E' TORNATO!

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NON LEGGETE, COME FANNO I BAMBINI, PER DIVERTIRVI, O, COME FANNO GLI AMBIZIOSI, PER ISTRUIRVI. NO, LEGGETE PER VIVERE. (Gustave Flaubert)

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Ci sono delle serate assolutamente particolari. Sono quelle in cui la causalità di un incontro, l'emozione di un ricordo ti riempiono il cuore e ti lasciano lì, basito, quasi incapace di alzarti dal posto ove ti trovi. E provi quasi vergogna nello scoprire che saggio è colui che sa dire le cose con semplicità. Così è capitato a me ieri sera nel "nostro" Teatro di Villa dei Leoni quando, grazie all'infaticabile opera dell'amico Ugo (Scortegagna), membro del Comitato Scientifico del Club Alpino Italiano, almeno 200 persone hanno potuto compiere un viaggio straordinario intorno al "pianeta" Mario Rigoni Stern a poco meno di un anno dalla sua scomparsa. E a farci da guida lungo questo viaggio è stato un asiaghese come lui, Gianantonio Stella (con degli inserti musicali e recitativi davvero mirabili ad opera di Luigi Pozza e Moira Mion)
Fra le tante cose che Stella ha ricordato di questo montanaro forte, composto, saldo come una roccia, umile ma bello come lo sono i fiori del tarassaco, vi è stata una frase che molto mi ha colpito e confidata dall'autore de Il sergente della neve a Paolo Rumiz:
Son tornato vivo da una guerra. Ho avuto una buona moglie e bravi figli. Ho scritto libri. Ho fatto legna. Me basta e vanza. ‘Desso posso morir in pase
Condensare la vita in nemmeno 30 parole. Ma non perché fu vita banale, vuota. Anzi: condensare la vita in 30 parole perché quelle 30 parole contengono il fine ultimo dell'esistenza: la semplcità degli affetti, la dedizione al proprio dovere quotidiano, l'essere natura che alla natura torna.
Ciao Mario, spero di salire presto in cima all'Ortigara (foto) e da lì salutarti...
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Ed ecco La città vecchia reinterpretata da Capossela nella sua versione originaria, quella cioè non censurata dove anziché "pubblica moglie" il professore chiama "quella che può darti una lezione" in altro modo....
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1) Sono molti i motivi oggi per i quali essere felici. Una telefonata bella e inaspettata di prima mattina; l'alba con un sole semplicemente meraviglioso; le cime delle Dolomiti che contrastando col nitore di un cielo blu cobalto rivelano le loro cime innevate (ed intanto le ciaspe sono pronte...vero Silvano?); un sms inviatomi da 3 cari amici che, per allenarsi all'ascesa al K2, stanotte se ne son rimasti sulla vetta del Monte Rosa a -38 (che la forza sia con voi!); la speranza che, nonostante i pesantissimi tagli al bilancio, nel 2009 si avvii la vera campagna di scavi archeologici della nostra abbazia di sant'Ilario a Dogaletto. Ma anche il fatto che oggi comincia il workshop di danza con il bravissimo Michele Abbondanza (protagonista in Teatro Villa dei Leoni, venerdi sera, con Antonella Bertoni di Polis). E' stato un successo incredibile di partecipanti che ci ha sorpreso tutti (grazie all'ottimo Giacomo Cirella, vicepresidente di Arteven). Ma è anche segno di grande ottimismo pensare che ci sono tanti giovani che credono nell'arte, che vogliono fare dell'arte una professione, che si sentono liberi solo nel momento in cui possono realizzare i loro sogni. Ed è dovere fondamentale, io penso, di una Amministrazione Pubblica aiutarli a vivere questo loro sogno. Grazie ragazzi e...che la forza sia con voi!
2) Che c'entra? Dunque, la notizia del giorno (consideriamola tale va là) è che Antonio Gramsci, in punto di morte, ricevette i sacramenti. Embè? Credo che il momento della morte sia l'unico istante in cui davvero si è quel che si è, senza maschere, fraintendimenti. Nudi ed essenziali, insomma. E, io penso, se perfino il figlio di Dio che era anche figlio dell'uomo ha avuto paura della morte al punto da avvertire il senso profondo dell'abbandonarsi totalmente a Dio, cosa ci sarebbe di così strano se anche il fondatore del PCI avesse assunto questa scelta? Cambia forse qualcosa, la notizia di questa sorta di conversione (se davvero di questo si tratta) rispetto alla storia pesonale, politica ed intellettuale che una volta ebbe a dire
Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che «vivere vuol dire essere partigiani». Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
Che la forza sia con voi!
