Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantanoi ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
(E. Montale, I limoni)
sabato 25 ottobre 2008
TURISMO
Sarà ufficialmente presentato alla stampa la prossima settimana, ma intanto è già disponibile on lineil primo sito turistico della Riviera del Brentacui abbiamo collaborato come assessorato alle politiche turistiche. Fortemente voluto dagli operatori turistici con il prezioso appoggio di Unindustria, il portale - www. rivieradelbrentaturismo.com - permette una agile navigazione all'interno delle bellezze della Riviera. Non soltanto quelle culturali (e non poteva mancare la "nostra" Villa dei Leoni che è presentata con una scheda propria ed alcune fotografie), ma anche quelle enogastronomiche. E poi tante informazioni, pensate non solo per il turista ma anche per chi in Riviera del Brenta ci abita: cosa fare, cosa vedere, cosa acquistare. Ed una sezione dedicata alle escursioni.
Se poi cliccate sulla pagina dedicata ai credits potrete leggere alcune frasi celebri di intellettuali conosciutissimi che hanno soggiornato nella nostra Terra.
Immagino che molti di voi stiano tornando dalle ferie. Ogni volta che la vacanza finisce c'è sempre un misto di nostalgia e di voglia di ricominciare. Nostalgia dei luoghi visitati, dei volti visti, delle mani strette. Ma anche la voglia, spesso, di ricostruirsi, di ricominciare: è un pò come se l'energia che ci ha pervaso in quei giorni la volessimo trasferire nella vita di tutti i giorni. Poi, magari, al primo ingorgo automobilistico torni ad essere stressato come prima della pausa estiva.
A tutti e a me per primo, come augurio di un buon ricominciare, "regalo" questa poesia che non ha certamente raggiunto le vette immortali della letteratura mondiale, che in tantissimi - pure Clemente Mastella - ritengono (cavolata pazzesca!) essere di Pablo Neruda quando invece è stata composta da Martha Medeiros, giornalista e scrittrice brasiliana nata nel 1961 ma che mi piace molto:
Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce. Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo quando e’ infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge,
chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicita’.
Martha Medeiros (giornalista e scrittrice brasiliana)
No, tranquilli. E' vero: quanti (al pari mio) nati sotto il segno dei gemelli sono (almeno a giudicare da quel che ho letto stamane perché poi a dirla tutta io non è che creda molto a queste cose) dotati di un'intelligenza brillante e di uno spirito lieve e sono in continuo movimento. Sono considerati i più curiosi, eclettici, ironici e distratti dello zodiaco. La loro doppia personalità può nel contempo portarli a forme di ipocrisia e ambiguità. Eterni bambini (...), (da: Wikipedia con "autocensura" di alcune parti; perché? perchè ho deciso così) e però non sono impazzito. Avevo pensato di titolare il post odierno viaggi. Poi però stamane leggo su La Repubblica la cronaca della tragedia sul K2 e sono rimasto davvero colpito da questa frase in gaelico pronunciata dall'irlandese Gerard McDonnell, una delle probabili vittime della valanga che ha portato al distacco di un seraccoe, con esso, alla perdita di centinaia di metri di corde fisse che aiutavano gli alpinisti a salire sulla cima della montagna più difficile al mondo. In galeico Ta an t - am ag signifca: è arrivato il momento. Per Gerard il "momento" era l'ascensione alla cima. In realtà il "momento" era il compimento del destino. Adesso scatta il florilegio delle spiegazioni, delle giustificazioni. Un puttanaio di puttanate canterebbe Vecchioni. Perché chi decide di salire su quella montagna sa che il K2 chiede un sacrificio enorme: circa il 25% degli alpinisti che ne ha tentato l'ascesa è morto. Eppure si continua a salire (e s'io non fumassi e avessi il tempo di andarmene spesso in montagna, sarei fra quelli che tenterebbero di varcare il collo di bottiglia , di aggrapparmi al seracco e poi di toccare il cielo con un dito). Perché? Per business? Anche. Per la fama? Certo. Ma, io credo, che alla fine si ritorna sempre al destino, al fato, all'essenza di ciascuno: conoscere i propri limiti e avere, sempre e comunque, quella golosità della vita che ti spinge a cercare di superarli ogni giorno. Ma soprattutto quegli stimoli che ti permettono di guardare avanti, di immaginare il futuro, di pensare a nuovi traguardi da superare. E' il senso di una frase che ho trovato nel sito di Marco Confortola (uno degli slpinisti sopravvissuti alla tragedia che è costata probabilmente la vita a 13 persone) e che molto mi è piaciuta: Io resterò giovane fino a quando avrò un futuro da immaginare, da realizzare e da condividere insieme a voi.
