i tempi. Succede a Monopoly, uno dei giochi di società più famosi al mondo, che nel suo ultimo restyling si fa spregiudicato: per conquistare il maggior numero di proprietà e vincere la partita ci sarà la possibilità di mettere in piedi vere e proprie operazioni di speculazione per mandare sul lastrico gli altri concorrenti.
Nessuno scrupolo: espropri e furti contagiano anche il mondo ludico della finanza. Per diventare un vero Monopolysta si potrà rubare una proprietà ad un avversario, o addirittura un'intera serie, ma anche estorcere denaro agli altri giocatori senza alcuna spiegazione. L'era dell'ingenuità, dove l'unico obiettivo era quello di appropriarsi un semplice albergo in Vicolo Corto o in Viale dei Giardini sembra finita. Per i bambini di oggi, il gioco in scatola è quanto mai al passo con i tempi.Non mancano le mosse più originali, come quella in stile 'Padrino'. La carta "un'offerta che non si può rifiutare" permetterà di obbligare gli avversari a scambiare una proprietà. C'è persino la carta "buon compleanno" con cui i giocatori saranno obbligati a fare il regalo all'avversario versando un oneroso tributo. Lo storico gioco si adatta ai tempi moderni. Cosa dobbiamo aspettarci dalla prossima edizione?


Che la forza sia con voi!

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venerdì 9 aprile 2010

EDITORIALE

Editoriale di Beppe Del Colle direttore di Famiglia Cristiana da oggi in edicola.
Lo "scandalo" mediatico scatenato sui "preti pedofili" in due continenti, Europa e America, sta rivelando un fenomeno di malafede difficilmente immaginabile per qualsiasi altro caso di comportamenti immorali e illegali. È ora di reagire sul piano della realtà e dire le cose come stanno davvero.
Non c’è alcun dubbio che la pedofilia è per la Chiesa cattolica "vergogna e disonore", come ha scritto Benedetto XVI nella Lettera ai cattolici irlandesi, in cui parla di "crimini abnormi" e di colpo inferto alla Chiesa «a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione». Lo stesso Pontefice aveva già drammaticamente lamentato «quanta sporcizia c’è nella Chiesa», quando era ancora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e lo aveva fatto con cognizione di causa, visto che tante cose, in quella veste, già le conosceva.
In queste settimane sono intervenuti personaggi di diversa levatura e responsabilità a dare alla realtà un’immagine più precisa di quanto emerge da giornali e televisioni, spesso su fatti avvenuti decenni or sono e chiusi magari con assoluzioni.
Joaquin Navarro-Valls, già direttore della Sala stampa vaticana, ha fatto rilevare su La Repubblica che secondo «le statistiche più accreditate» hanno subìto abusi sessuali una ragazza su tre e un ragazzo su cinque, nella stragrande maggioranza dei casi a opera di parenti stretti. La percentuale di coloro che in un campione rappresentativo della popolazione americana «hanno molestato sessualmente i bambini si muove dall’1 al 5 per cento».
Uno dei più importanti studiosi internazionali di sociologia applicata alle religioni, Massimo Introvigne, cita il collega Philip Jenkins e altri, i quali hanno dimostrato che tra i pastori protestanti la percentuale di condannati per abusi sui minori è doppia di quella tra i sacerdoti cattolici (che negli ultimi 50 anni sono stati un centinaio negli Stati Uniti e altrettanti nel resto del mondo: anche se fossero soltanto due sarebbero già comunque due di troppo…) ed è addirittura dieci volte più alta fra i professori di ginnastica e gli allenatori di squadre sportive giovanili.
Quali siano le cause della diffusione del fenomeno è un altro tema in discussione. Papa Benedetto XVI nella Lettera citata parla della "rapida" scristianizzazione sociale, «che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici», e ha accompagnato «la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, ad adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo».
Intellettuali come Alan Gilbert, Callum Brown e Hugh McLeod, ricordati sempre da Introvigne, affermano che c’entrano, da cinquant’anni a questa parte, il boom economico, il consumismo, il femminismo e le presunte libertà individuali sulla vita dalla nascita alla morte, il relativismo filosofico ed etico (il connubio fra psicanalisi e marxismo, le "nuove teologie"…): secondo il Papa, un’autentica rivoluzione, non meno importante della Riforma protestante e della Rivoluzione francese.
Ma, per concludere con Navarro-Valls, quale Stato si è mai preoccupato seriamente dell’abuso sessuale dei minori come fenomeno sociale di estrema importanza? Quale altra confessione religiosa si è mossa, come sta facendo la Chiesa di Benedetto XVI, per scovare, denunciare e assumere pubblicamente il problema, portandolo alla luce e perseguendolo esplicitamente?

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mercoledì 7 aprile 2010

UTILE O NO?


Spesso ho confidato a questo spazio virtuale una delle mie (tante) contraddizioni: l'essere assolutamente ignorante di tutto ciò che è informatica ma, nel contempo, esserne anche assolutamente attratto (dall'informatica, intendo, non dall'ignoranza...). E questo nonostante abbia un fratello, Riccardo (a proposito, consiglio per gli acquisti: leggete il numero di Aprile di Wired), che ha all'attivo numerosissimi libri sull'argomento. E però 'sto I-PAD, pur non capendo precisamente a cosa diavolo servisse, chissà perché mi sembrava una gran bella cosa. Non fosse altro perché a me Steve Jobs è più simpatico di Bill Gates.

E però mentre l'altro giorno la sempre bravissima Alessandra Farkas, sul Corriere, raccontava il suo primo giorno da I-PAD posseditrice con toni entusiasti, oggi la stessa Farkas fa una mezza marcia indietro:


Il volto imperfetto dell'iPad


NEW YORK – Il day after, ovvero il giorno in cui l’iPad ha mostrato il suo volto imperfetto. L’infatuazione iniziale si stempera già in una disincantata routine: mi sento come un bambino che si è stancato subito dell’ultimo, rivoluzionario gadget che gli hanno appena regalato. È la vigilia di Pasqua e dopo aver scritto due pezzi piuttosto entusiasti sul nuovo tablet per il mio giornale, salgo sul treno per Woodstock dove andrò a trascorrere il week-end.
E qui il mio amato gioiellino mostra le sue prime magagne. Lo estraggo dalla borsetta – dove è entrato senza difficoltà grazie alla sua taglia super leggera – e clicco sull’icona Safari per navigare in Internet. «Accesso negato», mi risponde subito una finestrella pop-up. «Che stupida», rifletto tra me e me, scordavo di aver acquistato il modello che funziona solo in Wi-Fi. Per collegarmi nei luoghi dove non c’è connessione wireless avrei dovuto aspettare il modello Wi-Fi/3G/A-GPS, nei negozi Usa alla fine del mese. Decido di chiamare il numero verde della Apple per sapere se posso cambiare il tablet, acquistando quello con scheda AT&T incorporata che – attraverso una connessione telefonica cellulare - mi permetterebbe di farlo funzionare ovunque. «Certo che può cambiarlo», mi risponde un centralinista, gentilissimo, dall’altra parte del filo (cambiare la merce acquistata, qualsiasi essa sia, è comunissimo, in America), «Però dovrà pagare una penale del 10%». Il vero ‘scoglio’, mi spiega l’operatore, è un altro. «L’abbonamento AT&T vale solo per gli Stati Uniti», «se viaggia all’estero, è soggetta a roaming, come un normale cellulare. Sempre che non voglia acquistare il servizio dati di una compagnia telefonica locale». Lo ringrazio e riattacco.
Il roaming, come sa bene chi viaggia spesso, può raggiungere tariffe esorbitanti. E non me la sento di acquistare una micro SIM per ogni paese che visito. A questo punto mi conviene viaggiare portandomi dietro il PC portatile, per quanto obsoleto, in dotazione dal mio giornale, dove la connessione Internet almeno è gratuita. «Io ho rinunciato all’iPad proprio per questo motivo», mi spiega al telefono un’amica che fa la spola tra Londra e New York, «Non posso permettermelo».
L’indomani mattina, domenica, accendo il mio iPad per scrivere un articolo. Non posso farlo. Tranne il Blocco Note giallo - «Notes» - non esiste un programma di scrittura. Su suggerimento di un amico, scarico «Pages», un’applicazione compatibile con Word. Sono andata sul sito dell’Apple Store, dove con 9.99 dollari ho potuto comprare quello che, molto modestamente, la Apple definisce «il più bel programma di videoscrittura mai disegnato per un dispositivo mobile». In effetti, l'interfaccia di «Pages» è molto simile a quella di Word e poi Pages ti permette anche il salvataggio di documenti in Word, proprio come Numbers e Keynote, i programmi gemelli, rispettivamente, di Excel e PowerPoint. Navigando in rete, scopro anche che per $69 dollari posso acquistare l’Apple Wireless Keyboard, una tastiera esterna senza fili. Forse questo risolverebbe in parte il problema delle ditate sullo schermo, sempre più fastidioso ma non quello dell’eccessiva luminosità dello schermo che, sotto il già cocente sole primaverile, diventa praticamente illeggibile.
Se volessi chiamare mio fratello in India con Skype non potrei neppure vederlo perché il mio iPad non possiede una Webcam, al contrario della stragrande maggioranza dei miniportatili che in America ormai hanno raggiunto prezzi stracciati. Chiamo di nuovo la Apple per lamentarmi del problema e l’operatore cerca di vendermi l’estensione della garanzia per la non proprio modica cifra di 99 dollari. «Il suo attuale supporto tecnico telefonico dura solo 90 giorni», mi avverte. Un’amica che si è fatta prendere la mano ha già speso altri 500 dollari in applicazioni e accessori vari. Sono delusa. Mi rendo conto che, oltre ad essere una macchina succhia–soldi, l’iPad, da solo, non potrà mai sostituire del tutto il mio portatile, anche perché l’assenza di una porta USB mi impedisce di collegarlo alla mia stampante non wireless. Eppure, se dovessi tornare indietro, lo riacquisterei. Perché è bello, leggero, velocissimo, intuitivo e facile da usare. E perché lo posso portare con me ovunque, come un ombrello, un quotidiano e un libro.
E, dunque, vorrei chiedere: ma 'sto aggeggio è utile o no????
Che la forza sia con voi!


