martedì 28 ottobre 2008

ARRIVA


Ho conosciuto Peter e la sua famiglia molti, moltissimi anni fa. In una circostanza in cui quel ragazzo alto, con la barba irsuta, era sembrato - a me e ai miei amici - una specie di angelo. Faceva freddo quel giorno di inizio agosto vicino al Pelmo. Freddo ed un cielo nuvoloso da cui, ben presto, iniziò prima a piovere e poi a grandinare. Eravamo lungo un sentiero attrezzato, "ovviamente " (allora eravamo incoscienti) senza imbracatura, cordino, moschettoni. Preso dal panico uno di noi si blocca: non riesce più a proseguire. Ci proviamo in tutti i modi, nulla da fare. Quando, improvvisamente, arriva lui che si avvicina al nostro amico, lo rassicura e, prendendolo per mano, pian piano lo fa avanzare. Alla fine, dopo averlo ringraziato, e aver ricevuto i suoi sguardi carichi di riprovazione, ci invita a casa sua. Peter e Francesca vivono in un maso a quasi 1800 metri di altitudine, in cresta, in una posizione dove si domina una intera vallata. Vivono lì e, con gli anni, quel maso l'hanno trasformato in una casera. Non hanno televisione, non hanno computer. L'unico cordone ombelicale che li tiene legati al mondo è una radiotrasmittente. Un paio di volte la settimana scendono in paese e da lì comunicano, via mail, coi loro amici. Peter è un montanaro autentico, di quelli che parlano con gli occhi piuttosto che con la voce. Scalatore eccellentissimo, è un purista delle ascensioni montane: di quelle fatte usando chiodi, rinvii e corde solo là dove è strettamente necessario. Per il resto si arrampica a mani libere, "leggendo" la parete, scoprendovi fessure, appigli che ad un occhio, anche solo meno che attentissimo, sfuggono. Essere un tutt'uno con la montagna, appartenervi...

Stamani Peter mi ha scritto. Lo ha fatto per comunicarmi che, fra qualche giorno, lui e la moglie lasceranno l'alta quota e ritorneranno in paese perché sta arrivando. Cosa? La neve. Già stamani qualche fiocco è caduto da un cielo solo parzialmente greve di nubi. Ma da domani...E,dunque, sta arrivando anche per noi il momento di mettere al riparo le attrezzature estive e tirar fuori ciaspe e tuta. Ed un mezzo toscano (di quelli buoni) da fumarti in solitudine, circondato dal silenzio e dalla neve. E nuovi itinerari. E nuove mete da raggiungere. E nuovi sogni da realizzare. E chissà che, in uno di questi viaggi, non ci possa far compagnia Peter...

Che la forza sia con voi!



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giovedì 11 settembre 2008

CON OCCHI DI FANCIULLO

Come descrive il mondo un fanciullo? Innanzitutto con colori vivaci. E poi con illimitata fantasia. Ed ecco che, nel foglio bianco, compaiono di improvviso nuvole, uccelli, aerei. Ed in basso piccoli animali. Segno che i suoi occhi e la sua anima riescono a cogliere l'essenza della vita: sempre in bilico tra l'infinitamente grande, il cielo misterioso, e l'infinitamente piccolo.
Infinitamente grande ed infinitamente piccolo. In mezzo l'uomo con i suoi errori, le sue miserie ma anche pieno di quei gesti grandi che ti riconciliano col mondo. Due le notizie che mi hanno molto colpito nei giorni scorsi.
La prima riguarda una vicenda accaduta a Gerusalemme. Faceva freddo a Gerusalemme, quel venerdi sera di fine marzo di 4 anni fa. Eppure George Khoury decise, ugualmente di uscire di casa. Non lo preoccupavano le tensioni israelo - palestinesi. Come avrebbero potuto preoccupare lui che era figlio di un avvocato cristiano che da anni lotta contro l'occupazione israeliana dei territori palestinesi? Ed invece George quel venerdì sera non rientrò a casa, vittima di un attentato compiuto dalle Brigate Al Aqsa, braccio armato di Al Fatah. Il padre di George, Elias Khoury, ha impartito una lezione di civilità: ha infatti, a proprie spese, fatto tradurre in arabo e pubblicato Una storia di amore e di tenebra, la bellissima autobiografia (2005, edita da Feltrinelli) di Amos Oz, uno degli intellettuali più brillanti di Israele. Elias ha dedicato la traduzione proprio alla memoria del figlio assassinato la cui morte dimostra quanto poco teniamo in considerazione la vita umana. Il romanzo di Amos Oz dà valore alla vita, all' amore. È per questo che l' abbiamo scelto ha scritto.
La seconda, invece, si svolge molto più vicino a noi, a Padova. Per la precisione nella clinica universitaria di Cardiologia intitolata a Vincenzo Gallucci. Qui, nel reparto di rianimazione, è ricoverata una signora padovana, Giovanna, di 50 anni. Una infezione incurabile, purtroppo, la sta lentamente conducendo alla morte. Per evitarle qualunque tipo di sofferenza (elevatissima in questo tipo di patologia), i medici le hanno indotto un coma farmacologico. Ebbene: il 9 settembre l'hanno risvegliata, per pochi minuti. Perché? Perché il suo sogno era quello di sposarsi col compagno della sua vita, Enzo. E domenica, Giovanna ed Enzo si sono sposati. Incuranti delle condizioni di salute ma semplicemente desiderosi di dichiararsi l'un l'altra un amore così grande che supera anche le barriere della malattia e della morte.
Che la forza sia con voi e...A s'udëi!!




P.S. Grazie...grazie davvero alle decine di persone che oggi mi hanno telefonato, inviato messaggi e mail per congratularsi con me. Grazie a tutti voi, davvero. Perché non erano congratulazioni ritualistiche, tutt'altro. E a tutti chiedo di aiutarmi. E però permettetemi, io che sono un signor nessuno (anche se mettetevi d'accordo, please, lo sono politicamente o perché non avrei voti o entrambe le cose?) di togliermi una soddisfazione. Da La Nuova Venezia di oggi: onestamente il suo operato nel settore turismo e cultura non è stato negativo e in più di una occasione ne abbiamo apprezzato l'iniziativa. E che a dirlo sia un'esponente dell'opposizione....