Ma questo post avrebbe dovuto titolarsi "viaggi". Anzi: il viaggio. Già, il viaggio 2008 che Paolo Rumiz per La Repubblica (da oggi, e per tutto agosto, su R2, l'inserto culturale del quotidiano fondato da Scalfari, ne potete leggere il reportage) ha compiuto dalla Lapponia fino ad Istanbul. Viaggio incredibile, affascinante. Che fa il paio, per'altro, alla "elegia" del perdersi pubblicata ieri da Il Sole 24ore. Ma anche il viaggio che Piergiorgio Odifreddi ha compiuto (ne potete ascoltare la cronaca su Radio3) lungo il cammino di Santiago di Compostela, di volta in volta, accompagnandosi con altri intellettuali.
E per quanti fra voi si stanno preparando per le meritate vacanze estive, l'augurio è che nel vostro viaggio (qualunque sia) riscopriate la gioia ed il gusto di sentirsi vivi.
Non sono mai stato in Laguna. Non ho mai avuto l'occasione di visitarla in barca. Almeno fino a stamani quando, dopo aver spostato qualche appuntamento, ho approfittato di un invito di Nazareno De Faveri (consigliere comunale del PD) e ho trascorso la mattinata a bordo della sua imbarcazione. E ho capito. Ho capito non solo perché Hemingway amasse la laguna (e davvero veniva voglia di fermarsi, aprire il taccuni e scrivere impressioni, suggestioni, emozioni) ma anche perché siano moltissime le persone che ne subiscono il fascino silente. Partenza da Fusina alle 8,30. Appena calata in acqua l'imbarcazione abbiamo raggiunto il canale dei petroli e da lì siamo entrati nella gronda lagunare mirese, tra le casse di colmata B e C. Uno spettacolo semplicemente straordinario quello che accoglie il visitatore che si perde tra ghebi , laghi, barene, canali e velme, in un silenzio persino irreale rotto solo dalle grida di gabbiani e cormorani. In alcuni punti occorre grande esperienza per non finire in secca dal momento che, spesso, la profondità massima dell'acqua è di 1 metro, massimo due con punte di soli - 80 centimetri (preziosissimo l'ecoscandaglio) ma da questo punto di vista Nazareno ha una incredibile bravura! Dalle casse di colmata ci siam spostati al porto di San Leonardo (sempre in territorio mirese) dove attraccano le petroliere attraverso alcuni angoli davvero suggestivi :
Dopo circa un'ora di navigazione, quando eravamo poco distanti da Chioggia, è apparsa all'orizzonte una incredibile costruzione :
Immaginate la sorpresa per qualunque navigante nel vedere improvvisamente ergersi, in mezzo alla laguna, una simile abitazione! Da lì, in meno di venti minuti, siamo arrivati alla bocca di porto di Malamocco e dunque direttamente in mare. E da lì ci siamo spinti sino al canale della Giudecca:
Lungo il canale, e passando di fronte ad alcuni fra i più antichi squeri veneziani siamo ritornati al punto di partenza. E' stata una mattinata davvero bella in posti ancora "autentici" (sebbene la longa manus dell'uomo cominci, purtroppo, a farsi sentire), in mezzo ad una natura incontaminata e, per molti tratti, "selvaggia". Durante il viaggio di ritorno Nazareno mi ha detto una frase che mi ha colpito molto: abbiamo il Paradiso a due passi da casa nostra e molti non lo sanno. Beh: da oggi io lo so. Grazie Neno di questa straordinaria gita! Che la forza sia con te!