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lunedì 22 marzo 2010

APPELLO

Da Il Corriere della Sera:




«Il sangue, i vestiti, il plantare Riapriamo il caso Pasolini»






Veltroni scrive ad Alfano: «Oggi la scienza può dirci la verità su quel delitto»


Gentile Ministro Alfano, vorrei cominciare questa lettera aperta con parole che vengono da lontano nel tempo: «Ritiene il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all’Idroscalo il Pelosi non era solo». È così che il presidente del Tribunale dei minorenni Alfredo Carlo Moro fissò il suo giudizio e il senso della sentenza con la quale il Pelosi fu condannato a quasi dieci anni di reclusione per l’uccisione di Pier Paolo Pasolini, intellettuale italiano. Le sentenze successive hanno confermato la responsabilità del ragazzo ma hanno sostenuto che lui fosse solo, quella notte. La verità processuale è fissata in quel giudizio della sentenza di secondo grado: «È estremamente improbabile che Pelosi abbia potuto avere uno o più complici». «Estremamente improbabile» non significa «assolutamente impossibile». D'altra parte quel ragazzo, uno che sembrava sociologicamente e fisicamente l'incarnazione di un personaggio pasoliniano, aveva fornito una confessione piena che escludeva il concorso di altri. Dunque perché cercare ancora?
Ma l’inchiesta, come hanno documentato in modo inappuntabile su «Micromega» Gianni Borgna e Carlo Lucarelli, fece acqua da tutte le parti. Come molte indagini di quegli anni. Ho rivisto in tv, in questi giorni, le immagini girate da quel grande giornalista che si chiamava Paolo Frajese a via Fani il sedici marzo del 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro, presidente della Dc e fratello del giudice Alfredo Carlo. Frajese faceva il suo dovere indugiando con il suo cameraman in mezzo ai corpi riversi a terra, ai berretti delle false divise, ai bossoli dei colpi sparati da terroristi e dai poveri agenti della scorta. C’erano decine di persone che passeggiavano sulla scena del più clamoroso attacco alla Repubblica. Qualcuno calpestava i proiettili, qualcun altro armeggiava con le portiere delle auto. Una follia. E non credo che ci appaia così solo perché ora tutti hanno imparato dall’America che la prima cosa da fare è isolare la scena del delitto. Era una follia, e peggio, anche allora. Era successa la stessa cosa nelle ore immediatamente successive all’omicidio di Pasolini nel buio desolato dell’Idroscalo di Ostia. Quando la polizia si era portata lì, nelle prime ore del mattino, c’erano dei curiosi attorno al corpo e di lì a poco, nel campetto attiguo, si sarebbe giocata una partita di calcio con tanto di pallone che cadeva nella zona del delitto e veniva rinviata da poliziotti gentili. Spariscono tracce, specie quelle degli pneumatici e dei passi. Indizi che credo sarebbero stati utili per accertare quante persone si fossero trovate lì e la dinamica dei fatti. L'automobile, la «stanza» fondamentale delle prove, viene consegnata alla scientifica solo quattro giorni dopo il delitto. In quella Alfa 2000 ci sono un maglione e un plantare per scarpe che non appartengono né a Pasolini né a Pelosi. C'è sulla portiera del passeggero, non quella del guidatore nella quale il ragazzo dice di essersi infilato di corsa per fuggire, una macchia di sangue, come l'impronta di una mano appoggiata. Ma l’auto, nel deposito della polizia, era rimasta aperta e sotto la pioggia.
Poi c’è un altro particolare. Pelosi ha solo un graffio sulla testa e una macchia di sangue sul polsino. È assai strano che sia così se le cose sono andate come lui ha raccontato, se c’è stata la feroce colluttazione che il ragazzo descrive nel suo volume «Io, angelo nero»: «Lui si trasformò in una belva. I suoi occhi erano rossi rossi e i tratti del viso si erano contratti fino ad assumere una smorfia disumana... Lo stesso bastone me lo tirò in testa, io mi sentii spaccare in due, il cuore mi batteva fortissimo. Lui si fermava poi ribatteva ancora... Fatto qualche metro mi afferrò e mi tirò un cazzotto sul naso...», poi il racconto di una rissa selvaggia. Pasolini verrà ritrovato pressoché irriconoscibile, un «grumo di sangue». Ma a Pelosi basta, come raccontò, fermarsi ad una fontanella. Potrei continuare. Ma vorrei tornare alle parole del giudice Moro. Non credo che fosse un «complottista». Credo avesse osservato dati di fatto e incongruenze. Chi poteva avere interesse ad uccidere Pasolini? Sulle colonne di questo giornale aveva scritto meno di un anno prima il famoso articolo «Il romanzo delle stragi », quello in cui diceva di sapere «i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer o sicari... Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore che... coordina anche fatti lontani, che mette insieme pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero».
Non so se queste parole abbiano preoccupato qualcuno, se abbia preoccupato il lavoro che conduceva per la scrittura di «Petrolio». Ma erano anni bastardi, non dimentichiamoli. Anni in cui da destra e da sinistra venivano compiuti, come fossero normali, atti inauditi. Ai quali spesso seguivano appelli ben firmati per la libertà dei responsabili. Come accade per gli assassini dei fratelli Mattei che ora sono liberi in Sudamerica. Anni bastardi, nei quali poteva bastare essere una donna e civilmente impegnata per essere sequestrata e violata, come accadde a Franca Rame. Anni nei quali si facevano stragi e si ordivano trame. Non bisogna essere «complottisti» per domandarsi cosa diavolo c'entrasse la banda della Magliana con la scomparsa di una giovane cittadina vaticana o con l'intricata vicenda del Banco Ambrosiano o con il rapimento di Moro. Ma al di là delle convinzioni personali e persino al di là della ricerca di una matrice politica del delitto Pasolini esistono una serie di evidenze sulle quali oggi forse si può fare chiarezza. E non solo perché nel 2005 Pelosi ha ritrattato tutto dichiarando che ad uccidere Pasolini erano stati tre uomini che lui non conosceva. Ha detto molte verità il ragazzo e, dunque, forse nessuna verità. Mi domando che interesse avesse, in quel momento, a riaprire una vicenda per la quale aveva già scontato la pena. Mi domando se forse il tempo passato non avesse rimosso ciò che, negli anni del delitto, gli faceva paura.
Ma non conta. Stiamo ai dati di fatto: il paletto insanguinato, i vestiti, il plantare. Oggi le nuove tecnologie investigative consentono, come è avvenuto per via Poma, di riaprire casi del passato. Anche qui voglio usare parole non mie ma quelle che nascono dall’esperienza di Luciano Garofano, che ha diretto il Reparto Investigazioni scientifiche di Parma. Garofano è coautore con il biologo Gruppioni e lo scrittore Vinceti di un libro che si è occupato del caso Pasolini. «Oltre alle analisi del Dna che si potrebbero effettuare su molti reperti (alcuni dei quali mai sufficientemente presi in considerazione: il plantare, il bastone, la tavoletta...), attraverso lo studio delle tracce di sangue e di sudore, le scienze forensi vantano oggi un nuovo, importante alleato... La disponibilità degli abiti di Pasolini ma soprattutto quelli di Pelosi, ci consentirebbe di ottenere importanti informazioni sulla modalità dell’aggressione. Dallo studio delle macchie di sangue ancora presenti, si potrebbe infatti stabilire (e magari confermare) la tipologia di armi usate per colpire, le posizioni reciproche dell’omicida e della vittima e riscontrare quindi l’attendibilità della versione fornita allora da Pelosi... Un caso che, come tanti altri enigmi del passato, non possiamo considerare chiuso».
Ecco, signor Ministro, è questo che voglio chiederle. Per questo, come per altri fatti della orribile stagione del terrore (come il caso di Valerio Verbano o gli altri che con il sindaco Alemanno abbiamo proposto alla sua attenzione) ora si può, si deve continuare a cercare la verità. Forse saranno smentite le convinzioni del giudice Moro, forse ci sarà una nuova ricostruzione. I magistrati a Roma hanno lavorato con dedizione e scrupolo alla soluzione del delitto di uno dei più grandi intellettuali del nostro tempo. Ora la scienza e le tecnologie possono aiutarci a dire una parola definitiva. E lei, fornendo un impulso all’iniziativa della giustizia potrà assolvere ad una funzione assai rilevante. Conviviamo da anni con un numero di ombre insopportabile. Più ne dissiperemo e meglio sarà per tutti noi, per il nostro meraviglioso Paese. E più ancora della verità giudiziaria credo ci debba oggi interessare la verità storica. Grazie, Signor Ministro, della sua attenzione.
Walter Veltroni
Che la forza sia con voi!