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mercoledì 10 settembre 2008

DEL BOSONE ovvero: SPEREM BEN


La notizia è, almeno per me, difficile da spiegare. Sostanzialmente accade che oggi in un acceleratore di particelle realizzato all'interno dei laboratori del CERN di Ginevra, a 100 metri di profondità, fasci di particelle che corrono praticamente alla velocità della luce, si scontreranno tra loro. Da questo scontro scaturirà una impressionante energia ma, soprattutto, fisici e matematici sperano di poter individuare il bosone, la cosiddetta "particella di Dio". Ora non mi si chieda che diavolo è il bosone ma, non so a voi, a me questo nome è simpatico. Me lo immagino il bosone: piccolo, paffutello, sempre sorridente, compagnone, che non disdegna un buon bicchiere di vino magari con un mezzo toscano in bocca ed incline allo scherzo. Già, lo scherzo: sperem ben giacché ci sono alcuni scienziati ed avvocati (che c'entrino gli avvocati non lo so ma se discutono loro di bosone perché non dovrei farlo io?) i quali sostengono che da questo micidiale scontro potrebbe addirittura nascere un minuscolo buco nero che, in 50 (50!) mesi, addirittura causerebbe la distruzione della Terra! In realtà la sfida è affascinante: il bosone - da quel che ho capito ( e cioè poco ma mi verrebbe da chiamare il mio vecchio prof di fisica e dirgli che ho scritto un post sul bosone!) - altro non è che la particella elementare, il costituente fondamentale della materia, colui dal quale tutto è cominciato. Ovvie le implicazioni teoriche, pratiche, metafisiche di una simile scoperta. L'uomo che vedete in foto si chiama Stephen Hawking, insegna a Cambridge dalla cattedra che fu di Newton, ed è probabilmente il più grande fisico vivente. E' affetto da sclerosi laterale amiotrofica: non cammina, non parla ma è dotato di intelligenza straordinaria unita ad un grande umorismo (ha recitato in una puntata di Star Trek). Ebbene Hawking ha scommesso sul fallimento di questo esperimento (cui hanno partecipato molti scienziati italiani segno che se nel nostro Paese la ricerca scientifica fosse davvero sostenuta economicamente, saremmo imbattibili). Ma non per invidia. Anzi. Ma per una sfida intellettuale. Afferma infatti sarebbe più eccitante se non lo trovassimo il bosone; dimostrerebbe che c'é qualcosa di sbagliato nelle nostre idee e che dobbiamo pensare di più per trovare altre spiegazioni. E' questa la sfida della scienza: l'accettare di mettersi continuamente in discussione, di cambiare idee e opinioni quando se ne misura l'inconsistenza, di continuare a voler sondare i misteri dell'infinitamente grande così come quelli dell'infinitamente piccolo. Ma... come si saluta un bosone?
Che la forza sia con voi e...A s'udëi!!! (a tutti i bosoni del mondo).

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martedì 9 settembre 2008

DECISIONI



Quando devo prendere decisioni "importanti" per me, la mia vita, il mio futuro, sono solito staccare la spina e andarmene via. Sono convinto, infatti, che solo lasciando il proprio ambiente di appartenenza, sia possibile avere quel giusto distacco per poter scegliere. Così ho fatto in questo week end. Ho scelto una piccola località montana, in Trentino. Un posto davvero molto bello e suggestivo. Domenica, mentre peregrinavo alla ricerca di una chiesa ove si celebrasse la Messa in italiano (francamente a me 'sti tedeschi stan un pò sulle scatole...ma come è possibile, dopo cena, chiedere un capuccino anziché un espresso? boh...) mi sono imbattuto in questa specie di cappella che vedete in foto. Una cappella semplicissima, all'aperto dove la statua lignea della Madonna addolorata guardava le cime che sovrastavano il piccolo abitato. Posto ai suoi piedi un libro in rame recava, incisi, i nomi delle centinaia di alpinisti morti mentre ascendevano i monti circostanti. Sulla sinistra un sasso dove mano di bimbo ha disegnato un elicottero del soccorso alpino precipitato, coi suoi 3 occupanti, alcuni anni fa. In fondo, appoggiata alla parete, la fotografia di un uomo sorridente, biondo, con negli occhi quel lucicchio di sete d'avventura che accomuna tutti quelli che amano le montagne. Un nome, scritto in pennarello e due date: Karl Unterkircher 27 agosto 1970 - 15 luglio 2008. Facendomi violenza ho deciso di fotografare questo "monumeto ai caduti della montagna" non per curiosità o per un insano gusto del macabro. No. Semplicemente perché nel suo sito, la moglie scrive di lui una frase bellissima: Ognuno ha diritto di vivere la sua vita e quella di Karl era particolarmente intensa. Ecco: l'augurio che faccio per primo a me ma che estendo a tutti voi è davvero di vivere la propria vita.

Che la forza sia con voi e... A s'udëi!!!


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venerdì 5 settembre 2008

DIO E' CATTIVO?

Difficile scrivere oggi. Difficile farlo quando son passate poco più di 24 ore dalla notizia della morte di un nostro giovanissimo (20 anni) concittadino. Morire a 20 anni...morire mentre, magari, hai ancora negli occhi e nel cuore le risate, le battute, il calore di una serata trascorsa insieme agli amici. Già, morire a 20 anni. E allora, è ovvio, alzi gli occhi al cielo e maledici. E ti chiedi: perché?Come ha chiesto a me una giovanissima amica di quel ragazzo. E tu non sai rispondere. Perché le parole che vorresti dire già sai sono inutili di fronte al dramma di quegli adolescenti che, improvvisamente, capiscono che la vita, talvolta, sa essere davvero così dura e spietata. E dunque lasci che alle parole sia sostituito il silenzio che significa impotenza umana nel farsi una ragione di questi accadimenti. E lasci che il silenzio sia scosso solo dalle lacrime nella convinzione che le lacrime, spesso, sono consolazione. Ma in quel silenzio la tua limitatezza umana ti porta, inesorabilmente, a rivolgerti a colui che tutto è. Non per accusarlo di essere cattivo o ingiusto. No. Semplicemente per chiederGli la forza di credere davvero a quel che San Paolo scrive alla comunità di Corinto:
La morte è stata ingoiata per la vittoria.
Dov'è, o morte, la tua vittoria?
Dov'è, o morte, il tuo pungiglione?
Che la forza sia con voi e... A s'udëi!!!


A te...a te che ieri piangevi pensando a chi non c'è più.. a te, solo per te perché nonostante tutto è coraggio il vivere ancora...

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giovedì 4 settembre 2008

AVREI

Avrei voluto parlare di tante cose oggi (di Eluana, ad esempio; di DJ; del fatto che oggi non ci si indigna più per nulla; di morte cerebrale). E però ho appena ricevuto da una amica, via mail, una riflessione di una donna sulle...donne. E, condividendola totalmente, ho deciso di pubblicarla per tutte voi. Ma soprattutto per noi...
Che la forza sia con voi e....A s'udëi!!!
Avrei....... Avrei parlato di meno e ascoltato di più.
Avrei invitato amici per cena anche se la moquette era macchiata ed il divano scolorito.
Avrei mangiato il popcorn nel soggiorno 'buono' e mi sarei preoccupata di meno della polvere quando qualcuno mi chiedeva di accendere il fuoco nel camino.
Avrei trascorso più tempo ad ascoltare mio nonno quando raccontava della sua giovinezza. Non avrei insistito nell'avere i finestrini dell'auto chiusi durante una bella giornata estiva perché i miei capelli erano già stati stilizzati e laccati.
Avrei bruciato la candela a forma di rosa prima che si sciogliesse col tempo, naturalmente.
Mi sarei seduta sul prato con i bambini e non mi sarei preoccupata delle macchie d'erba.
Avrei pianto e riso di meno quando guardavo la televisione e avrei riso e pianto di più osservando la vita.
Sarei andata a letto quando ero malata invece di fare finta che il mondo si sarebbe fermato se non ero lì per quel giorno.
Non avrei comprato qualcosa solo perchè era pratico, non mostrava macchie o era garantito a vita.
Invece di sperare che i nove mesi di gravidanza finissero presto, ne avrei ricordato con dolcezza ogni momento, rendendomi conto che la meraviglia che cresceva dentro di me e' l'unica occasione nella vita di aiutare Dio in un miracolo.
Avrei chiamato più spesso gli amici, prima di accorgermi che li avevo già persi...
Quando i miei bambini mi baciavano con impeto, non avrei risposto: 'Più tardi adesso lavatevi le mani Per cena'.
Ci sarebbero stati più 'Ti amo' e 'scusa', ma soprattutto se mi avessero dato un'altra occasione di vivere, ne avrei vissuto in pieno ogni momento... L'avrei osservata e vista, veramente ... vissuta ... e non l'avrei mai data indietro.
Personalmente, leggendola, mi è venuta in mente una canzone di Vasco Rossi ma di cui amo moltissimo l'interpretazione che ne ha dato la splendida Fiorella Mannoia....