Ieri ho trascorso una giornata intera con Stephen, dinamico, giovane e preparatissimo direttore dell' ecomuseo della Civilità Ladina a San Martino, piccolo paesino in alta val Badia. Al museo ci si arriva con circa tre ore di viaggio, passando per Cortina, salendo al Passo Falzarego (merita una visita il museo all'aperto della Grande Guerra) e poi giù in direzione Val di Funes che i più ricorderanno per essere la patria natale di Reinold Messner. La Ladinia è un'enclave etnolinguistica che si estende tra Veneto e Trentino coprendo almeno 5 valli (le più importanti sono la Badia, l'Ampezzano, la Val Gardena, la Val di Funes) ove vi si parla il ladino, una lingua retoromanza assurta ad insegnamento universitario (il titolo del post è ovvio: campo base in ladino). Il museo (aperto, tutti i giorni, dalla domenica delle Palme a tutto ottobre e dal 26 dicembre fino all'ultima domenica di Quaresima tre pomeriggi la settimana) è ospitato in un castello medievale, restaurato dalla provincia autonoma di Bolzano (20 miliardi l'investimento richiesto), mentre tutto l'apparato amministrativo è ospitato in una modernissima sede a fianco del castello. L'anno scorso ha toccato quota 26,000 visitatori ed è curato da Stephene con 6 collaboratori (alcuni stagionali) all'insegna della massima flessibilità (può accadere, ad esempio, che lo stesso direttore faccia delle pulizie straordinarie o che il personale addetto alla sorveglianza segua pure il bar o la biglietteria). Il museo ospita, come attività corollarie, molte mostre. Giusto ieri si stava concludendo quella dedicata alle coppelle: lastre di pietra dove la mano dell'uomo ha inciso degli incavi di cui né gli archeologi né gli antropologi sanno spiegarsi il motivo (vi sono almeno 3 teorie al riguardo: c'é chi sostiene che fossero strumenti per antichi riti contro l'infertilità della donna; per altri erano lastre tombali e gli incavi erano fori simbolici da cui l'anima poteva uscire; per altri ancora rappresenterebbero le costellazioni) e che sono presenti in parti diverse del mondo.
A pranzo, Stephen mi ha accompagnato al passo delle Erbe, all'albergo - ristorante Utia de Borz che si torva a 2000 mt. d'altitudine. Qui ho conosciuto il titolare, Fabrizio, che mi ha intrattenuto sull'arte dello speck che lui prepara insieme al fratello in un maso poco distante. Fabrizio mi ha spiegato che il "suo" speck è arricchito solo con bacche di ginepro, affumicato per 15 giorni (solo la notte mentre il giorno viene esposto alle correnti d'aria) con paglia di larice e stagionato per 6/7 mesi. Viene conservato in cantina ove, periodicamente, si spande sul pavimento un poco di vino in modo da arricchirne il sapore. Lo speck va tagliato a mano, usando un coltello dalla lama larga e con colpi netti e precisi in modo che la parte grassa rimanga nettamente separata da quella magra: è offesa mortale il tagliarlo con l'affettatrice perché il movimento della lama scalda troppo lo speck e ne "fonde" il grasso. Fabrizio mi ha fatto assaggiare lo speck e la pancetta accompagnati da cetrioli e peperoni in agrodolce ed una salsa di cren davvero corposa. Il primo piatto consisteva in mezzelune di ricotta e spinaci; per secondo uno spezzatino di cervo con polenta. Infine un piatto di formaggi misti. Il tutto con vino trentino, corposo e robusto. Alla fine una grappa di genziana sempre uscita dalle mani amorevole di Fabrizio e della sua famiglia. Il luogo è stupendamente suggestivo: pranzi all'aperto con il Sasso di Putia che puoi toccare quasi con mano e, poco distante, il massiccio delle Odle (in foto). Al solito: andateci soprattutto se avete bambini piccoli. Non ve ne pentirete.
Al ritorno abbiamo completato la visita al museo che ha un fornitissimo bookshop ove ho acquistato una pubblicazione del museo, si tratta di un volume di Pinuccia Di Gesaro, Le streghe dolomitiche; saggio attorno ad uno degli elementi comuni a tutte le civiltà contadine e cardine di buona parte della letteratura popolare (i nostri nonni le chiamavano strie, specialmente nella zona che vira tra Chioggia e Padova).
Che la forza sia con voi.....e...STATE BUONI SE POTETE
Per tutti quelli che...hanno ragione, hanno veramente ragione