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lunedì 15 marzo 2010

LETTERA

dal blog di don Giorgio 8a sua volta tratto da MicroMega)
da MicroMega

Lettera di una professoressa a don Milani
di Mila Spicola



Caro don Lorenzo,
sono passati quanti anni dalla lettera che mi hai inviato? 42? 43? Il mondo è cambiato mille volte da allora. È cambiato il mondo, sono cambiata io, anche se ho esattamente gli stessi anni di quella lettera che tengo sul comodino e conosco a memoria. Eppure io mi ritrovo a insegnare incredibilmente nella scuola dei tuoi poveri Giovanni, sempre più distinti dai ricchi Pierini. Non a Barbiana, bensì in una periferia palermitana, in Sicilia, nella regione più povera d’Italia. Quella che avrebbe bisogno di attenzioni e aiuti e invece ha avuto, indistintamente, gli stessi identici tagli che si sono verificati altrove. Solo che qui un taglio è la decapitazione. “Non si divide una torta in parti uguali tra diseguali”, così mi hai spiegato e mi avevi convinta. 40 anni fa, ci avevi convinti tutti. Noi insegnanti e quelli che decidono. Avevamo capito la tua lezione. Ci abbiamo provato a fare una scuola migliore. E l’avevamo fatta, lasciamelo dire, prima che arrivasse questo disastro.
I tuoi erano altri tempi e altre anime. Da un lato c’era l’ignoranza, quella vera, quella che vivevi come un’onta e dall’altra, come un sole, come una promessa di progresso, la cultura. I pochi che sapevano guidavano dall’alto lo sterminato numero di quanti non sapevano. Io ero tra quelli che sapevano, e me ne vantavo, nel bene e nel male. Ero una professoressa e persino don Milani, tu, mi temevi, mi rispettavi, riconoscevi un valore in quello che facevo. Oggi è il contrario. Sembra quasi che la cultura sia un’onta e che tutto sia riducibile a quantità. Tutto, ogni cosa. Non solo la cultura dobbiamo difendere, ahinoi. Dobbiamo rispiegare da zero alcune cose che avevamo assunto per fondamenta: il valore delle regole, dell’onestà, della legalità, della dignità, della coesione sociale. Si sono sfaldate mentre stavamo nelle classi: senza accorgercene ce le siamo fatte levare una ad una quelle certezze. Siamo rimaste così: oltre ai gessetti ci hanno tolto la terra da sotto i piedi. La terra delle quantità al posto dell’humus delle qualità.
Tutto è quantificabile, solo quantificabile. E se è quantificabile, allora ha un prezzo. Persino la scuola. Ci hanno costretto a fare questo. Soldi che sono “sprecati”, soldi che servono ad altro (che altro può esserci di più importante mi chiedo), soldi che non servono, e intanto le nostre scuole crollano a pezzi. Mentre a noi tolgono soldi, tantissimi, altrettanti direi, vengono assegnati a mille altre cose che non sto nemmeno a dirti. Il che la dice lunga su quale sia la scala delle priorità di chi governa oggi. “Piano casa”? Perché non un “piano scuole”? Se volessimo davvero rilanciare il comparto edilizio e non invece favorire l’edificazione selvaggia ne avrebbero di lavoro le imprese edili a sistemare tetti umidi e mura ammuffite.
Sono una professoressa e molti mi disprezzano. Forse anche tu mi disprezzavi, non certo per il mio mestiere, che hai scelto anche tu di fare: insegnare. Mi disprezzavi perché insegnavo solo ai Pierini, i figli dei ricchi e lasciavo indietro i tuoi Giovanni, poveri e malandati e mi dimenticavo che la Costituzione recita che tutti hanno diritto a un’istruzione pubblica di qualità. Io ti ho ascoltata eccome e oggi insegno in una scuola di tanti piccoli Giovanni. Accade esattamente la stessa cosa: i miei Giovanni sono nuovamente distinti dai Pierini. Si è però verificato uno scambio curioso. Siamo solo noi da dentro quelle aule sporche e fredde a difendere il diritto a un futuro migliore per i Giovanni di oggi. Noi professoresse. E lo facciamo adesso perché stanno mettendo in pericolo quella possibilità.
Oggi le scuole migliori si pagano, è sempre stato così mi dirai. Ma non da far diventare sempre peggiori quelle destinate ai più. Quasi fossero anch’esse ad esaurimento, come le graduatorie dei miei colleghi precari, senza che nessuno dica o faccia nulla. Ad esaurimento come la coesione sociale che noi, soli, dentro le aule, possiamo ripristinare. Sono altri i nemici che allontanano i miei ragazzi dal proseguire gli studi. Non certo io. Sono i ritorni ai “5 in condotta”, sono il ripristino di parole vetuste come “apprendistato”. L’Italia è cambiata, caro don Lorenzo, ma è cambiata perché sta tornando indietro. In ogni casa c’è una tv, ogni mio alunno ha un cellulare ma spesso non ha i libri. E perché mai un libro dovrebbe essere più importante di un cellulare per una mamma di periferia? Per un ragazzo che vive a Ciaculli a Palermo, in Sicilia, nel 2010? Perché mai?
La scuola dove insegno ha la muffa nei tetti, i riscaldamenti spesso non funzionano, in alcune aule ci piove dentro, ogni tanto qualche idiota distrugge i vetri e i ragazzi si ritrovano a vagare per i corridoi, trasportandosi dietro le sedie, quando le hanno, divisi in altre classi, seduti ammassati, con i loro giubbottini e per loro è la normalità. Non hanno mai visto che potrebbe essere diverso. L’80% delle scuole palermitane è fuori norma per un motivo o per un altro. Nella patria dell’antimafia, lo stato si fa garante dell’illegalità in cui vivono i ragazzi.
Mi monta la rabbia perché penso a quel tuo alunno che mi scrisse: “andare a scuola è sempre meglio che spalare la merda” e sono passati 40 anni. Mi chiedo cosa siano le magnifiche sorti e progressive se il progresso ha condotto a questo. Il progresso o gli uomini? Abbiamo un ministro che ci ha tagliato i fondi. Non solo quelli che hanno buttato per strada migliaia di colleghi, ma ha tagliato i fondi per evitare che i miei Giovanni sia curati uno ad uno, che siano rimessi nelle stesse identiche condizioni dei Pierini più fortunati per operare una scelta.
Ti dico di più: come faccio a convincerli che solo la conoscenza li salverà? Solo la conoscenza li farà padroni del mondo? Solo la conoscenza ne farà adulti consapevoli? Come faccio a convincerli che la scuola non è un “servizio” ma un diritto alto? Se poi i loro fratelli più grandi, che faticosamente arrivano alla laurea e sono più bravi degli altri perché hanno studiato sodo e da soli, e poi magari decidono di accedere alle cariche o alle carriere che meriterebbero, cioè le migliori, beh, per quei ragazzi qua a Palermo, non c’è altra via che andarsene?... a Palermo? Correggo: in Italia. E allora a che serve battersi per una scuola pubblica? Per la diffusione della conoscenza, per la promozione del merito? A che serve scendere in piazza a scioperare il 12 marzo se non per testimoniare che quello che si sta verificando nelle scuole di ogni ordine e grado è la vera emergenza democratica del nostro paese? A che serve se non è un pensiero condiviso?
A che serve se nessuno si rende conto che quella ad essere davvero messa in discussione, con la distruzione della scuola pubblica italiana, è la natura stessa della democrazia? Chi vuole veramente assicurare ai nostri figli oggi quel pensiero critico e libero che solo una scuola pubblica sana e voluta da tutti potrebbe ottenere? Chi? Mi giro intorno e vedo solo qualcun altro come me, qualche altro professore. E nemmeno tutti.
Non vedo classi dirigenti che gridano allo scandalo. No. Non vedo intellettuali. Non vedo scrittori, artisti, giornalisti. Non ne vedo nessuno che sia sceso con me a darmi forza e a sostenermi. Nemmeno quelli che hanno denunziato altri fatti terribili, ma, lasciamelo dire, meno gravi. Perché che senso ha denunziare la criminalità e l’illegalità e il non rispetto delle regole se poi si tace di fronte alle cause primarie della criminalità diffusa e dell’assenza di valori sani e di cultura? Valori e cultura che da sempre sono stati trasmessi tra le generazioni attraverso la scuola? Dove sono oggi Pasolini e Sciascia? Cosa farebbero oggi di fronte a tale scempio silenzioso?
Anzi, quegli stessi intellettuali, da una lontananza ben più siderale di quella di cui tu, caro don Lorenzo, accusavi me, professoressa, quasi quasi, mi additano sospettosi. Non sei brava, hai due mesi di vacanze, hai tanti privilegi, siete troppi. E non sono mai entrati in una mia aula. Non hanno mai visto in che condizioni lavoro, in che condizioni costringo i miei ragazzi alla disciplina, quando vorrei che spaccassero quelle pareti sporche e facessero la rivoluzione anche contro di me, che non ho la forza che hai avuto tu, caro don Lorenzo, di spiegarglielo a tutti gli italiani cosa voglia dire fare scuola.
Il valore di un popolo è direttamente proporzionale al valore che attribuisce alla scuola e alla conoscenza. E mi rattrista riconoscere che il valore del nostro popolo si sta frantumando come la mappa di Borges proprio mentre da più parti per molto meno le folle si riuniscono chiamate dal piffero della telecrazia imperante. Tutte le mattine mi siedo alla mia cattedra, faccio l’appello, inizio la mia lezione restituendo il sorriso della vita che mi regalano i ragazzi e mi ripeto che quella forza la devo ritrovare intera. Perché io non rimango muta di fronte a questa ignobile distruzione: io non ne sarò complice. Siatelo voi, complici. Io no. E da quando mi sveglierò la mattina a quando andrò a letto la sera, in ogni angolo e con tutta la voce che ho lo ripeterò fino a quando non mi ascolteranno: stanno distruggendo la scuola, evitiamolo.
(11 marzo 2010)
Che la forza sia con voi!

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venerdì 26 febbraio 2010

CONTROCORRENTE

Credo che spessissimo le sue idee siano invise ai più (a me no) . Ma questa riflessione che don Giorgio (de Capitani, s'intende) ha pubblicato sul suo sito credo valga la pena sia letta da tutti...
Visto che la parola religione sembra tabù e, di conseguenza, tutto ciò che richiama la religione; visto che della stessa religione non è rimasto che il guscio, e tutto ciò che lo compone; visto che quella specie di “religiosi” di oggi se ne frega della stessa loro religione prendendola per il culo (non c’è altra parola più mordente); visto che sembra impossibile ormai presupporre che ci sia almeno quel minimo di capacità critica sufficiente a dare inizio a un discorso dialogico; visto che a lasciare le cose come stanno si finisce per impazzire di rabbia e di inettitudine; non ci rimane che un rimedio: spezzare i pregiudizi, la cocciutaggine mentale, l’analfabetismo culturale, la supponenza dei barbari, e, prima ancora, tentare di chiarire almeno qualche termine; e il termine in gioco, dove si gioca la propria vita e Dio stesso, è proprio “religione”.
Etimologicamente, religione (dal latino “religare”) significa “legame” (anzitutto, legame con la divinità). Che la parola Lega derivi anch’essa da “ligare”, ovvero “legare”? Certo che sì. Lascio a voi tirare qualche conseguenza. A me mette i brividi ogni legame, a voi no?
C’è, dunque, una strana stravagante affinità tra la religione e la Lega. In quale misura? Una cosa è certa: la Lega rende ancora più dura la religione, e di bavagli ne mette o, forse meglio dire, di cappi.
Torniamo alla religione. Vorrei essere chiaro, anche se so che, tenendo conto della lista iniziale del “visto che...”, non sarà facile farmi del tutto capire. Eppure basterebbe poco: un filo di luce! Se ci fosse, sarei qui a stendere queste righe?
Sono stato più volte accusato di non essere un prete: certo, non lo sono per coloro che fanno della religione un dogma di fede e prendono i preti come ministri di tale religione. Anche qui, sapete cosa significa “ministro”? Deriva dal latino “minor”, “minus” (minore, meno), quindi: uno che si fa minore, meno, per servire... Ministro è colui che serve, si fa servo, - attenti alla parola “schiavo” che ricorda cose mostruose - nel senso evangelico di colui che ama annullandosi in tutti i suoi poteri, nelle sue cariche, nei suoi titoli onorifici, nei suoi studi, nelle sue lauree, nella sua stessa fede religiosa o politica...
Ministro, dunque, ovvero servo, ma... di chi o di che? Forse della religione, che è un legame? Neppure Dio mi potrebbe legare: che Dio sarebbe? Non certo il Dio in cui io credo. Amo il Dio che ama la libertà.
E qui potrei fare una parentesi: certo che mi ritengo ateo, e lo sono, se il dio che mi viene imposto è il dio dei legami, o, meglio, il dio fatto su misura del potere che lega le coscienze dei propri sudditi. In questo dio non credo, e sono ateo! Credo in un Dio che non conosco ma so che esiste, che è così puro, proprio perché non lo conosco, - appena conosco un qualcosa me lo prendo, e me lo consumo - da vederlo però nella Bellezza dell’Universo: più che vederlo, intravederlo...
Io, prete, sono ministro dell’Universo, e non di una Chiesa struttura, alla quale appartengo, certo, ma non per esserne uno schiavo. Appartengo ad una Chiesa nella misura in cui essa si fa ministra dell’Universo. Mi servo della Chiesa per servire, e non viceversa. Servire l’Umanità.
Prete, dunque, di una Chiesa che si fa ministra dell’Universo, e non di una religione che crea solo legami tali da rendermi schiavo di essa. La religione più che servire si fa servire. Come far capire queste semplicissime cose a quella massa di “adepti” di una religione, idolatra di se stessa, ovvero di un dio che essa si inventa o si costruisce o manipola a tal punto da rendere i suoi devoti tanto obbedienti da essere perfetti automi?
Non sono solo mie idee: tutti sanno che il cristianesimo non è una religione, e perciò tutti dovrebbero sapere che il vero “cristiano” non è al servizio di una religione. Ciò detto, tirate voi le conseguenze. Vi aiuto?
Il cristiano, e per di più il ministro di Dio, di quel Dio che è Padre universale, Bellezza infinita, Gratuità assoluta - questo è il Dio in cui credo, non importa se è ancora solo Utopia - si sente responsabile di questa Umanità, e oltre, se l’Umanità è solo una parte dell’Universo.
Scusate se insisto, ma sarebbe ora di convincerci che non siamo noi il centro dell’Universo.
Forse un domani ci accorgeremo che siamo solo un granello di polvere. Un granello di polvere che ha preteso di farsi una propria religione, con un suo dio, tutto intento a dar retta a un pugno di polvere. Eppure il Figlio di Dio si è fatto polvere umana, anche lui un granello di polvere, uno di noi, sperduto nell’immenso Universo. Forse sta qui il paradosso della mia fede: fede nell’Universo che si perde nell’Infinito, e credere nell’Infinito che si è fatto un granello dell’Universo. E ci appelliamo, per giustificare il paradosso, alla scintilla divina, che è l’intelligenza umana. Ci appelliamo all’anima… Forse non conosciamo ancora nulla dell’Universo, ecco perché ci crediamo chissà chi, e dimentichiamo tutta quella cattiveria che pretende di disfare un immenso capolavoro che crediamo “nostro”.
Non vi siete mai posti la domanda: da quando esiste l’uomo sulla terra - da quando? già qui andremmo in crisi! - c’è stato un momento di felicità che non sia stato sopraffatto dalla sofferenza, c’è stato un momento di pace che non sia stato ferito da un atto di violenza o da quel mostro infernale che noi chiamiamo guerra?
Perché parliamo di intelligenza, e pensiamo alle cose più belle, se poi le cose belle non provengono da ciò che noi chiamiamo intelligenza? L’uomo è solo uno stupido, capace di rendere brutte le cose più belle, di schiacciare un fiore accendendo una candela ai santi, e mentre l’accende odia il vicino di casa.
La Bellezza ci salverà! E nel frattempo ci sentiamo dei dannati! Dannati dalla bruttezza, il nostro pane quotidiano. Pensate alla religione. Cose orrende, compiute in nome di quale dio? Secondo voi la religione ci offre il Dio della Bellezza? Ed io dovrei essere il ministro della Bruttezza? La Bellezza è sicura là dove l’essere umano non arriva, e per fortuna non arriverà ad abbracciare l’Universo, perché siamo un granello di polvere nell’immenso Universo.
Se dovessi essere costretto a parlare di religione, parlerei della religione dell’Universo. Ma l’Universo non ha religione. La Bellezza non ha religione. Ministro dell’Universo, e ciò mi spaventa. Perché ministro? Ovvero, servo? L’Universo non ha bisogno di farsi servire.
Forse un domani l’essere umano capirà di essere parte di un Tutto di cui oggi vede solo la cornice di uno sgorbio che non capisce di essere brutto. Non basta dire che ci sono anche le cose belle, che bisogna essere ottimisti...
Mi chiedo: che senso ha vivere in un mondo come il nostro, dove o si pensa al dio della religione, una specie di droga, o si lotta per sopravvivere?
Io mi sento schiacciato da un male infernale che brucia i corpi e le anime, nel gioco perverso di un potere umano che non dà tregua, e provo orrore per l’inettitudine dei giusti che vedono, soffrono, e se ne stanno zitti.
Sarebbe già qualcosa parlare o poter parlare, ma vedo che il potere non lo permette e la religione narcotizza gli spiriti liberi. Non siamo neppure all’anno zero.
Se lo fossimo, avremmo una speranza di partire.
Che la forza sia con voi!