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lunedì 1 settembre 2008

SEDUZIONI DELL'ANIMA



1) Ora, se io fossi una montagna delle Dolomiti (chessò il Pelmo o il Civetta) sarei francamente incacchiato di brutto. Ogni qual volta qualcuno ci rimette la vita, ecco comparire sui giornali titoli del genere Montagna killer (Corriere della Sera, edizione odierna) oppure Montagna assassina. Poi, quando ne leggi i resoconti giornalistici ti accorgi che, quasi sempre, l'incidente è frutto di disattenzione o grossolani errori. Prendete quel che è accaduto, settimana scorsa, lungo la via ferrata dei Sass brusai (vedi il resoconto che ne ho fatto il 6 maggio scorso). Una ferrata non facilissima con un punto di straordinario impatto emotivo: un ponte tibetano ove cammini su un cordino d'acciaio a parecchie decine di metri d'altezza. Ebbene: ma come si fa a sganciarsi per fare una foto senza che ti passi per l'anticamera del cervello che stai facendo una cavolata? Oppure che il tutto è un tragico scherzo del destino: fai tutto alla perfezione, parti di notte, hai una attrezzatura eccellente e, in piena cordata, si stacca un seracco grande come un palazzo che ti travolge come recentissimamente accaduto lungo il Monte Bianco. E proprio all'indomani di questa tragedia, una delle sopravvissute disse una frase sulla quale concordo pienamente: se fossi stata pochi metri più su sarei morta anche io, ma sarei morta felice perché stavo facendo una cosa che mi piace. Con altre parole ma ugual senso proprio oggi sul Corriere, Franco Brevini (docente universitario di Letteratura Italiana e grande alpinista) scrive: Ma sia detto con chiarezza qualcosa che potrà ripugnare al senso comune: è il rischio che dà senso all'alpinismo. Ogni volta che torniamo lassù, è per conforntarci con gli ultimi frammenti di natura selvaggia e vogliamo farlo in tutta la nostra fragilità.


2) Ieri, nella Liturgia della Parola, mi ha colpito molto l'incipit della Prima Lettura, tratta dal Libro del Profeta Geremia. Inizia così: Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre. Mi piace molto l'idea della seduzione di Dio. E quel senso di abbandono totale e assoluto di fronte quasi alla "violenza" di questa seduzione. Sembra quasi che Geremia sia "rassegnato": nulla può, lui così fragile, di fronte all'impeto di questo amore. Ne parlo perché ho ricevuto un commento da parte di una (almeno suppongo sia donna) lettrice al post su Giovanni Paolo I. Vale (così si firma) è giustamente critica nei confronti dei silenzi, delle inoperosità concrete del "Vaticano". E però io, pur condivdendo totalmente questa critica, invito sempre a distinguere la "clericocrazia" dalle comunità vere e autentiche ove la Parola diventa davvero unità, comunione e com - passione. Comunità (come quella ove, ieri, ho partecipato alla Messa) ove davvero si respira la seduzione di Dio. E' vero: così come esiste la seduzione di Dio, esiste anche la seduzione del male che spesso fa facile presa in noi, nelle nostre fragilità, nelle nostre solitudini. Ma siamo uomini e la nostra umanità la misuriamo, purtroppo, anche con queste cose!

Va beh, fermiamoci qua.

P.S. Grande Vale (ntino) Rossi. Davvero incredibile! Quanto al resto: mal comune mezzo gaudio (pareggio come la Juve), ma comunque una piccola soddisfazione c'é in quei 2 gol che il Bologna ha rifilato ai cugini.

Che la forza sia con voi e... A s'udëi!!!

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lunedì 18 agosto 2008

SPRITZ

Quando sei in vacanza ti possono capitare molte cose.
Ti capita, ad esempio, di assistere alle ingerenze del Vaticano sulla linea editoriale di Famiglia Cristiana, il settimanale di (si noti bene!) ispirazione cattolica edito dai Paolini, che - negli ultimi numeri - non è stata particolarmente tenera col governo Berlusconi. E improvvisamente scatta la reazione di una Chiesa che, purtroppo, spesso si dimentica che vi fu Chi i mercanti dal tempio li scacciò. E a frustate.
Ma ti capitano pure autentiche esperienze mistiche: come quella di svegliarti la mattina presto, uscire e guardare un mare di nuvole coprire le montagne oppure assaggiare una grappa di pino mugo col tuo mezzo toscano serrato tra le dita e pensare che se non è felicità questa poco ci manca!
Oppure ti capita di conoscere, nel tuo stesso albergo, un gruppo di senesi e di guardare insieme a loro il Palio di Siena: e capire regole, meccanismi, intrighi e complotti di questo affascinante spettacolo.
Ti può capitare persino di fare un esperimento: andare in 4 paesi diversi (alcuni anche prestigiosi), ordinare uno spritz e accorgerti che non c'é storia: come li fan dalle nostre parti non li fa nessuno! E non è quesitone di ingredienti (benché in un bar abbia persino letto che esisterebbe uno "spritz all'acqua") ma di contorno: si può, mi chiedo, esteticamente accettare uno spritz senza oliva? Perché uno spritz senza oliva è come un piatto di sardee in saor senza...saor!
Poi ti capita di ascendere sin quasi ai tremila metri, scendere e fermarti in una specie di bazar. Scostare un oggettino in legno (rigorosamente "made in china") e leggere, appesa alla parete, la lettera che, nel 1914, un soldato inviava alla famiglia alla vigilia di una battaglia. E, con le lacrime agli occhi, comprendere che quel giovane sapeva di morire. E leggere in quelle righe che il suo sacrificio lo "offriva" alla patria, ai suoi compagni d'arme, ad un idea alta e nobile di libertà.
Poi ti capita pure di incazzarti (ed uso un eufemismo) quando entri in Chiesa per la messa domenicale. E osservi sorridente una bimba piccola, bionda, bellissima anche se affetta da un grave deficit. E accorgerti che nessuno, ma proprio nessuno, in quella Chiesa ha il buon senso di alzarsi e cedere il posto alla giovane madre che se la cullava colma di amore pieno e totale. E ti vien da considerare che è proprio vero: i farisei li trovi dentro al tempio, mai fuori!
Oppure ti capita di guardare con supponenza un turista che indossa la maglia che ricorda come la sua città, Genova, fu una Repubblica Marinara e ricordargli che la 53^ edizione del Palio delle repubbliche Marinare l'abbiam vinta noi veneziani!
Oppure può accadere che mentre passeggi rifletti sulla fenomenologia del turista riconoscendo come la lentezza intelligente sia patrimonio di sempre meno persone che anche quando son in vacanza non riescono a mutare la propria percezione del tempo. E camminano in fretta, con la testa china sul sentiero senza accorgersi che a due passi d aloro un capriolo sta brucando l'erba e, poco distante, una marmotta fischia. E ti viene in mente un bel libro, pubblicato nel 2004, da Gian Luigi Beccaria e titolato per l'appunto Elogio della lentezza. Che col camminare c'entra nulla. Ma per una volta che il prof. Beccaria scrive un bel libro...
Infine (da buon linguista) ti vien da pensare che le intonazioni dialettali non segnano solo l'appartenenza geografica ma anche il carattere. E così l'accento veneziano è molto dolce, cantilenante quasi. E' come l'acqua che scorre placida lungo i canali. Quello padovano, invece, è dotto e un pochino arrogante. Quello chioggioto è ancora più cantilenante del veneziano ma anche subdolo, furbesco. Il milanese è aperto, oscenatamente aperto e ti fa ricordare qualche canzone di De Andrè (ch'era genovese) su puttane dalle coscie larghe. E quello fiorentino ti ispira simpatia con quella "c" aspirata che quasi si nasconde. Mentre quello romano è caciarone, casinista, supponente. E allora a quella comitiva di romani che, a 2000 metri d'altezza (ove son arrivati, ovviamente, non a piedi ma in jeep) criticavano tutti e tutto a me è venuta davvero la voglia di mandarli......(e ce li ho pure mandati realmente!). E non perché avessero votato Alemanno. No: semplicimente mi stavano antipatici.
Che la fora sia con voi e....sani