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P.S. Grazie...grazie davvero alle decine di persone che oggi mi hanno telefonato, inviato messaggi e mail per congratularsi con me. Grazie a tutti voi, davvero. Perché non erano congratulazioni ritualistiche, tutt'altro. E a tutti chiedo di aiutarmi. E però permettetemi, io che sono un signor nessuno (anche se mettetevi d'accordo, please, lo sono politicamente o perché non avrei voti o entrambe le cose?) di togliermi una soddisfazione. Da La Nuova Venezia di oggi: onestamente il suo operato nel settore turismo e cultura non è stato negativo e in più di una occasione ne abbiamo apprezzato l'iniziativa. E che a dirlo sia un'esponente dell'opposizione....
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Quando devo prendere decisioni "importanti" per me, la mia vita, il mio futuro, sono solito staccare la spina e andarmene via. Sono convinto, infatti, che solo lasciando il proprio ambiente di appartenenza, sia possibile avere quel giusto distacco per poter scegliere. Così ho fatto in questo week end. Ho scelto una piccola località montana, in Trentino. Un posto davvero molto bello e suggestivo. Domenica, mentre peregrinavo alla ricerca di una chiesa ove si celebrasse la Messa in italiano (francamente a me 'sti tedeschi stan un pò sulle scatole...ma come è possibile, dopo cena, chiedere un capuccino anziché un espresso? boh...) mi sono imbattuto in questa specie di cappella che vedete in foto. Una cappella semplicissima, all'aperto dove la statua lignea della Madonna addolorata guardava le cime che sovrastavano il piccolo abitato. Posto ai suoi piedi un libro in rame recava, incisi, i nomi delle centinaia di alpinisti morti mentre ascendevano i monti circostanti. Sulla sinistra un sasso dove mano di bimbo ha disegnato un elicottero del soccorso alpino precipitato, coi suoi 3 occupanti, alcuni anni fa. In fondo, appoggiata alla parete, la fotografia di un uomo sorridente, biondo, con negli occhi quel lucicchio di sete d'avventura che accomuna tutti quelli che amano le montagne. Un nome, scritto in pennarello e due date: Karl Unterkircher 27 agosto 1970 - 15 luglio 2008. Facendomi violenza ho deciso di fotografare questo "monumeto ai caduti della montagna" non per curiosità o per un insano gusto del macabro. No. Semplicemente perché nel suo sito, la moglie scrive di lui una frase bellissima: Ognuno ha diritto di vivere la sua vita e quella di Karl era particolarmente intensa. Ecco: l'augurio che faccio per primo a me ma che estendo a tutti voi è davvero di vivere la propria vita.
Che la forza sia con voi e... A s'udëi!!!
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Oggi pomeriggio ho ricevuto la telefonata di un amico con cui ho mosso i primi "passi" nel mondo dell'archeologia subacquea. Oggetto della conversazione, una notizia apparsa ne Il Corriere il 4 giugno scorso a firma di Lorenzo Cremonesi, straordinario inviato speciale nel Medio Oriente. Vi si racconta della scoperta, in Libano, del relitto della Corazzata Victoria, affondata nel 1893 per un errore di manovra. Di per sè la voglia di andarla a vedere è grande ma, ovviamente, al momento rimane un sogno. Ma che sogno: esistono, infatti, pochissimi relitti al mondo totalmente integri e di così grandi dimensioni (la Corazzata Victoria, infatti, è larga 103 mt e per quasi 35 la sua prua è completamente insaccata nel fondo marino). Senza contare che si tratta di una immersione per sub veramente esperti visto che si deve scendere a 100 metri di profondità. Dunque: a fronte di una sosta sul fondo di pochi minuti, occorre programmare una immersione con ore di decompressione. Il tutto, ovviamente, incide sul costo dell'immersione stessa che oscilla tra i 400 e i 600 euro. E però, si commentava, di bello in questa notizia non c'é solo il ritrovamento del relitto ma anche il fatto che, attorno ad esso, sta nascendo un turismo subacqueo grazie al suo scopritore Christian Francis. Mi piace pensare che, attraverso la subacquea, possa nascere un segno di speranza per una terra, il Libano, che cerca disperatamente di risollevarsi dalle continue guerre civili.Etichette: SUGGESTIONI
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Oggi tuttavia non si può soltanto piangere, è tempo di imparare qualcosa
9 ottobre 1963, ore 22,39
Il rumore della morte a cosa rassomigliava? Al rombo di tuono udito fino a poche ore prima? Oppure il suono appariva già nuovo, già diverso anche se ancora inconfondibile? E mentre, la televisione – una delle poche, forse l’unica – raccontava di una partita di calcio, cosa gridavano, cosa bestemmiavano? E cosa bevevano tra una cicca e l’altra? Forse un bianco frizzante, uno di quei prosecco che vengono dalla Valdobbiadene? O forse un vino rosso, forte, sanguigno come quei volti segnati di fatica? E i cappelli – sì i cappelli – dov’erano? Appesi ai muri oppure tenuti, saldi, sulle ginocchia? E avranno intuito che quel suono sordo non era tuono ma già avvisaglia di violenza che lassù, lungo il pendio dei monti, aveva già fatto opera compiuta di distruzione? Forse, chissà, avranno compreso all’ultimo che quel suono sordo non era rumore di tuono: no, perché quello si interrompe, si spezza, non è continuo. Questo invece era infinito, senza sosta, instancabile ed inesauribile. Forse allora avranno capito. Ma era già troppo tardi.