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giovedì 25 febbraio 2010

APPESTATI?????

Dal Tgcom:

Stop al fumo in auto e cortili
Vita sempre più dura per i fumatori. Dopo la legge Sirchia del 2003, il Parlamento sta lavorando a un disegno di legge bipartisan per vietare il fumo anche negli spazi all'aperto di scuole, università, ospedali, bar e ristoranti e per chi guida. Previsto anche il divieto di acquisto e di consumo di prodotti da tabacco per i minori di 18 anni. Pesanti multe per i commercianti trasgressori.
Le sanzioni, come riporta il "Sole 24Ore", saranno particolarmente severe per i commercianti, che dovranno chiedere un documento d'identità: da 250 a 1.000 euro di multa e sospensione di un mese della licenza. I distributori automatici dovranno avere un sistema per identificare l'età di chi acquista le sigarette.
Stop nelle aree vicino a scuole e ospedali
Il divieto di fumo, nel disegno di legge firmato da Ignazio Marino (Pd) e Antonio Tomassini (Pdl), è in esame nella a commissione Igiene e sanità del Senato, un iter per cercare di arrivre all'approvazione in tempi rapidi. Il divieto dovrebbe valere anche "nelle aree esterne di pertinenza" di scuole, atenei, strutture ospedaliere e luoghi di assistenza e cura. Una modifica proposa dall'Idv estende lo stop alle bionde anche per chi è alla guida di veicoli.
Massimo 10 pezzi nei pacchetti
Novità anche per i pacchetti di sigarette e sigari: al massimo potranno contenere dieci pezzi. Saranno allegati, inoltre, obbligatoriamente foglietti illustrativi, come avviene per i farmaci in cui si indicheranno le sostanze ed effetti pericolosi per i consumatori.
Fondo per lotta al tabagismo
Il disegno di legge prevede, poi, un fondo per la prevenzione e la riduzione dei danni da tabagismo, con corsi obbligatori per i medici e tutto il personale pubblico. Ad alimentarlo sarà anche un aumento del 10% delle accise sui prodotti da tabacco.
Che la forza sia con voi!

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mercoledì 24 febbraio 2010

METAFORE

Nemmeno a Max Blardone è riuscita l'impresa. Colpa della neve più adatta alle sciate norvegesi o canadesi? Di quell'erroraccio alla seconda porta? Della stanchezza? Sta di fatto che, ad oggi, un argento e due bronzi: questo il misero bottino della spedizione olimpica italiana a Vancouver. E mentre riponiamo le nostre (ultime) speranze nei "soliti" ragazzi del fondo e nella bellissima Caroline Kostner, resta l'amarezza per i tanti, tantissimi quarti posti, per i piazzamenti onorevoli ma non d'onore che abbiamo collezionato. E vien da chiedersi se, in fondo in fondo, queste Olimpiadi non siano la metafora di ciò che, oggi, è il nostro Paese. Un Paese sempre alla rincorsa, sempre di mezza classifica, normale nel senso di quasi mediocre. Incapace del guizzo finale, della zampata quasi cinica che ti permette di superare la distanza tra il legno ed il bronzo, l'argento o l'oro. Un Paese che non si sforza, che si accontenta un pò come quegli studenti cui gli insegnanti dicon sempre sei bravo ma non ti applichi. Un Paese modesto che anche quando fissa le regole già trova le eccezioni che sfidano persino la matematica (televoto sanremese docet). Un Paese in declino che però non riesce a scrollarsi di dosso quel suo essere sempre tra il fatalista e l'incazzoso. E' il fallimento della politica? E' il fallimento di chi, ad oggi, a questo Paese non è riuscito a dare una ossatura, una vocazione, un carattere? Non lo so. Forse, chissà, sono solo incazzato. Forse, chissà, se nei prossimi giorni becchiamo (finalmente!) qualche "vera" medaglia, cambierò opinione. Sta di fatto che se nella 1^ manches uno è quarto, e alla fine si ritrova undicesimo... a te, seduto in poltrona, ti assale davvero la nostalgia (forte, fortissima) di quel pazzo scatenato di Alberto la bomba Tomba.
Che la forza sia con voi!



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venerdì 19 febbraio 2010

LO SAPEVO!!!!!!!!




Da La Repubblica


Mourinho: "La Juve ha un'area lunga 25 metri"

MILANO - È vigilia di campionato in casa Inter ma, come sempre accade quando José Mourinho si presenta in conferenza stampa, il tecnico lusitano fatica a parlare dell'impegno di domani contro la Samp, incalzato dalle domande dei cronisti. L'argomento del giorno è lo scoop di 'Marca', che in prima pagina ha diffuso la notizia di presunti contatti tra lo 'Special Onè e il Real Madrid, che lo starebbe corteggiando per la prossima stagione: "Ci sono giornali poco onesti - dichiara Mourinho - che inventano le notizie: questo non è il mio gioco e non voglio entrarci".

CON LA SAMP NIENTE TURNOVER - Alla partita contro i blucerchiati, che all'andata si imposero per 1-0, Mourinho tiene sul serio, senza lasciarsi condizionare dal match di Champions League contro il Chelsea, in programma mercoledì: "Non farò turnover - spiega l'allenatore - rispetto il campionato e non penso al Chelsea. Nessuno resterà a casa per riposare. Con la Samp schiererò l'undici migliore perché voglio vincere la partita. Giochiamo contro un avversario in salute, che viene da quattro vittorie consecutive, ma se pure affrontassimo una squadra in difficoltà sarebbe lo stesso: a noi servono punti, la partita più importante è sempre la prossima".

PENSARE SOLO A NOI - Massimo rispetto per la Samp, ma l'Inter deve fare la sua partita: è questo il pensiero dello Special One. "Tante squadre, contro di noi, cambiano modulo o atteggiamento - spiega Mourinho - ad esempio la Samp all'andata adottò il rombo, sistema che ha utilizzato solo in quella partita. Altre squadre giocano contro di noi come se stessero giocando la finale del Mondiale, in altre occasioni ancora giocano come se fosse un'amichevole. Noi possiamo solo pensare a ciò che fa l'Inter".

UNA SOLA AREA COSI' GRANDE - Troppo ghiotta l'occasione per Mourinho per non lasciarsi scappare un'altra battuta in risposta a Bettega, sul rigore concesso a Del Piero dopo il Genoa: "C'è solo un'area di 25 metri in Italia - afferma sibillino il tecnico di Setubal - non vedo perché dovremmo fare gli struzzi. Ora si parla tanto di Bayern-Fiorentina, ne discutono tutti, non solo i viola. Penso che ci voglia un po' di coerenza". Mou ne ha anche per Aurelio De Laurentiis, che ha affermato che non lo vorrebbe ad allenare gli azzurri: "De Laurentiis non mi vuole? Non ha soldi per me".

ROMA FURBA, MILAN DA STIMARE - Un pensiero va anche alle inseguitrici nella corsa-scudetto, Roma e Milan: "La Roma è una grande squadra - dice ancora Mourinho - ho sempre detto che ha qualità da scudetto, anzi sono tra i pochi che non ha mai sottovalutato quel gruppo di giocatori. Sul mercato è una società furba: sa piangere quando ha bisogno di un giocatore e non ha soldi, quando però dovrebbe vendere dice di no. Il Milan? In Champions ha perso contro una grande squadra, non contro una squadra di camerieri: mi piacerebbe incontrarla nei quarti di Champions, sarebbe fantastico. Inoltre penso che i rossoneri arriveranno secondi, perché rispetto la Roma, rispetto ancora di più il Milan". (19 febbraio 2010)
Sempre saputo (almeno noi interisti)...ma che c'importa? Lo vinciamo noi!!!!!!!
Che la forza sia con voi!


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giovedì 11 febbraio 2010

(IN)GIUSTA GIUSTIZIA?

Ho recentissimamente parlato con un amico - dichiaratamente e manifestamente di (centro)sinistra - che di mestiere fa l'avvocato. Certo: chi di mestiere sta dall'altra parte della "barricata" immagino possa avere dei giudizi "condizionati" su chi, di fatto, valuta - attraverso le sentenze - la capacità e la bravura di chi difende un imputato. E però quella frase tranchant buttata lì tra un caffè ed una sigaretta - sono sempre più convinto che Berlusconi sulla giustizia abbia ragione - mi ha moltissimo colpito. Perché tocca un nervo scoperto del centrosinistra in generale e del PD in particolare che, su questo specifico tema, mi pare schierato più sulla contrapposizione al Presidente del Consiglio che sull'argomento specifico. E' vero: siamo assolutamente garantisti (e questo garantismo deve valere per tutti) ma incapaci (almeno a me pare) di una riflessione serena e pacata sulla magistratura (forse perché molti magistrati sono politicamente a noi vicini?). Poi, in rapida successione, compaiono sui giornali tre notizie che lasciano davvero sconcertati.
La prima riguarda l'assoluzione (in Appello) del professor Dino Casarotto, luminare della cardiochirurgia, che, in primo grado, era stato condannato a 5 anni e 9 mesi per omicidio colposo: avrebbe (stando all'accusa), per denaro, impianto della valvole cardiache difettose. Ora questo professionista è stato invece assolto per non aver commesso il fatto. Ma, mi chiedo, un fatto - per essere tale - presuppone che sia reale: come è possibile che un magistrato prima stabilisca che questa colpa è un fatto e dunque una realtà e, tre anni dopo, un altro magistrato affermi l'esatto contrario?
La seconda è apparsa su tutti i quotidiani. La traggo da Il Giorno: Singolare episodio oggi presso la prima Corte d’Appello di Milano. Mentre il collegio giudicante era in camera di consiglio per alcuni processi già discussi, l’avvocato Paolo Cerruti - difensore in un procedimento ancora da trattare - è andato a sfogliare alcuni fascicoletti sul tavolo del presidente Giovanni Scaglioni e ha scoperto che per il suo assistito F.B. la sentenza era già stata scritta con la conferma del giudizio di primo grado: una condanna a 8 mesi per un borseggio avvenuto a Monza lo scorso anno.
La terza riguarda Calogero Mannino, senatore dell'UDC, che dopo 14 (sì, avete letto bene: 14 anni) di processi è stato definitivamente assolto dall'accusa di associazione mafiosa e che trascorse in galera 23 mesi.
Episodi singolari, marginali si dirà...episodi che non possono "infangare" la memoria di quei magistrati (e sono davvero tanti) - eroi morti per mano della mafia o del terrorismo. Certo. E' assolutamente vero. Ma di fronte a questi fatti, non è giunto al fine il momento che anche noi cominciamo a discutere di come rendere la giustizia veramente giusta?
Che la forza sia con voi!