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mercoledì 16 luglio 2008

EROI MODERNI







Karl Unterkircher non è (continuo a parlarne al presente anche se purtroppo le notizie che stanno arrivando in queste ore non inducono all'ottimismo) un alpinista qualsiasi. L'ho sempre ritenuto uno dei più grandi alpinisti al mondo, superiore forse (e qui qualcuno mi accuserà di bestemmiare) allo stesso Messner. Aveva un sogno, Karl: aprire una nuova via alpinistica sulla parete Rakhiot (nella foto a destra) del Nanga Parbat (8125 metri) in Pakistan, la stessa vetta dove - nel 1970 - morì Gunther Messner, fratello di Reinhold. Sapevo che Karl era di Selva Val Gardena e quando avevo l'occasione di passare per questo ridente paese, lo cercavo fra i suoi compaesani. Una volta lo vidi mentre passeggiava per le vie del centro cittadino. Mi avvicinai per chiedergli un autografo. Non sono abituato a chiedere autografi (qualche dedica da parte di autori di libri che amo, questo sì..). Anche perché di mio sono particolarmente timido. Un'altra persona cui lo chiesi fu Paolo Frajese che vidi, un giorno di fine luglio del '94, poco oltre il Rifugio Sennes, sopra il lago di Braies (ma al solito, se avete bimbi piccoli vi consiglio di arrivarci da Malga Ra Stua: percorso molto più facile). E ricordo che quando seppe che anche io ero un "collega" (si fa per dire), mi invitò a sedere accanto a lui e parlammo per quasi un'ora di quel mestiere che così tanto mi appassionava. Ma già allora, per me, Karl era un mito. Come altro definire un uomo (ha 38 anni) che nel 2004, in una sola stagione, ascende sull'Everest e sul K2? Ricordo mi fissò, dritto negli occhi, intimidito come lo sono i montanari, gente abituata alla fatica, alla sofferenza, al dolore e non agli applausi, alle starlette, alle vacanza in Costa Smeralda. Fui colpito da quello sguardo. Non era uno sguardo triste. No. Era lo sguardo di un uomo che pure così giovane può dirsi fortunato (ed io invidio chi può definirsi così) perché era riuscito a guardare oltre i propri limiti, oltre i propri abissi e le proprie paure. Rinunciai a chiederglielo, limitandomi a stringergli la mano. Nel suo sito, il 13 luglio (dunque tre giorni fa e due prima di cadere in quel maledetto crepaccio) scrive:
Qualche giorno prima di partire per questa spedizione, uscendo da un bar, sono inciampato in un vaso di fiori che faceva da bordo sulla strada statale. Mi sono rovesciato, avevo ai piedi solo i sandali e così ho sbattuto il ginocchio sull’asfalto, procurandomi un dolore allucinante. Mi sono rialzato ed ho continuato a camminare, zoppicavo dal dolore, però sentivo che il ginocchio era rimasto illeso. Probabilmente se passava una macchina in quell’istante, mi avrebbe sicuramente investito. Il barista, un mio caro amico, uscì di corsa chiedendomi se mi fossi fatto male, non avevo più fiato per parlare. Probabilmente avrà pensato: “vuole andare a fare i 8000 metri e non sta neanche in piedi a 1500 metri”. Il destino ha voluto che mi succedesse niente ed è per questo che sono adesso qui, qui sotto la parete Rakhiot. Fin’ora tutto è andato come da programma, mica ci tireremo indietro adesso? Domani al mattino saliamo alla morena, lo zaino sarà abbastanza pesantello, in più abbiamo gli sci da portare. Aspetteremo fino a quando sarà buio, perché di giorno fa troppo caldo. Se non è nuvolo, la luna sarà dalla nostra parte. Il seracco intermedio deve fare il “bravo” da 8 a 10 ore, non chiediamo poi tanto?! Sfrutteremo una costola nevosa fino sotto la fascia di rocce. Essa non dovrebbe creare problemi. Se poi nella giornata di martedì riusciamo a saltare sopra al “nostro” seracco intermedio allora saremo a cavallo del pilastro! Dopodiché toccherà a noi! A resistere alla fatica e a superare la parete con maestria. Una volta che avremo raggiunto il pianoro sommatale, punteremo la vetta. Abbiamo viveri e gas per sciogliere neve per almeno 5 giorni.…speriamo in bene! La discesa è prevista per la via di Hermann Buhl del ’53. Il nostro staff al campo base ci consiglia invece di scendere dalla via “normale”, per la parete Diamir. Chissà: “forse” gli ho detto, tutto dipenderà da tanti fattori. Inshallah!! ( Come Dio vorrà )
E poco prima, quasi come un oscuro presagio (e chi va in montagna è abituato ad ascoltarli i presagi..):

Ben 9 chilometri di placconata separano la vetta del Ganalo Peak ad ovest dalla vetta di Rakhiot ad est. Però sono le scariche di ghiaccio che mi procurano paura.
Sono appesi dappertutto su questa montagna, sicuramente già da secoli fanno tremare tutta la valle ed inducono la gente del paese ad avere rispetto e sacralità. Dal basso mi è parsa una montagna ostica, tanto da lasciarmi perplesso e scettico per tutto il periodo che siamo qui.
Io non credo che Karl sia morto. Non lo credo e so che è così. Perché Karl è un uomo con un sogno grande come il proprio cuore. Ed ogni uomo che ha un sogno grande è un eroe. E a me hanno insegnato che gli eroi non muoiono. Mai!
Che la forza sia con voi