Insieme ad un gruppo di fidati amici arriviamo sul Vajont. Pur essendo un appassionato di montagna (così come di immersioni subacquee ma questo è un altro discorso) non vi ero mai stato: per me quel nome era soltanto una indicazione che trovi poco dopo Longarone, sulla destra, lungo la via che ti porta verso le Dolomiti ampezzane e le loro vette che talvolta, con l’amico Silvano, scaliamo in solitudine. Per arrivare alla diga percorri una strada recente che conserva molto poco dei ricordi di infanzia di Mauro Corona che ancora vive ad Erto, poco sopra la diga. Quel che accadde quella notte lo comprendi quando consideri la differente altezza prima e dopo la diga. Nomen omen: il prima è quasi colmo da ciò che precipitò dal monte TOC quando, fradicio di pioggia e senza salde radici a contenerne l'azione di scivolamento, cedette di colpo. Il dopo è un baratro scosceso. Tra il prima e il dopo solo la diga. Appena arrivi ti assale immediatamente un senso di pesantezza, di dolore anche se tanti anni sono passati da quel maledetto giorno che molti – ne sono certo – avranno vissuto attraverso la straordinaria ricostruzione che ne ha fatto Marco Paolini. Tra me e quella tragedia c'è un legame. In un’altra stagione della mia vita, infatti, ho fatto per 10 anni il giornalista in un quotidiano locale. Il mio caporedattore, Toni Sirena, altri non era che il figlio di Clementina (ma per tutti era semplicemente Tina) Merlin, la giornalista de L’Unità (nel film - diretto da Renzo Martinelli - che ne è stato tratto era interpretata da Laura Morante) che, prima e unica, aveva avuto il coraggio di denunciare, inascoltata, il rischio rappresentato da quella diga. E, soprattutto, che per quelle denuncia era stata addirittura arrestata e processata per direttissima (consiglio il sito dell’associazione www.tinamerlin.it). Ma c’è un’altra persona (a volte sono strane le connessioni che legano un ricordo all’altro) cui ho pensato in quei minuti di veglia silenziosa, vicino alla chiesetta che ricorda i morti di quella strage. Ed è l’onorevole Tina Anselmi, che conosceva benissimo il lavoro della sua omonima. Una sera la Anselmi era ospite di alcuni suoi amici a Mira. Ci andai per intervistarla. Una intervista è sempre difficile: se cominci male, non riesci a raddrizzarla più. Ed io non sapevo da dove partire. Toni mi aveva dato una lettera affinché gliela consegnassi. “Ad intervista conclusa” si raccomandò: era l’invito a partecipare alla nascita della fondazione Tina Merlin. Decisi di contravvenire all’ordine del mio capo. Quando gliela consegnai, spiegandole chi fosse il destinatario, credo di aver visto negli occhi dell’allora presidentessa della commissione parlamentare sulla P2 un velo di commozione. Due persone diversissime (la Anselmi democratica-cristiana, la Merlin giornalista de L’Unità) ma unite dalla esperienza della Resistenza, dal loro essere state entrambe partigiane, dal loro essere donne di montagna (di sguincio la Anselmi essendo nata a Castelfranco Veneto; di nascita la Merlin, nata a Trichiana, nel bellunese), rispettose l’una del lavoro dell’altra. Sono passati quasi 15 anni da quei giorni e oggi li ho rivissuti tutti accorgendomi che nulla avevo dimenticato.
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