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martedì 9 febbraio 2010

BILANCI CORAGGIOSI

Da L'Unità del 6 febbraio:

Ho seguito la legge e questo in Italia può dare fastidio
La sorpresa più brutta? «La politica». Quella più bella? «I miei amici friulani». Non ha dubbi Beppino Englaro. Non li ha mai avuti in tutti 6233 giorni, contati uno per uno, che ci sono voluti per liberare sua figlia Eluana (dice proprio così, liberare) da un corpo finito nelle mani della medicina e della tecnologia ma che sicuramente non era più suo. «La mia fortuna è che Eluana aveva le idee chiarissime. Era uno spirito libero. Se voleva una cosa non la fermavi nemmeno con le cannonate. La libertà ce l’aveva nel sangue, nel Dna. Questo mi ha dato la forza per andare avanti, giorno dopo giorno, a chiedere che finisse quel calvario ingiusto e senza senso. Ci sono voluti diciassette anni».
Un’eternità...
«È il prezzo che si paga in questo Paese quando si vogliono fare le cose alla luce del sole, nella legalità. Ma anche su questo non ho mai avuto dubbi: mi sono rivolto alla legge per sapere come dovevo comportarmi. Perché quello che è accaduto a noi non riguardava solo la famiglia Englaro, ma l’Italia tutta, come comunità. C’era un fatto drammatico e difficile che bisognava affrontare: il caso ha voluto che toccasse noi, ma il problema era di tutti. Così ho girato la domanda alla legge. Quando ho capito che per Eluana non si poteva escludere di andare incontro allo Stato vegetativo permanente, ho iniziato a chiedere ai medici con quale diritto la tenessero in quello stato così assurdo: lontana dalla morte, lontana dalla vita. Ma, soprattutto, in uno stato che lei non avrebbe mai voluto: che Paese è quello in cui la volontà di un cittadino non conta niente?».
Torniamo a un anno fa. In Parlamento, alla notizia della morte di Eluana scoppiò una battaglia. Gasparri e Quagliariello parlarono di omicidio. «Non furono gli unici. Alla Procura di Udine giunsero tantissime denunce da parte di associazioni e singoli cittadini che mi accusavano della morte di mia figlia. È per questo, per questo “diluvio di denunce” come scrisse il Gip, che la Procura aprì un’inchiesta su di me e su altri 13 indagati tra cui il medico De Monte». Inchiesta archiviata. «Sì, lo scorso 11 gennaio con un decreto del Gip di Udine Paolo Milocco».
Omicidio... avete denunciato chi vi ha lanciato accuse così gravi? «Gli avvocati Angiolini di Milano e Campeis di Udine stanno valutando se ci siano gli estremi per i reati di diffamazione e ingiuria».
Anche contro Gasparri e Quagliariello? «Contro chiunque ci abbia accusato ma, ripeto, lo decideranno gli avvocati».
Poco prima della morte di Eluana lei invitò Napolitano e Berlusconi al capezzale di sua figlia, perché? «La vicenda stava diventando insostenibile. Era in atto un follia generale che ci stava portando lontani dalla realtà: Eluana era diventata una scusa, il capro espiatorio di uno scontro molto alto e violento, addirittura un conflitto tra istituzioni. Li invitai a Udine perché si rendessero di che cosa stavamo parlando, di quali fossero reali condizioni di Eluana».
Non venne nessuno. «No, però Napolitano rispose coi fatti: facendo sapere che non avrebbe firmato il decreto che impediva l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione forzata».
E Berlusconi? «Non si presentò. In compenso decise di rompere un silenzio che durava da anni. E fu una scelta singolare. Vede, nel 2004 avevo inviato una lettera alle alte cariche dello Stato perché si occupassero del caso di Eluana. I presidenti di Repubblica e Senato, Ciampi e Pera, risposero con una lettera cortese; il presidente del Consiglio Berlusconi non rispose nemmeno».
Dissero che non l'aveva mai ricevuta. «È falso. Mandai quella lettera il 4 marzo per raccomandata e sulla ricevuta di ritorno, che conservo, c'è scritto 10 marzo. Quella lettera arrivò regolarmente. Ma la questione è un'altra: a un certo punto Berlusconi cambia atteggiamento, esce dal silenzio e interviene, politicamente e mediaticamente, per bloccare quello che la Cassazione aveva deciso, cioè la possibile sospensione della nutrizione e della idratazione artificiale».
Fu quando Berlusconi disse che Eluana stava bene, poteva avere un figlio e che lui, come padre, non avrebbe mai staccato la spina... «Esattamente. Eppure il premier sapeva perfettamente quali fossero le condizioni di mia figlia. Lo so perché aveva parlato con il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Renzo Tondo, e con il senatore Ferruccio Saro: entrambi erano stati nella stanza di Eluana ed entrambi gli avevano detto come stavano realmente cose. Berlusconi parlò in quel modo per altri motivi, probabilmente per le pressioni delle forze più integraliste della maggioranza o di altre ancora».
Il Vaticano? «L’intervento della Chiesa è nei fatti. Basta rileggere le frasi pronunciate dalle alte gerarchie, da Barragan a Bagnasco a Crociata, che parlavano di eutanasia contraddicendo quello che la suprema Corte di cassazione aveva appena affermato con una sentenza. Hanno mancato di rispetto non solo a me ma anche alle istituzioni».
Ha più visto le suore di Lecco? «Certamente. Con loro c’è sempre stato un rapporto aperto. Tra l’altro Eluana era nata proprio lì, perché agli inizi quella era una clinica di maternità. Quando ci fu l’incidente, tornai da loro perché sapevo che l’avrebbero curata nel migliore dei modi. Le conosco bene quelle suore, e loro conoscono bene me. Per questo mi è sembrò crudele quella frase sui giornali e in tv: ce la lasci che la curiamo noi. Sapevano benissimo che una volta ottenuto il permesso dalla magistratura non avrei aspettato un minuto di più. Solo che anche loro, a un certo punto, cambiarono atteggiamento. Ma lo capisco: prima il rapporto era tra me e loro. Poi si sono messe di mezzo troppe persone, troppe questioni».
Rifarebbe tutto nello stesso modo? «Non c’era altra strada. Ovviamente se vuoi muoverti nella legalità e alla luce del sole. Cioè nel rispetto delle leggi che una comunità di persone si è data. Nella Costituzione, insomma».
Poco dopo la morte di Eluana, il Corriere della Sera pubblicò un editoriale di Pier Luigi Battista in cui la accusava di aver infranto quella “zona grigia” che permette di risolvere alcune situazioni mediche o insostenibili. Nessuno dice niente, ma intanto si aumenta la dose di morfina...
«Sono rimasti spiazzati perché tutta la vicenda è stata condotta nella legalità. E questo ha dato fastidio. Perché in Italia c’è l’abitudine a cercare sotterfugi e vie traverse, la zona grigia appunto».
Dopo la morte di sua figlia ha deciso di dar vita all’associazione «Per Eluana», sta andando avanti? «Diventerà operativa la prossima settimana con uno scopo preciso: diffondere la conoscenza e combattere i pregiudizi. Su questi argomenti, ovviamente, che sono delicati e complessi, ma sempre più importanti. Joseph Pulitzer diceva che un’opinione pubblica ben informata è la nostra corte suprema. Io non cito mai massime, ma quella frase è il motore della Fondazione. Io per arrivare alla nostra Corte Suprema, la Cassazione, ci ho messo quindici anni. Con una opinione pubblica ben informata, e un Parlamento più attento, ci avrei messo molto meno a ottenere le risposte che cercavo».
Il punto è che mancavano gli strumenti giuridici... «Già, viviamo in uno Stato di diritto ma in quel momento mancavano i principi del diritto. Per averli, quei principi, ho dovuto aspettare la sentenza del 16 ottobre 2007. E la sentenza è stata chiara: nessuno ha il potere di imporre una terapia contro la volontà del paziente. Nessuno. La volontà del malato, anzi del cittadino, viene prima di ogni cosa».
Questo Paese riuscirà a diventare davvero civile?
«Ne sono convinto. Per due motivi. Il primo è che il clima culturale sta cambiando: la gente comincia a capire l'importanza di questi argomenti e prende posizione. La seconda è che ci sono magistrati che vanno avanti per la loro strada indipendenti da ogni potere politico. Sulla vicenda di Eluana ho scritto due libri, il primo l’ho dedicato a Sati, mia moglie, che si è consumata, letteralmente, per stare vicino a sua figlia in tutti questi lunghissimi anni. Il secondo, uscito pochi mesi fa, l’ho dedicato proprio a loro, ai magistrati indipendenti».
Su di lei si è detto molto, anche troppo. Ad esempio che voleva sfruttare la notorietà ed entrare in politica. «Niente di più falso. L’unico atto politico è stato il mio appoggio al senatore Marino quando si candidò alla segreteria del Pd. Perché un medico come lui che si dedica alla politica non capita spesso. È una persona che sa andare oltre, come dico io. E per appoggiarlo ho preso la tessera del Pd, io che sono socialista e di tessere non ne ho mai avute. Tutto qui».
Adesso si dirà della canzone su Eluana che Povia porterà a Sanremo. «Mi è venuto a trovare per chiedermi, correttamente, se avevo qualcosa in contrario. Ho conosciuto la persona, mi è piaciuta e mi sono fidato. Così ho detto che non avevo nulla in contrario».
Ritornando a un anno fa, qual è stata la sorpresa più negativa? «Il comportamento di certa politica. A cominciare dal Presidente della Regione Formigoni, quando impose alle cliniche della Lombardia il divieto togliere il sondino a Eluana. E il ministro del Welfare Sacconi, che di fatto estese quel divieto a livello nazionale giocando sul ricatto delle convenzioni statali. Ma come: per anni il mondo politico se ne era infischiato del mio caso e quando finalmente si muove, lo fa solo per bloccare tutto, per mettere i bastoni tra le ruote...».
Una sorpresa positiva? «I miei amici del Friuli Venezia Giulia. È stata la sorpresa più bella. Io sono sempre stato orgoglioso delle mie radici e scoprire che dentro la mia regione c’erano tutte queste persone disposte ad aiutarmi è stato il massimo: Renzo Tondo, Ferruccio Saro, Gabriele Renzulli, Ines Domenicali, presidente della clinica La Quiete. E Furio Honsell, il sindaco di Udine. Ricordo bene quando le regioni e le cliniche facevano marcia indietro, una ad una. Ma i miei amici, i miei vecchi compagni socialisti non mi hanno lasciato solo, non mi hanno tradito. Questo, almeno, è stato bello».
Che la forza sia con voi!

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lunedì 25 gennaio 2010

CHE DOMENICA!



Bella, bella domenica quella appena trascora (e magari fossero tutte così)... A San Siro grandissima lezione di calcio. Non c'è storia che tenga: Mourinho sarà pure straffottente, ironico, antipatico (ieri sera a Massimo De Luca che gli chiedeva: "è permaloso?", lui ha risposto semplicemente "sì"), con quella faccia un pò così (e i lettori veneziani immagino sappiano cos aintendo) ma è in assoluto il miglior allenatore del mondo. Restare per 72' in 10 e riuscire comunque a vincere (benché il Milan sia stato molto sotto tono) significa avere gli...zebedei. Ed è semplicemente incredibile il Marco Matrix Matterazzi che, per festeggiare e ricordandosi che è carnevale, indossa la maschera di Berlusconi. Grande! Chissà cosa avrà detto, da lassù, il buon Peppino Prisco....

Ma è stata una bella domenica anche per quel che è accaduto in Puglia e a Venezia. Dunque il popolo delle primarie nel Salento ha scelto: il candidato sarà il governatore uscente Vendola che ha (pesantemente) sconfitto Boccia (per'altro già battuto 5 anni fa). Oggi Massimo D' Alema (da molti considerato il principale sostenitore dell'ex margheritino Boccia) ha ammesso al Corriere: "probabilmente non ho capito cosa stava accadendo in Puglia"). Credo che quando una classe dirigente sbaglia clamorosamente scelta indicando un candidato che dimostra di non avere il gradimento anticipato degli elettori, significa semplicemente che ha perso totalmente la percezione della realtà. Ora l'UDC comunica che, in Puglia, si alleerà col centrodestra. E anche su questo una riflessione è d'obbligo: il PD chieda, come prerequisito prima di ragionare sulle alleanze, ai partiti con cui vuole fare un percorso elettorale/amministrativo congiunto il rispetto di questo metodo di individuazione dei candidati (metodo che a me, comunque, continua a non piacere).