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lunedì 30 giugno 2008

RONDINI





Ieri mattina ho fatto un lungo giro in bici. Ho attraversato alcune zone che amo particolarmente, spingendomi sino alla gronda lagunare e alle casse di colmata. Poi sono rientrato attraverso Dogaletto, Piazza Vecchia, Mira. Lungo il giro ho incontrato un vecchio amico e abbiamo pedalato insieme concedendoci, alla fine del percorso, un aperitivo. Lungo il "viaggio" mi sono fermato ad osservare una scena che ho trovato davvero molto bella: un papà con una bimba in bici che si erano fermati lungo uno dei canali che solcano questo nostro territorio. Ed il papà cercava di spiegare alla propria figlia quello che stava vedendo: pesci, piccole rane, uccelli che volteggiavano. Nel primo pomeriggio sono poi andato a trovare uno zio, contadino come contadina era la mia famiglia. Mi aveva chiesto di sbrigare alcuni lavori. E l'ho fatto davvero volentieri. Da bambino, spesso, andavo a trovare i nonni e lo aiutavo con le mucche. In dialetto si dice goernare e bestie l'atto, quotidiano, di pulire la stalla; ed è espressione che mi piace molto ricordare anche perché lo facevo spesso. L'unica cosa che non ho mai imparato, e d'altra parte è dura apprendere, è la tecnica della mungitura manuale; ma il latte appena munto con la schiuma in superficie, quello me lo ricordo benissimo così come ricordo il nonno che, la mattina, mi portava con la sua bicicletta- io bambino - il latte. Che non era latte pastorizzato e quando lo facevi bollire si raggrumava in superficie ed era buonissimo. E poi si doveva tagliare il fieno. Ed una volta tagliato, con la forca, si doveva girarlo spesso sottosopra affinché si seccasse compiutamente e poi radunarlo in covoni. So usare abbastanza bene la falce e so, soprattutto, battere la lama: affilarla con la pietra che va costantemente bagnata d'acqua e poi appesa alla cinta in modo da non rovinarne il filo. E poi la vendemmia col mosto dolciastro che, raccolto in tini, veniva fatto fermentare. E l'uccisione del maiale preannunciata da enormi quantità d'acqua fatta scaldare per pulirne le cotenne. Ed una volta insaccati i salumi, appesi ossetti e costicine la grande festa di ringraziamento per tutte queste bontà (ma il fegato, appena rappreso, quello non gliel'ho mai fatta a mangiarlo anche se mi dicono che con la polenta sia una squisitezza). Ieri pomeriggio dunque ho tagliato l'erba, rastrellato. Sistemato l'orto con particolare attenzione alle piante del cren dalla cui radice (grattugiata e messa in abbondante aceto) si ricava una salsa straordinaria per il lesso (ma anche, provateci, per i formaggi soprattutto il gorgonzola). Ho poi iniziato a fare legna tagliando i grossi rami in piccoli tronchi. Ad un certo punto sono entrato in quella che un tempo era la stalla. Sulle travi del soffitto vi era un nido di rondini da cui spuntavano i beccucci di 4 piccoli. Sono rimasto incantato per molto tempo ad osservare la madre che depositava con amore infinito in ognuno dei 4 beccucci un po di cibo e poi ripartiva in cerca di altri insetti. E mi sono chiesto: ma oggi un bimbo, queste cose ha davvero la possibilità di vederle? Oppure gli sono negate cose che per me erano abituali come assistere alla nascita di un vitello e agli sforzi del contadino se la mucca non riusciva ad alzarsi da sola? Vedere covare le uova e poi mettere i pulcini al caldo con una luce sopra la gabbia per invogliarli a mangiare? Assistere al mutare delle stagioni osservando il cambiamento delle foglie? Regolare il proprio calendario su quello della natura? Osservare l'azione benefica della potatura che segue un rituale immutato nei secoli? Ma anche cose molto più "banali" come correre a piedi nudi sull'erba, rotolarsi, sporcarsi di terra fin sopra i capelli e ridere beati, felici e spensierati? Poi, certo, alla mamma (o al papà) il compito di lavare tutto ma cos'è questa fatica in confronto di un paio di occhioni che ridono felici fino alle lacrime?

Che la forza sia con voi..




P.S. Nulla a che vedere con la pubblicità è progresso ma qui troverete il racconto in prima persona della presentazione di Canto l'uomo d'acciaio di Fabrizio Melodia, effettuata sabato sera ad Oriago. Grazie Fabrizio, anche dell'illustre riconoscimento che hai esteso al mio blog...Appena saprò come diavolo faccio ad inserirlo qui, lo farò....

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venerdì 27 giugno 2008

SULLA CLAUSURA



Cosa c'è, apparentemente, di più inutile della clausura? Qual è l'apparente insulsataggine di uomini e donne che vivono di preghiera, sette giorni su sette, e lavoro? Che non indossano orologi ché lo scorrere del tempo lo misurano seguendo la Liturgia delle ore?E' un tema che ho già affrontato seppure di sguincio. L'altra sera, però, mentre discorrevo con l'amico Graziano davanti ad una birra, ho incontrato un vecchio amico. La conversazione è scivolata presto su una nostra amica che a 21 anni ha scelto di farsi monaca di clausura ed ora trascorre la propria esistenza al Monastero di Moggio Udinese. Lui è stato uno dei pochi a tenere sempre i contatti con lei, con la Tissi come la chiamavamo noi. Io non ce l'ho fatta. Perché ho sempre voluto ricordarla come l'avevo vista l'ultima volta: il giorno della sua professione. E' una cerimonia assolutamente suggestiva. La novizia, infatti, sale all'altare indossando una sorta di sottoveste bianca. La superiora, impugnate un paio di forbici, comincia a reciderle i capelli. Segno supremo di una vita che si vuole ridurre all'essenzialità: cosa c'é, infatti, di più importante - per una donna (per un uomo no..almeno per me) - dei propri capelli, simbolo di femminilità ed eleganza?Poi indossa l'abito monacale. Infine riceve parenti ed amici dietro ad una grata. Da quel momento la propria vita è scandita dalle preghiere e da una assoluta solitudine (persino in occasione dei funerali dei propri genitori, spesso, assiste dalla sacrestia). Ma è davvero solo/sola un monaco/monaca? Io non lo credo. Nella foto, vedete in lontananza il complesso monastico di Marango (cui io sono affezionatissimo anche se, spesso, colpevolmente assente). Anche qui, monaci e monache, fratelli e sorelle, vivono di preghiera e di lavoro. Marango è vicino a Caorle. Se ne avete l'occasione, andateci. Anche se non siete credenti. Anzi: soprattutto se non siete credenti. E se proprio non potete andarci di persona, seguitene le attività attraverso il loro sito (linkato in alto a destra). Proprio dal loro sito, ho tratto la seguente citazione
Mi sia permesso, in questo breve spazio, per una volta soltanto, di osare uno sguardo sull’assoluta gratuità, e leggerezza, di questo Dio nascosto e, spesso, sconosciuto. E vorrei farlo entrando furtivamente in un monastero di clausura. E narrare questo Dio attraverso i gesti semplici e ripetuti che ritmano la giornata di una monaca, di un monaco. Del tutto inutili. Fuori campo. Non computabili tra i gesti solenni che decidono il volto di una Chiesa e il suo coraggioso sperimentarsi nel mondo. Sottoposto da lungo tempo all’orgia delle parole e a devastanti ingorghi di ogni tipo, credo sempre più che questi luoghi di silenzio, ormai totalmente marginali e pressoché insignificanti anche per la pastorale ordinaria, siano invece da riscoprire come riserva autentica dello Spirito, esigente scuola di gratuità, fonte a cui occorre tornare in fretta, se non vogliamo che si inaridisca del tutto la nozione stessa della vita cristiana. Sì, lo Spirito è fuoco, è vento, è tuono, ma è anche “voce di sottile silenzio”.
E allora le provocatorie domande iniziali, credo, trovino assoluta risposta. Davanti al profluvio di parole, di fraintendimenti, di confusione che ci circonda, per ritrovare sè stesso l'uomo ha bisogno solo di una cosa: del silenzio.
Che la forza sia con voi...
P.S.: domani sera, alle 20,30, nell'Auditorium della Biblioteca di Oriago vi segnalo la presentazione dell'ultimo libro di Francesco Melodia, Canto l'uomo d'acciaio.
Per il resto..buon week end.

Per tutti quelli che non dicono mai nulla....o che non trovano le parole

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venerdì 20 giugno 2008

AVVENTURA

Oggi pomeriggio ho ricevuto la telefonata di un amico con cui ho mosso i primi "passi" nel mondo dell'archeologia subacquea. Oggetto della conversazione, una notizia apparsa ne Il Corriere il 4 giugno scorso a firma di Lorenzo Cremonesi, straordinario inviato speciale nel Medio Oriente. Vi si racconta della scoperta, in Libano, del relitto della Corazzata Victoria, affondata nel 1893 per un errore di manovra. Di per sè la voglia di andarla a vedere è grande ma, ovviamente, al momento rimane un sogno. Ma che sogno: esistono, infatti, pochissimi relitti al mondo totalmente integri e di così grandi dimensioni (la Corazzata Victoria, infatti, è larga 103 mt e per quasi 35 la sua prua è completamente insaccata nel fondo marino). Senza contare che si tratta di una immersione per sub veramente esperti visto che si deve scendere a 100 metri di profondità. Dunque: a fronte di una sosta sul fondo di pochi minuti, occorre programmare una immersione con ore di decompressione. Il tutto, ovviamente, incide sul costo dell'immersione stessa che oscilla tra i 400 e i 600 euro. E però, si commentava, di bello in questa notizia non c'é solo il ritrovamento del relitto ma anche il fatto che, attorno ad esso, sta nascendo un turismo subacqueo grazie al suo scopritore Christian Francis. Mi piace pensare che, attraverso la subacquea, possa nascere un segno di speranza per una terra, il Libano, che cerca disperatamente di risollevarsi dalle continue guerre civili.
Che la forza sia con voi!
Questo week end se non siete spaparanzati al mare o alle prese con qualche escursione montanara, vi consiglio di passare per Gambarare dove ad attendervi troverete un nutrito programma di iniziative (sostenute dall'Amministrazione Comunale) in occasione dei festeggiamenti per il Santo Patrono.
P.S. Ho apprezzato la citazione dell'amico Fabrizio Melodia (a proposito: non mancata, il 28 giugno, alla presentazione della sua ultima fatica letteraria, Canto l'uomo d'acciaio, che abbiamo organizzato all'auditorium della Biblioteca di Oriago) e, se me lo permette, la rilancio perché ogni qual volta ho l'occasione di sentirla (se non ricordo male, dal vivo, ho visto almeno 18 concerti di Guccini) a me pare sia stata scritta per l'oggi e non per l'ieri.


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venerdì 6 giugno 2008

BELLAMORE

Esistono gli amori folli? Quelli impossibili, contrastati, segnati dalle avversità del destino? Che poi, a pensarci bene, sono anche quelli più belli perché sofferti, pazientati, spasmodicamente attesi? Esistono, esistono...almeno a giudicare dalla bella notizia che ho letto stamani. A Marghera un uomo rimane in coma per alcuni giorni. La compagna, nel tentativo di risvegliarlo, gli promette che lo avrebbe sposato. E lui si risveglia. Domani (sabato) i due si sposeranno a Chirignago. Mi è piaciuta molto questa vicenda perché dimostra che, quando i sentimenti sono veri e autentici, niente e nessuno può ostacolarli. Le paure, le ansie, le titubanze che sono parte integrante di ciascun amour fou possono essere vinte con la pazienza, la tolleranza, l'abbandono di sè nelle mani dell'altro. Un'altra notizia ho accolto con piacere ed è l'uscita di un nuovo libro di Pier Vincenzo Mengaldo (mio docente di Storia della Lingua Italiana), La vendetta è il racconto - Testimonianeze e riflessioni sulla Shoah. Oggi, alle 17, nell'aula magna dell'Ateneo Veneto vi sarà la presentazione.
Infine, domani (sabato) dalle 10 alle 13 pressi l'ex Macello di Dolo ultima parte del convegno Cultura, Identità, Territorio.
Che la forza sia con voi



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mercoledì 4 giugno 2008

LE TRE CULATTE ovvero SCRITTURE

Dove appuntate i vostri ricordi, le vostre emozioni, i vostri pensieri? Capitano a volte strani e tortuosi percorsi mentali, associazioni di idee, direzioni impreviste nelle riflessioni che una persona compie magari mentre, in auto, se ne torna alla propria città. Un pò come è capitato a me tornando da Caorle. Riflettevo sul fatto che quelli erano i luoghi in cui Hemingway sfogava la propria passione venatoria. In realtà molte erano le passioni dello scrittore. Pochi sanno, però, che Hemingway oltre che della laguna caorlotta era assiduo frequentatore della Riviera del Brenta ed in particolare di...Oriago. Sì. Era assiduo frequentatore dei bar del paese dove apprezzava due vini locali, il corbineo e il clinton (vino, questo, su cui potrei scrivere parecchie pagine autobiografiche; vino duro chè quando sorseggi già senti il tuo fegato cominciar a rabbrividire). A me risulta che fra tutti, quello che prediligeva in maniera particolare fosse l'osteria... Le tre culatte. Si chiamava così per via delle generosi e abbondanti forme...posteriori della padrona, la signora Inda! Di tanto in tanto parlo con gli anziani del mio paese alla ricerca di dove fosse questo bar ma la loro memoria si è affievolita forse per via dell'età o della solitudine o semplicemente per quella scontrosità che cela la timidezza della nostra gente che è gente semplice ma determinata. Tornando alla domanda iniziale. Io, ad esempio, annoto i miei pensieri sulle Moleskine: quadernetti che mi piacciono per l'eleganza della rilegatura. Ne ho due: una piccola, da viaggio. Una più grande. Le Moleskine sono eredi dei taccuini di viaggio usati proprio da Hemingway ma anche da Chatwin, Van Gogh, Pablo Picasso. E mi dà emozione forte aprirle e comincar a scriverci! E voi?
P.S. Leggo che Hilary sta per rinunciare alla corsa per le presidenziali '08; mi spiace ma ora, come dire?, tutti a tifare Barak Obama....
PP.SS.: letta la notiziuola comparsa in tutti i giornali tra ieri e oggi? Berlusconi corregge: la clandestinità non sarà un reato...esattamente come detto, domenica, da ONU e Vaticano....
Che la forza sia con voi....