A Venezia invece l'avversario di Renato Brunetta sarà Giorgio Orsoni che batte (piuttosto nettamente) Gianfranco Bettin e Laura Fincato. In questo caso il PD aveva mostrato di interpretare bene il pensiero di militanti e simpatizzanti indicandolo fin da subito come proprio candidato. Orsoni è persona moderata, dotato di grande intelligenza politica. Il suo difetto? Non è particolarmente conosciuto ma ci sono 2 mesi di campagna elettorale per recuperare questo gap.

In Veneto (ed è l'altra buona notizia) il PD fa la scelta giusta indicando in Giuseppe Bortolussi lo sfidante di Zaia. Bortolussi è l'uomo giusto: dotato di grande onestà intellettuale, profondo conoscitore del mondo delle piccole e piccolissime imprese, con idee chiare su molti dei temi veri e autentici che interesseranno la nostra Regione nei prossimi anni. E se Galan (come credo) certamente non si spenderà moltissim0 per il Ministro dell'Agricoltura vuoi vedere che....

E se anche stavolta, invece, sarà debacle elettorale a noi che c'importa? Abbiamo pur sempre Josè Mourinho....



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giovedì 21 gennaio 2010

W LA S(Q)UOLA????

Un mio insegnante di lettere, al Liceo, esortava chi non aveva particolare amore per l'italiano (cosa non scandalosa giacché si era in un Liceo Scientifico) sostenendo che il "saper scrivere" nella liungua madre era utilissimo non foss'altro che per saper compilare un curriculum vitae...
All'Università ricordo ancora come alcuni docenti si rammaricavano perché, di fatto, l'unica "prova scritta" cui erano tenuti gli studenti di Lettere era la tesi di laurea così che spesso ci si trovava di fronte ad aspiranti insegnanti che non andavano particolarmente d'accordo con la materia che sarebbero stati chiamati ad impartire alle nuove generazioni.
Ora questo grido d'allarme è ripetuto sempre più spesso. A partire dall'Accademia della Crusca per finire proprio con i più importanti atenei italiani che, per correre ai ripari, impongono alle matricole test di conoscenza dell'italiano. Oggi apprendiamo che, con un emendamento al disegno di legge sul lavoro collegato alla Finanziaria, di fatto già a 15 anni si può interrompere gli studi preferendo il lavoro al completamento della scuola dell'obbligo (innalzata, come si sa, a 16 anni).
Mi pare una grandissima sciocchezza. Non solo a me. Ma ad esempio all'ex ministro Beppe Fioroni che oggi a Repubblica dichiara L'Italia è un paese che ancora ha pochi laureati e il 40% di coloro che hanno un basso livello di istruzione - il diploma di terza media per intenderci - resta più a lungo senza lavoro e, spesso (aggiungo io) poi ha molte più difficoltà di ricollocarsi in caso di prematura cessazione del rapporto lavorativo in atto. Nè mi pare bastevole la "giustificazione" che il ministro Sacconi ("il 5,4% dei ragazzi tra i 14 e 16 anni né studia né lavora" ha dichiarato a Il Sole24ore) ha adotto per spiegare l'utilità dell'emendamento: se anziché Tremonti, infatti, a decidere le politiche scolastiche in questo Paese fosse il vero ministro della pubblica istruzione si potrebbe/dovrebbe, anziché tagliare e tagliare, investire nella scuola per individuare percorsi alternativi (che uniscano il sapere pratico con l'istruzione) da offrire a quanti non hanno voglia di studiare. Perché se è lecito che un adolescente non abbia amore per lo studio e per i libri, è una insipienza che i grandi non si preoccupino del suo futuro. Che non è nell'oggi per oggi ma in tutta la vita.
Che la forza sia con voi!


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mercoledì 20 gennaio 2010

IMBARAZZANTE

Da Il Corriere della Sera (a firma di Mario Gerevini)


Marino e la nomina a Bologna saltata per le primarie

L’attività di chirurgo di Ignazio Marino sarebbe stata ostacolata quando decise di candidarsi alla segreteria del Partito democratico in concorrenza con Pierluigi Bersani e Dario Franceschini. È quanto emerge da alcune intercettazioni telefoniche di un'inchiesta giudiziaria calabrese su tutt'altri temi. Alcuni dirigenti del Servizio sanitario regionale dell'Emilia Romagna avrebbero montato un’azione di boicottaggio ai danni del senatore Pd, chirurgo notissimo, uno dei maestri del trapianto di fegato. L'obiettivo (raggiunto) era sbarrargli le porte del S.Orsola-Malpighi, policlinico universitario nel cuore di Bologna con un reparto all’avanguardia nei trapianti di fegato. Con il S.Orsola, struttura pubblica, il medico aveva già raggiunto un’intesa. «Marino arriva al S.Orsola», titolavano i giornali bolognesi a fine aprile 2009. E c’era l’ok dell’assessore regionale alla Sanità, Giovanni Bissoni (Pd). Poi, a luglio, la candidatura alle primarie del Pd. A quel punto che cosa succede?
Lo raccontano le intercettazioni captate in un’inchiesta mille chilometri più a sud. Il pm Pierpaolo Bruni della Procura di Crotone indagando su presunti illeciti nella realizzazione di due centrali termoelettriche incappa nelle conversazioni «bolognesi», ritenute potenzialmente «apprezzabili» sotto il profilo penale. Dunque potrebbe essere aperta un’inchiesta specifica. «Le conversazioni mettono in risalto — scrive la procura crotonese — le azioni ostruzionistiche che alcuni dirigenti dell’Azienda sanitaria di Bologna avrebbero posto in essere nei confronti del senatore Ignazio Marino, candidato alle primarie del Pd. In particolare non gli sarebbero stati perfezionati i contratti che lo avrebbero legato, quale chirurgo, al policlinico S. Orsola di Bologna, per essersi contrapposto all’onorevole Luigi Bersani nella corsa all’elezione di segretario del Pd». Il telefono intercettato è quello di Giuseppe Carchivi, commercialista originario di Crotone ma con studio in provincia di Siena. È un professionista molto quotato e con relazioni politiche ad alto livello. Il 25 agosto lo chiama un «professore » (omettiamo il nome) chirurgo al S.Orsola.
GIUSEPPE CARCHIVI: «Io penso che sia rimasto molto male (Marino, ndr) per la questione di Bologna»
PROFESSORE: «Sì, bè, non è che poi han detto no ...L’han rimandata, capito? Però sono quei rinvii ... Lui c’è poco da fare, s’è schierato da un’altra parte di dove stanno questi». La mattina del 20 agosto 2009 e in altre occasioni il commercialista riceve telefonate da un numero interno del S. Orsola. È un altro medico amico (identificato negli atti), sempre chirurgo del policlinico, a stretto contatto con l’équipe del professor Antonio Daniele Pinna direttore della chirurgia dei trapianti di fegato e multiorgano, quella dove Ignazio Marino avrebbe dovuto operare. CHIRURGO (C): «... Ti volevo raccontare una cosa, successa la settimana scorsa ... dopo lo schieramento politico di Marino ».
GIUSEPPE (G): «Eh Eh».
C: «Hanno fatto il volta faccia (...) in sostanza i vertici regionali, che come tu sai si sono schierati con Bersani, e quindi Marino non è più gradito qua ... il mio direttore generale Cavina (Augusto Cavina dg del S.Orsola, ndr) lo ha chiamato dicendogli "sa...abbiamo difficoltà di sala operatoria, problemi di consiglio di facoltà, sa che c’è un centrodestra molto forte a Bologna", pensa che cazzate che gli ha raccontato ... io l’ho ascoltata la telefonata: insomma, conclusione, gli ha detto che al momento non se ne fa niente. E lui (Marino, ndr) m’ha detto: "ma allora adesso come faccio, io ho i miei pazienti da operare...". Insomma lui è rimasto a piedi, non ha una sala operatoria, con i pazienti da operare. Allora mi ha detto: "Mi devi aiutare a trovare un’altra soluzione". Io che cazzo di soluzione gli trovo, Giuseppe? Dove lo faccio operare, a casa mia? Non so come aiutarlo perché, capisci, ha fatto una scelta politica che lo ha messo in una certa luce con l’entourage di questa zona».
G: «Che tristezza».
C: «Eh, che tristezza, lo so però così è andata la storia. Ti ripeto, in realtà ufficialmente non è mai stato detto questo. Ufficialmente è stato detto che abbiamo problemi di sala operatoria, che le sale operatorie sono troppo piene che ... insomma tutte cazzate, ovviamente, tutte minchiate ...». G: «A Siena potrei aiutarlo, ma Siena è come Bologna ... E Pinna (direttore reparto trapianti, ndr), che dice?».
C: «Pinna ha detto che (Marino, ndr) ha fatto una mossa che gli ha tagliato le gambe, Bissoni (assessore regionale alla Sanità, ndr) era favorevolissimo all’operazione ».
G: «Ma come si può nella sanità italiana andare avanti?»
C: «Però è così, Giuseppe ... questo è uno che, si potrà dire tutto, ma sicuramente il fegato lo sa trattare. Oh, e questi lo tagliano perché, capito?, per fare le vendette trasversali. (...) È un’assurdità che un chirurgo di quella portata non abbia una sala operatoria ... che c’ha i malati che aspettano... Marino aveva in mano un contratto che doveva solo essere controfirmato. E si è fermato tutto».
G: «E se lo controfirmasse?»
C: «Marino me l’ha detto: se devo venire al S.Orsola che c’è una guerra nei miei confronti ... io mi troverò un altro posto ...Tra l’altro non chiedeva manco un cazzo di soldi: s’era fatto un contratto da 1.500 euro... tu calcola che ogni ritenzione epatica che faceva Marino, il S. Orsola intascava 25.000 euro e gliene dava 1.500...» (...)
G: «Renditi conto che qui siamo al paradosso ... andare ad aiutare il Presidente della commissione d’inchiesta (sulla sanità pubblica, ndr), uno dei migliori chirurghi al mondo, a trovare una sala operatoria. (...) Io ne parlo con Ignazio, sarei per fare una rivoluzione ... questo è uno scandalo nazionale».
Che la forza sia con voi!

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venerdì 15 gennaio 2010

TESTIMONIANZA

Dal blog di don Giorgio de Capitani:

Io prete sposato, iscritto a Rifondazione.
Quando arriva la malattia…
7 gennaio 2010
di Gianni Russotto
Mi presento. Ho 69 anni e vivo a Genova. Sono iscritto alla mailing list di “Noi siamo Chiesa”. Sono un prete sposato. Ordinato nel ‘68, stanco di una Chiesa che predicava bene, ma non ti lasciava libero di vivere secondo i dettami del Concilio Vaticano II. Stufo di una società borghese e capitalista, partii per il Cile, in un quartiere molto povero.
Ci vissi 11 anni: 5 anni come parroco e 6 anni come operaio, sposato ad una cilena, da cui ho avuto 2 figli. Rientrai in Italia nell’87 per far conoscere la mia nuova famiglia ai miei genitori. Scoprii che mio padre aveva l’Alzheimer. Era molto anziano, gli davano poco tempo di vita. Decidemmo restargli accanto il più possibile, finché, scaduti i biglietti di ritorno in Cile, ci trovammo costretti a restare in Italia. Vissi per mesi come strabico: il mio corpo in Italia, il mio spirito tra i poveri dell’altro continente.
Attualmente ed in breve. Faccio parte di una comunità cristiana nel mio quartiere (da 22 anni!), pur partecipando all’Eucaristia domenicale nella parrocchia di don Paolo Farinella. Sono iscritto a Rifondazione Comunista dalla sua nascita: mi pareva l’unico partito anticapitalista e alternativo, non altalenante. Ho collaborato a far nascere nel 2002 un Comitato per la Pace “Rachel Corrie, Valpolcevera”, svolgendo varie attività di sensibilizzazione, tra cui tre marce per la pace da Isola del Cantone (paese della mia prima esperienza parrocchiale) a Genova Centro.Mi ha profondamente colpito e commosso la testimonianza di don Sandro Artioli, prete fedele alla propria vocazione di seguace di Gesù. Chiarissimo… Mi lascia tuttavia addolorato la sua attuale sofferenza a causa della malattia.
Dice: “Oggi i poveri stanno aumentando, sono oltre 1 milione: ogni giorno muoiono 30 mila bambini senza cibo e senza casa. Se io non avessi la tragedia della mia testa, senza memoria e molto dolorante, mi dedicherei a questi poveri del mondo, dando loro quello che posso”. Non vorrei apparire retorico, ma Sandro Artioli non ha bisogno di “dedicarsi ai poveri del mondo”. Ne è già parte a pieno titolo: è quello che ha fatto Gesù, facendosi povero tra gli ultimi e condividendo la sua vita tra essi e con essi.
Lo sento sincero quando scrive che “fin da bambino, e poi nel seminario, io ho capito che Gesù proponeva di mettersi in basso e aiutare i poveri e i massacrati”. E ha realizzato la sequela di Gesù dal momento che confessa che ha “fatto 27 anni di lavoro molto pesante perché, spinto dal mio Gesù, volevo affiancarmi agli operai più massacrati. Ho subito cinque infortuni (schiena, due braccia, ginocchio, mano)”.
Non solo. Dopo tanti anni che ha vissuto da povero tra i poveri, adesso ha una sofferenza in più: la malattia. Ed é più simile a tanti poveri che soffrono per malattie causate dalla loro situazione di povertà.
Un anno fa, quando scoprii d’avere un tumore al colon, ne ero stranamente contento: finalmente anch’io potevo partecipare delle sofferenze di tanti ammalati. Affrontai l’intervento chirurgico con gran serenità, affidandomi ai medici come al Padre stesso, il quale credo che non fa miracoli, ma che agisce attraverso gli uomini (questi sono i suoi angeli!). Fu allora che mi venne spontaneo correggere le parole bibliche di Giobbe, che mi parvero come una bestemmia, anche se involontaria: “Dio dà, Dio toglie: sia lodato il Signore”. No, mi dissi: Dio è amore quindi sempre dà, mai toglie. Chi ci toglie vita o ce la diminuisce è l’inevitabile limite umano, come nel caso di una malattia, o di un incidente; oppure, molto spesso, la cattiveria degli umani, come nel caso dei milioni di persone impoverite dal nostro ingiusto sistema di vita, contro il quale spesso ci scagliamo solo a parole, mai con uno stile di vita più essenziale e meno consumista.
In conclusione: mi tolsero un pezzo di colon, passai in ospedale 15 giorni senza mai una linea di febbre. Ho fatto la chemioterapia: accettai una forma sperimentale e intensiva di soli 3 mesi. Mi risparmiarono l’ultimo ciclo a causa di una forte infiammazione alle mucose orali e intestinali che mi impedivano di assimilare cibo. Persi rapidamente 12 kg di peso e fui obbligato a ricoverarmi nuovamente… Ad agosto ero al Campo Famiglie con la mia Comunità Cristiana. A settembre ero sui monti a camminare. In 4 giorni percorsi più di 60 chilometri attorno al Monviso: erano la migliore prova della mia ripresa. Da allora ho fatto altri due controlli con esami medici: pare che tutto sia tornato alla normalità.
Certo: di questo ringrazio il Padre. Ma lo faccio con grande delicatezza e timidezza: perché io sono salvo e Michele, un amico di 48 anni, è morto la vigilia di Natale per un tumore? Perché io sto bene e don Sandro continua a soffrire? È un mistero insondabile. Forse, per la Comunione dei Santi che ci lega, devo ringraziare anche don Sandro e le sue sofferenze se io e tanti altri stiamo meglio di salute! Forse, proprio per la stessa Comunione che ci lega, io dovrò continuare a fare quello che don Sandro vorrebbe fare, ma non può: lavorare e lottare per un mondo più fraterno ed Umano…
Insomma, io ringrazio e prometto di averlo sempre presente in spirito e di agire anche in suo nome… che è anche il nome di Gesù, povero e sofferente.
Che la forza sia con voi

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lunedì 11 gennaio 2010

MADRI

Da Il Corriere della Sera

di Isabella Bossi Fedrigotti


Ammalarsi, non curarsi per paura di perdere il lavoro, morire: succedeva nei romanzi di Dickens ma, naturalmente, anche nella vita, però cento, duecento anni fa. Destini di altre epoche, buoni per i romanzi, appunto? Purtroppo no, capita ancora, nuovo sintomo di quanto i tempi per certi versi stiano facendo lenta ma sicura retromarcia.
È successo che la mamma di una bambina di cinque anni sia morta per non perdere il posto nella cooperativa di pulizia per la quale lavorava. Pur sofferente da giorni, non aveva voluto andare dal medico essendo convinta — a torto o a ragione non si sa — di non potersi permettere neppure un giorno di malattia. E allora— avrà pensato probabilmente — tanto valeva non farsi neanche vedere dal dottore, visto che non avrebbe comunque potuto seguirne i consigli e le terapie. È morta ieri e sua figlia l’ha vegliata per ore, in solitudine. Il fatto che fosse straniera, di origine marocchina — condizione non tanto felice di questi tempi in Italia— forse ha contribuito a renderla insicura, smarrita, terrorizzata, anzi, e forse ha contribuito anche il fatto che suo marito l’avesse lasciata sei anni fa, convinto che fosse sterile, abbandonandola nella totale miseria, e con una bambina, paradossalmente nata pochi mesi dopo la separazione.
È successo non in qualche sfortunata contrada arretrata e depressa ma nell’Italia più avanzata in fatto di assistenza ai cittadini — in provincia di Mantova, cioè — dove in effetti la sfortunata donna era stata aiutata e seguita con diligenza. Ma un buco nella rete, anche nella migliore delle reti, c’è sempre e attraverso quel buco, allargato forse dal fatto che era il fine settimana, è precipitata Fathia.
Che difficile combattimento deve essere stata la sua vita, nella solitudine e nella paura, e che amara sconfitta è per tutti quanti la sua morte. Nei libri di Dickens le storie come le sue facevano piangere, ma ci si consolava pensando che si trattava appunto soltanto di romanzi. Consolazione che in questo caso non ci viene concessa perché la vicenda di Fathia è tristissima cronaca nera e vera.






Che la forza sia con voi

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lunedì 28 dicembre 2009

VERITA

Si chiamano Pierluigi di Piazza, Franco Saccavini, Mario Vatta, Alberto De Nadai, Andrea Bellavite, Giacomo Tolot, Piergiorgio Rigolo, Luigi Fontanot e Albino Bizzotto. Spesso sono stati liquidati con l'epiteto di "preti di frontiera" per via di qualche (forse anche qualcosa di più di qualche...) idea non propriamente vicina alla posizione "ufficiale" della Chiesa. Nei giorni scorsi hanno sottoscritto e diffuso una lettera - appello.

Mi limito a proporvela....

Il dio in cui non crediamo

Non crediamo in un Dio lontano, giudice freddo delle debolezze umane, indifferente ai drammi e alle speranze della storia.

Non crediamo in un Dio che giustifica l’esaltazione della proprietà privata, del capitalismo, dell’accumulo del denaro e dei beni.
Non crediamo in un Dio che suggerisce, alimenta e conferma l’i nimicizia fra persone e popoli; che quindi legittima la costruzione e la vendita delle armi, le guerre, le ronde, il reato di immigrazione irregolare, i vigili urbani armati, il potere salvifico delle telecamere.
Non crediamo in un Dio onnipotente quando con questo concetto si vuole intendere il più potente dei potenti di questo mondo; che si trova alla sommità delle gerarchie e dell’autoritarismo, che esige onori e privilegi e così conferma autoritarismi, onori e privilegi, da parte delle autorità della società, della politica, delle diverse religioni, della Chiesa.
Non crediamo in un Dio che umilia, che castiga, che alimenta i ricatti e i sensi di colpa delle persone.
Non crediamo in un Dio che si incontra solo o di preferenza nelle Chiese, nelle verità dogmatiche, nei simboli religiosi.
Non crediamo nel Dio delle grandi occasioni religiose, come il Natale, quando sono concepite come ingrediente del materialismo, del consumismo, della superficialità, di una religione che non coinvolge nella storia.
Non crediamo in un Dio bianco, occidentale, friulano – giuliano, neppure “cristiano” quando la sua presenza è pretesa per fondare e legittimare le discriminazioni; la xenofobia, il razzismo; per alimentare paure e sospetti; chiusure etniche, localistiche, identitarie; il culto di quella tradizione che trasforma la libertà evangelica in ossequio al conformismo.

Che la forza sia con voi!



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mercoledì 16 dicembre 2009

LIBERTA

Da Micromega (a sua volta tratto da Adista):

Sul testamento biologico le sensibilità all’interno del mondo cattolico sono molto più articolate e plurali di quanto la “non negoziabile” posizione dei vertici della Chiesa italiana possa far intendere. Lo ha testimoniato, fra le altre cose, l’appello sottoscritto da 41 preti in occasione della discussione in Senato della legge ora approdata alla Camera.In Germania è stata la stessa Chiesa cattolica a promuovere la compilazione di un testamento – le “Disposizioni del paziente cristiano” già sottoscritte da 3 milioni di fedeli – che con l’entrata in vigore della nuova legge, lo scorso 1 settembre, assume a tutti gli effetti valore legale.D’altra parte, nonostante il sistema mediatico-politico tenda a dare voce solo alle posizioni del papa e dei vertici della Cei, tra i cristiani italiani non ci sono solo i cattolici. E le posizioni delle altre Chiese presenti in Italia non sempre coincidono con quelle della Chiesa di Roma, anche sulle problematiche più direttamente connesse al dibattito politico contingente.È il caso ad esempio delle questioni del “fine-vita”. Lo scorso 21 febbraio a Piazza Farnese a Roma, alla manifestazione contro il disegno di legge Calabrò che il Senato stava approvando in quei giorni, c’era anche Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia. “Sono qui per oppormi con voi all’eutanasia attiva perpetrata nei confronti della già comatosa laicità del nostro Paese”, aveva dichiarato Garrone dal palco. “Sono qui per reagire contro il tentativo di ridurre la Repubblica ad una provincia papalina. Sono qui come credente” che vive “questa battaglia di libertà e di umanità a testa alta, davanti a Dio, nella libertà che mi ha donato e nella responsabilità a cui mi ha chiamato, fidandomi di Lui. Tutto quello che dico, nessuna parola esclusa, in questo ‘comizio’, lo vivo e lo dico anche in preghiera, nella riconoscenza per tutto ciò che mi è stato donato, con la volontà, però, di non idolatrare la mia vita; e nella speranza che ‘ciò che è mortale sia assorbito dalla vita’ [2Cor 5,4]”.Già nel 2007 il Sinodo della Chiesa Valdese aveva approvato un ordine del giorno in cui si affermava che “la cura del malato, in ogni suo aspetto, deve sempre presupporre il suo consenso”. Nessuno, “neppure i parenti”, dovrebbe essere dunque “abilitato a esprimere la volontà del paziente in vece sua”. “È principio di civiltà”, si leggeva ancora nell’ordine del giorno, “dare voce, attraverso una legge, alle scelte della persona compiute con coscienza e volontà e in previsione di una futura incapacità nell’esprimere validamente il suo pensiero”.Ora la Chiesa valdese di Milano ha deciso di conferire ancor più concretezza a questa presa di posizione organizzando un registro delle “Direttive anticipate per i trattamenti sanitari”. L’iniziativa, la prima in Italia promossa da una Chiesa, è aperta a tutti i cittadini. “Ci saranno un notaio”, ha spiegato il pastore valdese di Milano Giuseppe Platone, “i testimoni necessari, tutte le formule per rendere giuridicamente valido un atto privato. E chi vorrà potrà, finalmente, lasciare le proprie indicazioni sulle cure che vuole o non vuole gli siano praticate nel caso in cui, un giorno, non potesse esprimere la sua volontà”.Alla conferenza stampa di presentazione, svoltasi a Milano lo scorso 2 dicembre, è intervenuto anche Beppino Englaro: “È un’idea apprezzabile - ha affermato - soprattutto perché proviene da cristiani laici che si sono coraggiosamente impegnati per una battaglia per la libertà e i diritti fondamentali delle persone. Spero che questa iniziativa sia di stimolo alle autorità pubbliche per fare in modo che la futura legge sul testamento biologico sia davvero costituzionale”.Il formulario del “testamento valdese” prevede la possibilità di rifiutare alimentazione e idratazione artificiali, proprio ciò che sarebbe impedito nel caso in cui la legge già licenziata dal Senato fosse approvata senza emendamenti anche dalla Camera dei deputati. Il modulo si conclude con una parte concernente le “Disposizioni dopo la morte”, dove è possibile indicare se si desidera o meno “un funerale religioso secondo la confessione di fede” professata dall’autore del testamento.
Che la forza sia con voi!