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mercoledì 21 maggio 2008

VIAGGI

Immagino che leggendo taluni post, si sia compreso come in me viva sempre e comunque l'idea del "viaggio". Viaggio certamente metaforico ma anche, e soprattutto, fisico. Viaggio dell'anima ma anche del corpo. E dunque come in me l'idea della "strada" sia una idea fissa. Ho letto e riletto On the road di Jack Kerouac e forse è stata la prima (e unica) volta in cui non ho rimpianto di non conoscere l'inglese. Giacché l'ho letto nella magistrale traduzione che ne ha fatto Nanda Pivano. Forse, chissà, questo tema mi appartiene perché in me, come - credo - in tutti gli uomini, vi sia ancora traccia di quell' eterno bambinone che ci spinge, ci stimola, ci riempie il corpo e la mente della sete d'avventura. Così ho anche io dei luoghi in cui prima o poi, necessariamente, dovrò andare. Fosse l'ultima cosa che farò, ma ci devo andare. Su tutti vi è Lei, la Strada (certo con la S maiuscola). Ovvero: la mitica Route 66, la strada che collega Chicago a Los Angeles. E che non è una strada ma un mito. Sì, un mito nato durante gli anni della Grande Depressione quando in migliaia abbandonavano gli stati dell'Est per raggiungere la terra dove il grano si mieteva tre volte l'anno, la California (e allora non c'erano le Baywatch che, a dir la verità, non ci sono in realtà nemmeno ora almeno a giudicare da quel che un mio amico mi ha detto...). E' una strada lunga tremila miglia, che attraversa due deserti e otto stati. Ed è una vecchia signora. E come tutte le vecchie signore è ancora affascinante ed in grado di sedurti e ti entra dentro le viscere talmente tanto che non riesci a dimenticarla più. Perché hanno cercato in tutti i modi di cancellarla. Gli hanno, persino, costruito accanto una autostrada come solo in America riescono a fare: con 8 corsie, grande, gigantesca. Ma lei continua ad esserci. Magari nascosta o cancellata per qualche chilometro. Ma se sei davvero motivato riesci a torvarla. Sempre e comunque. Perché lei è dentro di te. Per chiunque, eterno bambino con la voglia sempre e comunque di avere un cuore che batte d'emozione e d'amore, la route 66 non è una strada ma...LA STRADA.
A proposito: oramai quasi 20 anni fa mamma Rai (se non erro, in occasione delle Colombiadi) mandò in onda un bellissimo documentario dedicato alla Route 66...qualcuno ne sa qualcosa?
Che la forza sia con voi...

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venerdì 21 marzo 2008

BUONA PASQUA E BUONA PRIMAVERA

Per "noi" cattolici il triduo pasquale (che inizia col giovedì santo e culmina nella Domenica di Pasqua) è il momento fondamentale della nostra fede. Non solo perché è all'interno del triduo pasquale che si fondano gli elementi più importanti della Santa Messa (il Giovedì Santo celebriamo l'istituzione dell'Eucarestia; il Venerdì riviviamo il memoriale della crocifissione; il Sabato la Veglia in attesa della Resurrezione) ma soprattutto perché questi 3 giorni contengono il nucleo assolutizzante della nostra Fede. Che è semplice e, allo stesso tempo, drammaticamente impegnativo: il verbo che si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi (Natale) ha scelto di morire, e morire di croce, per la salvezza del mondo. Morire per gli altri, dunque, ben sapendo che ci sarà la Resurrezione dalla morte. Questo è il senso di quanto, ogni qual volta celebriamo l'Eucarestia, leggiamo in quel fate questo in memoria di me. Il senso del nostro credere sta tutto qui. Ma quanto è difficile incarnare questa verità nella vita di tutti i giorni!
Buona Pasqua a tutte e a tutti!
Anche se non sembra, oggi è anche il primo giorno di Primavera. E' una stagione che mi piace. C'é voglia di cambiamenti, le giornate si allungano, si sta bene fuori. Viene la voglia di inforcare la bicicletta e andarsene un pò a zonzo tra gli angoli più suggestivi di questa nostra terra. Purtroppo non è Primavera nel Tibet dove continua la repressione cinese. Non è Primavera in Palestina dove continuano gli attentati e i morti. Non è Primavera in molte parti del mondo dove l'unica parola che spesso i bambini imparano è: guerra.


Che la forza sia con voi

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martedì 27 novembre 2007

SALUTO

"Scopri te stesso e sta bene"...la persona che, l'altra sera abbracciandomi, mi ha detto queste parole si sta avvicinando inesorabilmente al momento della fine...E però quel suo augurio mi è entrato nel cuore. L'ho trovato uno dei più bei auguri che mai mi siano stati fatti. Ve lo invio anche a voi augurandomi che ciascuno possa davvero scoprire sè stesso e stare bene...E che dunque sappia tornare un poco bambino con la sempiterna capacità di sorridere al mondo.

Che la forza sia con voi
Quale libro per questo week end?
David Maria Turoldo, Anche Dio è infelice, Piemme, 1991