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mercoledì 9 dicembre 2009

ECCLESIA

Non conosco Dionigi Tettamanzi, l'Arcivescovo di Milano successore di Carlo Maria Martini. L'ho ascoltato un paio di volte ed ho letto alcune cose da lui scritte. Beh...francamente definirlo cattocomunista mi pare davvero troppo. C'è un Ministro della Repubblica che sul Cardinale di Milano ha le idee chiare: ultimo baluardo del cattocomunismo (La Repubblica); anche Tettamanzi fa parte dell'opposizione (Affariitaliani.it); Tettamanzi con il suo territorio non c'entra proprio nulla. Sarebbe come mettere un prete mafioso in Sicilia (Apcom). Cosa ha scatenato simili reprimende? In occasione della Festa di Sant'Ambrogio, il Cardinale ha pronunciato un discorso alla città (il testo integrale in http://static.repubblica.it/milano/tettamanzi.pdf ) in cui questo "sovversivo" (mi perdoni Eminenza) dice cose rivoluzionarie come guardare agli immigrati non solo come individui, più o meno bisognosi, o come categorie oggetto di giudizi negativi inappellabili, ma innanzitutto come persone e dunque portatori di diritti e di doveri. E ancora: ... dialogare con gli immigrati significa entrare in contatto con la loro cultura (...) perché essi a loro volta conoscano la nostra cultura.
Non c'è che dire: come minimo un discorso marxista! Che poi queste critiche pesantissime (cui - e per chi mastica un poco di gerachie vaticane, non è poco - ha subito risposto, ad esempio, il Segretario di Stato Bertone) siano rivolte da un Ministro che appartiene a quel movimento che è diventato paladino del Crocefisso.... ma mi faccia il piacere direbbe Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis Di Bisanzio Gagliardi in arte Totò.
Ho conosciuto (ai tempi dell'Azione Cattolica) invece Dino Boffo, l'ex direttore di quell'altra testata sovversiva che si chiama Avvenire. Boffo si è dimesso perché Il Giornale diretto da Vittorio Feltri ha pubblicato la notizia di una sentenza (vado a memoria) per molestie (afferenti nientepopodimenoche al tema della omosessualità). Bene! Oggi Feltri scrive (la notizia è riportata da Il Corriere della Sera) che l'ex direttore non risulta implicato in vicende omosessuali, tanto meno si parla di omosessuale attenzionato. Questa è la verità. Oggi Boffo sarebbe ancora al vertice di Avvenire». «Personalmente - spiega Feltri - non mi sarei occupato di Dino Boffo, giornalista prestigioso e apprezzato, se non mi fosse stata consegnata da un informatore attendibile, direi insospettabile, la fotocopia del casellario giudiziario che recava la condanna del direttore a una contravvenzione per molestie telefoniche. Insieme, un secondo documento (una nota) che riassumeva le motivazioni della condanna. La ricostruzione dei fatti descritti nella nota, oggi posso dire, non corrisponde al contenuto degli atti processuali.
Non male vero?
Che la forza sia con voi (la forza perché a me gli zebedei cominciano un pochino a girare)!

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QUARANT'ANNI DOPO....

Alle 16,37 del 12 dicembre 1969, all'interno della Banca Nazionale dell'Agricoltura, a Piazza Fontana a Milano, scoppia una bomba: morirono 17 persone e 88 furono i feriti.
Gra i sopravvissuti Giacomo Ferrari, allora impiegato della banca ed oggi giornalista de Il Corriere. Questa la sua testimonianza:
«La caldaia... È scoppiata la caldaia». All’inizio nessu­no ha pensato a una bom­ba. Il botto era stato assor­dante. Nel piccolo ufficio nel quale lavora­vo, immediatamente a ridosso del salone dove era stato collocato l’ordigno, la pri­ma reazione fu di sorpresa. Poi, le urla dei feriti, l’arrivo delle ambulanze, il caos, il panico. Piazza Fontana, Milano, venerdì 12 dicembre 1969: un luogo e una data passati alla storia. Mi riesce difficile scri­vere in prima persona. Non mi piace. Que­sta è la prima volta che lo faccio. E non è una questione di forma: un giornalista do­vrebbe sempre stare fuori da ciò che rac­conta. Distaccato, mai «tifoso». Anche nel linguaggio.
Questa volta però è diverso. Questa volta l'invito a raccontare quel giorno sporco di sangue arriva a qua­rant’anni dalla strage che ha segnato la storia recente d’Italia. Data l’eccezionali­tà, ho superato ogni ritrosia. E il lettore mi perdonerà la lunga introduzione. Ne­cessaria però a spiegare che cosa ci faces­se un futuro giornalista del Corriere all’in­terno della banca, in piazza Fontana, nel giorno della bomba. Veniamo dunque a quel venerdì pome­riggio. Una giornata fredda e nebbiosa, ma anche vigilia di weekend e quindi in qualche modo gioiosa. Soprattutto per me che, oggi lo posso dire, vivevo l’allora condizione di impiegato bancario come una specie di incubo. Interrotto fortunata­mente dal fine settimana, due giorni in cui potevo tornare a occuparmi d’altro. Quello del bancario non era il mestiere dei miei sogni. Da giovane matricola di Scienze Politiche all’Università di Pavia (il «papiro», il lasciapassare per circolare in­disturbato nella cittadella universitaria, mi era stato rilasciato da Carlo Rossella, capo della goliardia, per due stecche di Marlboro) avevo incominciato a frequen­tare la redazione della Provincia Pavese. Un giorno, però, arrivò inattesa la de­nuncia di «abusivismo» (poi archiviata) da parte del sindacato dei giornalisti. Fu così che nel giro di un mese, grazie al fat­to di essere orfano di un bancario (mio pa­dre aveva diretto la piccola filiale di Riva­nazzano della Banca nazionale dell’agricol­tura) mi ritrovai dipendente della stessa banca. A Milano, sede di piazza Fontana.
Per mia fortuna non dovetti occuparmi di cambiali e assegni. Assegnato all’uffi­cio titoli, quell’esperienza mi tornò utile quando, anni dopo, riuscii a coronare il sogno di entrare in un giornale. Pratican­te a Il Mondo , poi a Torino alla Gazzetta del Popolo , due anni al Sole 24 ore , poi an­cora al Mondo e, dal 1986, al Corriere. Sempre a occuparmi di economia. Dunque, il pomeriggio del 12 dicembre 1969 sono al lavoro all’ufficio titoli. Tra una pratica e l’altra arriva l’ora della pau­sa caffè. Il mio dirimpettaio di scrivania, Mario Begnini, una successiva carriera in Banca Intesa, si sta sbracciando per invi­tarmi a chiudere in fretta una telefonata e andare con lui al distributore automatico. Che, rispetto alla nostra postazione, si tro­vava esattamente dall’altro lato del salo­ne. Era un’abitudine, una specie di rito che si ripeteva ogni giorno più o meno al­la stessa ora. Il colloquio telefonico, però, va per le lunghe. Più del previsto. Final­mente i saluti. Nello stesso istante in cui riaggancio la cornetta del telefono, il bot­to. Con i muri che tremano, i mobili che si spostano come quando c’è un terremoto. Una porta, poco utilizzata, in cima a una scala secondaria che conduce al caveau sotterraneo, si stacca insieme con gli stipi­ti e colpisce un collega, fortunatamente senza conseguenze. La vetrata che dà in piazza Fontana va in frantumi. Si pensa subito allo scoppio della calda­ia. Ma c’è anche chi avanza l’ipotesi della bomba. L’attiguo salone circolare, intan­to, sembra un campo di battaglia. Quel sa­lone ancora pieno di gente nonostante la chiusura degli sportelli, che avrei dovuto attraversare con il mio amico per il rito del caffè. La lunga telefonata, proprio co­me in un vecchio spot televisivo, mi ha salvato la vita.
Ricordo la sequenza degli eventi nei primi minuti dopo lo scoppio. Al di là del bancone, persone che si lamen­tano, corpi già senza vita, gli impiegati che cercano di offrire i primi soccorsi. Un collega pensa all’unica ragazza dell’uffi­cio, Franca, segretaria del direttore: vuole risparmiarle la vista di quello scempio, le copre il viso con la giacca mentre l’accom­pagna fuori. Su una scrivania, in mezzo al­le pratiche sparse e impolverate, vedo una scarpa. Scoprirò poco dopo con racca­priccio che conteneva un piede. I miei ricordi si fermano qui. Riconosco di avere avuto paura e di non essermi da­to da fare come altri colleghi nell’opera di soccorso dei feriti. Uscito all’esterno per scuotermi con un cognac al bar di via San­ta Tecla, vengo colto dal rimorso e cerco di rientrare. Troppo tardi. La Polizia e i pompieri avevano già transennato tutto.
A distanza di 40 anni ancora nulla si sa di chi siano stati i veri mandanti dell'attentato che avviò quella che in seguito sarà chiamata la strategia della tensione.
E però un buon punto di partenza sono due libri.
Il primo, La strage (edito da Feltrinelli), è scritto da Gianfranco Bettin e Maurizio Dianese: libro importante, accurato, ricchissimo di notizie (c'è anche una pagina che riguarda una nota villa di Mira che, secondo i due autori, svolge un ruolo non secondario).
Il secondo, Piombo rosso (edito da Baldini & Castoldi) , di Giorgio Galli: una accurata ricostruzione del terrorismo dalla sua nascita ai giorni nostri.
Questa è invece parte della dichiarazione resa dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano:
Mi chiedo se in altri paesi fatti come quelli vissuti in Italia tra la fine degli anni '60 e gli anni '80, quelli del terrorismo prima subdolo e poi ideologicamente dichiarato, si siano verificati. Credo si possa dire che molti paesi abbiano consolidato la loro democrazia passando attraverso drammi simili. Si puo' dire anche per gli Stati Uniti, dove c'e' stato l'assassinio del presidente e ancora non tutte le ombre su quel delitto sono state dissipate.
Ma nulla di tutto cio' puo' togliere a noi la drammaticita' della ferita inferta dal terrorismo, che ha lasciato interrogativi angosciosi e una lezione da seguire per evitare i fatti di cui voi conservate i segni della sofferenza
.
Che la forza sia con voi!

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