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venerdì 21 settembre 2007

L'AMICA RITROVATA

Stamattina ho trovato un commento al mio ultimo post. Ho deciso di pubblicarlo ugualmente benché non avesse certo attinenza con quella specie di tragicommedia che si stanno rivelando essere le imminenti elezioni primarie del 14 ottobre. A dir la verità i commenti erano due: il primo genericamente firmato Annalisa, il secondo accompagnato da un indirizzo mail che disvelava anche il cognome di questa gentile lettrice. Ebbene: Annalisa è stata mia compagna di scuola durante il biennio del "mitico" Liceo Galilei di Dolo (sia detto per inciso: un altro mio compagno di scuola era Stefano Lorenzin, oggi assessore di Mira come me). Sto parlando di circa 25 anni fa. Ritrovarla attraverso i meandri impensati ed imperscrutabili della rete mi ha emozionato tantissimo. Mi è tornata in mente persino una dedica che mi fece in un diario: era una citazione di SATISFACTION dei Rolling Stones! E' buffo pensare come un breve messaggio, un nome abbia potuto immediatamente richiamare un volto, una storia e poi un gruppo di amici che, adolescenti, intrapresero un percorso di studio e di vita. Chissà dove saranno ora questi compagni di scuola...Chissà se saranno sposati o se avranno figli...chissà di quali colori si è riempita la loro vita..chissà quante mani avranno stretto, quanti volti avranno visto i loro occhi, quante labbra avranno accarezzato...E ora, attraverso Annalisa, me li ritrovo come se il tempo non fosse passato..come se fossimo ragazzi come allora con la voglia di fare casino, con la goliardia che anche allora ci animava, con la faccia un pò così di chi non ha mai pensato di prendersi davvero sul serio.... La vita davvero a volte è così buffa... Quanti sogni avevamo? Ed ora questi sogni li abbiamo davvero realizzati? Oppure il perbenismo, il conformismo ha rovinato tutti noi?
E allora attraverso Annalisa li voglio salutare tutti.....Anche quelli di cui non ricordo più praticamente nulla...
Domenica vi voglio tutti in Riviera Silvio Trentin in occasione della terza edizione di CONSULTE IN FESTA. Il programma, al solito, è ricchissimo e permetterà ciascuno di fare un lungo viaggio nelle tantissime e variegate realtà associative del nostro comune. Alla mattina, verso le 10, ci sarà l'inaugurazione ufficiale della Festa da parte del nostro sidnaco, Michele Carpinetti che - assieme ad assessori e consiglieri comunali - raggiungerà riviera Silvio Trentin in bicicletta. L'appuntamento è per le 9,30 davanti al muncipio. Se qualcuno si vuol unire faccia pure! Nel pomeriggio abbiamo pensato di organizzare il 1° PALIO DELLE CONSULTE/FRAZIONI. Di che si tratta? Al momento è solo un primo, ma importante, passo verso la realizzazione del PALIO DELLE FRAZIONI vero e proprio. Grazie al gruppo remiero nel giro di pochisismo tempo siamo riusciti a realizzare una gara di MASCARETE: saranno 7 imbarcazioni che si disputeranno il palio lungo un percorso determinato (dal ponte di fronte alla Mira Lanza a quello posto di fronte al municipio dove ci sarà il giro di boa per ritornare al punto di partenza). Ad ogni barca sarà associata una consulta ed a ogni consulta una frazione. L'imbarcazione che si aggiudicherà il palio, dunque, farà "vincere" la frazione e la consulta ad essa associata. Non ci sarebbe CONSULTE IN FESTA senza l'incredibile sforzo organizzativo fatto da Nico Narsi, presidente dell'associazione IL CIPPO. Grazie Nico, di cuore.
Il libro per questo week end? Non può che essere L'AMICO RITROVATO di Fred Uhlmann.
Al solito, che la forza sia con voi

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sabato 21 luglio 2007

MEMORIE




Oggi tuttavia non si può soltanto piangere, è tempo di imparare qualcosa


9 ottobre 1963, ore 22,39

Il rumore della morte a cosa rassomigliava? Al rombo di tuono udito fino a poche ore prima? Oppure il suono appariva già nuovo, già diverso anche se ancora inconfondibile? E mentre, la televisione – una delle poche, forse l’unica – raccontava di una partita di calcio, cosa gridavano, cosa bestemmiavano? E cosa bevevano tra una cicca e l’altra? Forse un bianco frizzante, uno di quei prosecco che vengono dalla Valdobbiadene? O forse un vino rosso, forte, sanguigno come quei volti segnati di fatica? E i cappelli – sì i cappelli – dov’erano? Appesi ai muri oppure tenuti, saldi, sulle ginocchia? E avranno intuito che quel suono sordo non era tuono ma già avvisaglia di violenza che lassù, lungo il pendio dei monti, aveva già fatto opera compiuta di distruzione? Forse, chissà, avranno compreso all’ultimo che quel suono sordo non era rumore di tuono: no, perché quello si interrompe, si spezza, non è continuo. Questo invece era infinito, senza sosta, instancabile ed inesauribile. Forse allora avranno capito. Ma era già troppo tardi.


22 luglio 2007, ore 9

Insieme ad un gruppo di fidati amici arriviamo sul Vajont. Pur essendo un appassionato di montagna (così come di immersioni subacquee ma questo è un altro discorso) non vi ero mai stato: per me quel nome era soltanto una indicazione che trovi poco dopo Longarone, sulla destra, lungo la via che ti porta verso le Dolomiti ampezzane e le loro vette che talvolta, con l’amico Silvano, scaliamo in solitudine. Per arrivare alla diga percorri una strada recente che conserva molto poco dei ricordi di infanzia di Mauro Corona che ancora vive ad Erto, poco sopra la diga. Quel che accadde quella notte lo comprendi quando consideri la differente altezza prima e dopo la diga. Nomen omen: il prima è quasi colmo da ciò che precipitò dal monte TOC quando, fradicio di pioggia e senza salde radici a contenerne l'azione di scivolamento, cedette di colpo. Il dopo è un baratro scosceso. Tra il prima e il dopo solo la diga. Appena arrivi ti assale immediatamente un senso di pesantezza, di dolore anche se tanti anni sono passati da quel maledetto giorno che molti – ne sono certo – avranno vissuto attraverso la straordinaria ricostruzione che ne ha fatto Marco Paolini. Tra me e quella tragedia c'è un legame. In un’altra stagione della mia vita, infatti, ho fatto per 10 anni il giornalista in un quotidiano locale. Il mio caporedattore, Toni Sirena, altri non era che il figlio di Clementina (ma per tutti era semplicemente Tina) Merlin, la giornalista de L’Unità (nel film - diretto da Renzo Martinelli - che ne è stato tratto era interpretata da Laura Morante) che, prima e unica, aveva avuto il coraggio di denunciare, inascoltata, il rischio rappresentato da quella diga. E, soprattutto, che per quelle denuncia era stata addirittura arrestata e processata per direttissima (consiglio il sito dell’associazione www.tinamerlin.it). Ma c’è un’altra persona (a volte sono strane le connessioni che legano un ricordo all’altro) cui ho pensato in quei minuti di veglia silenziosa, vicino alla chiesetta che ricorda i morti di quella strage. Ed è l’onorevole Tina Anselmi, che conosceva benissimo il lavoro della sua omonima. Una sera la Anselmi era ospite di alcuni suoi amici a Mira. Ci andai per intervistarla. Una intervista è sempre difficile: se cominci male, non riesci a raddrizzarla più. Ed io non sapevo da dove partire. Toni mi aveva dato una lettera affinché gliela consegnassi. “Ad intervista conclusa” si raccomandò: era l’invito a partecipare alla nascita della fondazione Tina Merlin. Decisi di contravvenire all’ordine del mio capo. Quando gliela consegnai, spiegandole chi fosse il destinatario, credo di aver visto negli occhi dell’allora presidentessa della commissione parlamentare sulla P2 un velo di commozione. Due persone diversissime (la Anselmi democratica-cristiana, la Merlin giornalista de L’Unità) ma unite dalla esperienza della Resistenza, dal loro essere state entrambe partigiane, dal loro essere donne di montagna (di sguincio la Anselmi essendo nata a Castelfranco Veneto; di nascita la Merlin, nata a Trichiana, nel bellunese), rispettose l’una del lavoro dell’altra. Sono passati quasi 15 anni da quei giorni e oggi li ho rivissuti tutti accorgendomi che nulla avevo dimenticato.

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